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Sandro Boscaini superospite del programma Rai Virus

8 Gennaio 2016 Jessica Bordoni
Mr. Amarone va in tv. Ieri sera il presidente di Masi Agricola Sandro Boscaini è stato l’ospite speciale del talk show televisivo Virus - Il contagio delle idee, in onda il giovedì su Rai 2. Ogni settimana la trasmissione si chiude con un’intervista del conduttore Nicola Porro a un personaggio di spicco del mondo dell’economia, dello spettacolo o dello sport. Ieri è stata la volta del celebre imprenditore della Valpolicella, tra i maggiori artefici del successo internazionale dell’Amarone, nonché attuale presidente di Federvini. Durante la chiacchierata, non sono mancati commenti sull’andamento del settore e qualche curiosità personale. Il tutto in perfetto stile Boscaini. Di seguito gli estratti più significativi.

Viticoltura e finanza: che legame c'è

Un’azienda da 370 ettari, 12 milioni di bottiglie e 70 milioni di fatturato, che nel 2015 si è anche quotata in Borsa. Così il giornalista Nicola Porro ha presentato Masi Agricola, chiedendo al suo interlocutore di precisare il legame tra viticoltura e finanza. «Il nostro mestiere», spiega Boscaini, «ha oggi più che mai bisogno di finanza. I vigneti non sono mai abbastanza, i vini da invecchiare richiedono grandi capitali e il sistema distributivo è diventato assai complesso. È necessario disporre di molti soldi. La mia è un’impresa familiare e voglio che rimanga tale, ma personalmente credo che ci possa essere un’azienda che diventa una famiglia più allargata, i cui membri fanno fronte comune con gli investitori per ottenere i mezzi necessari per una soddisfazione anche di tipo economico».

Il jolly della regionalità

Il conduttore incalza Boscaini domandandogli se conosce meglio la cantina, il vigneto o… piazza Affari. «Di piazza Affari so ancora poco per la verità, perché sono un novellino; ma capisco quanto oggi sia importante conoscere tutte e tre. Non è più il momento in cui basta lavorare bene l’uva per produrre del buon vino. Le dinamiche attuali si traducono in un complesso di cose… e poi alla fine un complesso di investimenti». Per Mr. Amarone la carta vincente è la regionalità. «A ben guardare, il Veneto e Verona sono sempre state aree di grande produzione “popolare”. Con l’Amarone invece abbiamo toccato l’eccellenza. Gli ingredienti di questo successo sono in primo luogo una dedizione assoluta alla qualità, che non vuol dire solo qualità del prodotto ma anche nella comunicazione, nella distribuzione…».

Amarone, Recioto... e Pinot noir

«Il territorio è la leva comunicativa più importante. Oggi ormai i vini sono per la maggior parte buoni. La differenza sta nella storia che il territorio può raccontare. La storia dell’Amarone è davvero bellissima e si rifà addirittura ai Romani. Quello che allora si chiamava Reticum, oggi si chiama Recioto. Nella sua versione secca è stato denomimato Recioto Amaro, poi Recioto Amarone e, con il cambio della legge avvenuta una quindicina di anni fa, oggi è detto semplicemente Amarone della Valpolicella. È uno dei tre vini rossi più importanti d’Italia, assieme al Barolo e al Brunello. Ma io dico sempre: Amarone comincia con la A, gli altri due con la B, con tutto il rispetto…». Amarone a parte, quale vino apprezza maggiormente? «Il Pinot noir di Borgogna, massima espressione del territorio. Lì quell’uva riesce a rappresentare il concetto di vino come assoluto».

Champagne vs spumante, sughero, abbinamenti. È questione di stile

C’è una grande differenza tra Champagne e spumante? «Beh, se vogliamo nel nome e, sicuramente, nel credito che questa bollicina gode nel mondo. Però oggi lo spumante italiano va per la maggiore e sta facendo il secondo dopo lo Champagne, con grandi performance». L’intervista tocca anche l’argomento tabù dei tappi in sughero. «Certamente non sono un integralista in merito. Se si tratta di un rosso da invecchiamento, sopra i 30 euro, i tappi in sughero sono imprescindibili; ma con i bianchi, specie se giovani, la storia è un po’ diversa». Poi il tema dell’abbinamento. Sandro Boscaini risponde così alla provocazione di Porro che gli domanda se si può bere l’Amarone con un piatto di würstel. «Beh, insomma… si può fare decisamente di meglio. Io sono laico in questo senso, ma credo nell’importanza dell’abbinamento cibo-vino, meglio se con i piatti territoriali che esaltano il gusto».

Export e piccoli numeri. I francesi più furbi

Si arriva anche alla questione export: «In Cina noi facciamo fatica, mentre i francesi dominano il mercato delle importazioni. Sono stati molto più furbi di noi e hanno creato la cultura del vino europeo laggiù. Hanno dato vita, per esempio, alla professione del sommelier, che 20 anni fa non esisteva. Ovviamente i sommelier cinesi conoscono in primis il vino francese e questo costituisce un gran vantaggio. Oggi la Francia occupa il primo posto del vino importato in Cina, con il 55% delle quote o quasi. Noi siamo in quinta-sesta posizione con solo il 6%». Specifica Boscaini: «I produttori di vino in Italia sono una miriade. Coloro che coltivano l’uva sono 380 mila circa con una media di 2 ettari a testa. Il numero di chi vinifica l’uva e la trasforma in vino raggiunge i 67 mila, mentre coloro che etichettano le proprie bottiglie e hanno il permesso di imbottigliare sono 20 mila. Decisamente un’esagerazione, che porta ad una debolezza intrinseca del comparto».

Quantità e qualità. Il nostro vino glocal

Ma diventando più grandi non si perde in qualità? «Sono contrario alle multinazionali del vino, ma credo che disporre di masse critiche importanti, una qualità garantita e certificata da forti gruppi tecnici all’interno dell’azienda e una serie di professionalità specifiche possa fare la differenza. Come dico sempre, il nostro vino deve essere glocal: globale, capace di raggiungere tutti, pur mantenendo la sua forte radice nel locale».  

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