Dall’amicizia tra Thomas Duroux (Château Palmer a Margaux) e Antonino Caravaglio, produttore sull’isola di Salina, nasce un progetto che punta a cambiare la percezione di un classico siciliano. Presentati a Milano due fine wines figli di due diverse vigne
La Malvasia delle Lipari è uno di quei vini che portano con sé un immaginario preciso: sole, vento, salsedine e, soprattutto, dolcezza. Eppure, anche qui – come accade oggi in molte aree del vino italiano – qualcosa sta cambiando. Lo testimonia un progetto che nasce lontano, tra le vigne di Bordeaux, e prende forma nelle isole vulcaniche delle Eolie. È una storia di incontri, di amicizia e di visioni condivise quella che lega Antonino Caravaglio, produttore sull’isola di Salina, e Thomas Duroux,direttore di Château Palmer a Margaux. E che oggi si traduce in due nuove etichette capaci di rileggere in chiave contemporanea uno dei vitigni più antichi del Mediterraneo.

Dalle Eolie a Bordeaux (e ritorno)
Tutto comincia quasi per caso, oltre 15 anni fa. Duroux, anima di Château Palmer, racconta durante il pranzo di presentazione all’hotel Carlton di Milano: «Mi trovavo in vacanza a Salina. Un passaggio al supermercato, qualche bottiglia acquistata per curiosità e, tra queste, spiccano i vini di Caravaglio». L’intuizione è immediata: dietro quella Malvasia c’è qualcosa di unico. Thomas visita l’azienda di Antonino, le sue vigne, e da quel momento nasce un’amicizia, prima ancora che una collaborazione. Un dialogo tra due mondi lontani – quello rigoroso e strutturato di Bordeaux e quello istintivo e identitario delle Eolie – che trova un punto di equilibrio nella visione condivisa: il vino nasce in vigna. A fare da ponte tra queste due realtà c’è oggi anche Federico Coltorti, abruzzese di origine ma con una formazione tra Teramo e Bordeaux, enologo e figura chiave nel team tecnico di Palmer.
La Malvasia oltre il passito
Per tradizione, la Malvasia delle Lipari è sempre stata associata alla versione dolce e passita. Una storia lunga, quasi immutabile. Ma Caravaglio è stato tra i primi, già dal 2010, a credere nella sua espressione secca. Una scelta controcorrente, che oggi trova nuova forza proprio grazie all’incontro con Duroux. Il progetto presentato a Milano dal distributore e importatore Sarzi Amadè (nelle persone di Alessandro e Claudia) segna infatti un ulteriore passo avanti: due vini secchi, figli dello stesso vitigno ma di due terroir distinti.
Due parcelle, due identità
Nascono così Piano della Croce 2024 e Punta Capo 2024, due interpretazioni complementari della Malvasia, entrambi vini a Indicazione geografica tipica Salina. Piano della Croce si trova a circa 400 metri di altitudine, il suolo è un mosaico di pomice rossa, sabbia e argilla, con esposizione ovest. Qui la vendemmia arriva a fine agosto, con uve raccolte a perfetta maturazione ma ancora tese, capaci di mantenere acidità (pH intorno a 3,2) e precisione aromatica. A Punta Capo, invece, si scende verso il mare, tra falesie e brezze mediterranee. La raccolta è più precoce (intorno al 18 agosto) e il vino guadagna in ampiezza e apertura, mostrando un profilo più solare. Due luoghi, due tempi, due espressioni di uno stesso vitigno.
La scelta della botte grande
Uno degli elementi più interessanti del progetto è la vinificazione: fermentazioni spontanee in grandi botti di rovere francese (circa 800 litri), con doghe spesse per limitare l’impatto del legno. Niente macerazioni, niente bâtonnage, nessun travaso. Il vino resta fermo, integro, a contatto con le proprie fecce fini. Un approccio che punta alla sottrazione più che all’intervento. Il risultato è una Malvasia lontana dagli stereotipi: niente esuberanza aromatica fine a sé stessa, ma profondità, eleganza e una trama salina che accompagna il sorso in lunghezza.

Il valore del dettaglio
Se nei rossi la maturità fenolica e l’età delle vigne giocano un ruolo centrale, nei bianchi, sottolinea Coltorti, «tutto si gioca su altri fattori: la data di vendemmia, la precisione nella pressatura, la capacità di leggere il momento esatto dell’uva». Assaggiare gli acini diventa fondamentale. Così come separare le frazioni di pressa, per ottenere solo il mosto più puro. Una filosofia che riflette, in fondo, anche l’esperienza bordolese di Palmer, dove ogni parcella viene vinificata separatamente e poi assemblata per affinità di suolo.
Un ponte con Margaux
Il legame con Bordeaux non è solo umano, ma anche culturale. A Margaux, Château Palmer lavora su due anime: da un lato l’eleganza più immediata di Alter Ego, dall’altro la profondità del Grand Vin, costruito su suoli più argillosi e ricchi destinati al Merlot. Una filosofia che si ritrova, in modo diverso ma coerente, anche a Salina: partire dal terroir per arrivare al vino.
Una nuova idea di Mediterraneo
Il progetto Caravaglio-Duroux non è solo un esercizio stilistico. È, piuttosto, un tentativo concreto di ripensare la Malvasia delle Lipari, liberandola dall’unica narrazione possibile del passito. Ne emerge un bianco contemporaneo, capace di invecchiare, giocato su equilibrio, sapidità e finezza più che su potenza. E forse è proprio questa la direzione più interessante: dimostrare che anche nei terroir classici, dove tutto sembra già scritto, c’è ancora spazio per nuove storie da raccontare.