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La presa (in giro) della resa per ettaro

11 Novembre 2016 Civiltà del bere

                                                                                                                                                                   di Cesare Pillon

Uno dei motivi per cui Luigi Veronelli è stato un critico severo delle Doc era la sua allergia alle quantità d’uva che i disciplinari avevano concesso di produrre, secondo lui con incosciente larghezza, per realizzare tutte le tipologie di vino, dal Barolo al Marsala. Da quelle tonnellate di grappoli, sosteneva, non sarebbe mai potuto nascere un grande vino: era perciò indispensabile ridurre le rese per ettaro dei vigneti. Dovrebbe quindi essere il primo, oggi, se fosse ancora tra noi, a felicitarsi con il Consorzio di tutela del Bardolino, che l’anno scorso ha ottenuto dalla Regione Veneto di abbassare da 130 a 115 quintali la resa per ettaro, per la vendemmia di quest’anno ha chiesto di scendere a 110 quintali e per l’anno prossimo medita di rendere definitiva la limitazione modificando il disciplinare.

La resa per ettaro del Bardolino Doc

Non è difficile capire che, se gli umori delle viti si concentrano in 110 quintali di uva invece di diluirsi in 130, se ne trarrà un vino più consistente, più ricco di profumi e di aromi. Per ottenerlo, a dire il vero, bisognerebbe tener conto anche di altri fattori: il Bardolino, per esempio, è un vino composto da almeno due varietà d’uva, Corvina e Rondinella, ed è quindi necessario coordinare la produttività di due vitigni diversi. Più importante ancora è la densità d’impianto dei vigneti: 110 quintali d’uva ricavati da 1.500 viti sono profondamente diversi da 110 quintali ricavati da 9 o 10 mila piante.

Obiettivo: la tenuta dei prezzi

Non sono questi, però, i problemi che preoccupano il Consorzio: visto che si è attivato dopo aver fatto il conto di quanto Bardolino sarà presumibilmente assorbito dal mercato interno e dall’esportazione, è evidente che il suo obiettivo è di non produrne più di quanto se ne potrà vendere per garantire la tenuta dei prezzi. Obiettivo più che legittimo, se con la riduzione della resa diventa possibile migliorare la qualità del Bardolino: un prodotto di maggior pregio spunta prezzi più remunerativi e stimola un aumento dei consumi.

...e la qualità?

Forse però sarebbe opportuno intendersi prima su ciò che significano le parole “riduzione della resa”. Sembrerebbe chiarissimo: se si decide, come l’anno scorso, che la resa per ettaro deve scendere da 130 a 115 quintali, nel 2015 ogni ettaro del vigneto di Bardolino dovrebbe aver prodotto 115 quintali d’uva e basta. E invece no, il decreto della Regione Veneto non aveva affatto vietato di superare questa quantità, suggerendo anzi, per i quantitativi eccedenti, una redditizia destinazione duso: essi, prescriveva, “devono essere presi in carico e immessi al consumo come vino con o senza indicazione geografica tipica”.

La resa e la presa (per i fondelli)

Il vigneto del Bardolino, insomma, ha semplicemente limitato a 115 quintali a ettaro i grappoli destinati al Bardolino Doc, il resto lo ha fatto diventare Verona Igt. E non è un resto di 15 quintali per ettaro, perché anche il disciplinare del Bardolino prevede un’eccedenza e permette di arrivare a 156 quintali. Difficile immaginare con quali parole Veronelli definirebbe questa resa che è una presa (per i fondelli). L’unica certezza è che non sarebbero di congratulazione per il Consorzio.

Questo articolo è tratto da Civiltà del bere 05/2016. Per continuare a leggere acquista il numero nel nostro store (anche in edizione digitale) o scrivi a store@civiltadelbere.com. Buona lettura!

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