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Pinot nero in Germania, la lunga strada della qualità

8 Giugno 2017 Anne Krebiehl Germania
Negli ultimi trent’anni lo sviluppo del segmento premium del Pinot nero tedesco è stato a dir poco straordinario. Questo vitigno è presente in Germania storicamente: la leggenda vuole che già nell’884 un pronipote di Carlo Magno abbia piantato alcune uve rosse di Borgogna nella vigna del re sul lago di Costanza, ma le prime attestazioni ben documentate del Pinot nero risalgono all’inizio del XIV secolo e sono legate agli insediamenti monastici. In passato lo Spätburgunder – così è conosciuto in Germania – ha rivestito una certa importanza nel Baden, nel Rheingau, con qualche traccia in Franconia, nell’Assia Renana e nell’Ahr, ma non ha mai raggiunto il valore o la fama internazionale del Riesling prima renano e poi della Mosella.

Un rosso nobile nella terra dei bianchi

Bisogna anche dire, però, che la Germania non è mai stata considerata un Paese produttore di vini rossi. Sappiamo poco di come erano fatti gli antichi Spätburgunder – se erano vinificati come i Weissherbst, ovvero i vini rosati prodotti a partire da uve a bacca rossa, oppure come i vini rossi – ma sappiamo che il vitigno era considerato una varietà nobile, abbastanza importante da figurare nelle prime prove di selezione clonale dei campi sperimentali statali del Rheingau negli anni Venti del Novecento, soprattutto nell’area di Assmannshausen. E allora che cosa è successo da quel periodo fino al 2006, quando la Germania è diventata il terzo Paese produttore al mondo di Pinot nero dopo la Francia e  gli Stati Uniti, con oltre 11 mila ettari di superficie a Spätburgunder?

In 50 anni impianti quintuplicati

I dati pubblicati nel 2008 dal Deutscher Weinbauverband vanno indietro fino al 1964 e riferiscono di 1.839 ettari di Spätburgunder in Germania, pari solo al 2,76% della superficie complessiva del vigneto tedesco di 66.685 ettari. Gli ultimi numeri disponibili, relativi al 2014, parlano di 11.783 ettari allevati a Spätburgunder, ossia l’11,5% del totale (102.439 ettari). Ma non è solo la superficie a essere aumentata: oggi la Germania è riconosciuta come uno dei grandi produttori di Pinot nero al mondo e, se confrontata con la lunga presenza di questa varietà nel Paese, la storia di una produzione di qualità è relativamente recente. Risale ad appena trent’anni fa circa, con qualche primo timido tentativo intorno alla metà degli anni Ottanta, quando alcuni produttori tedeschi che avevano familiarità con la qualità vinicola della Borgogna francese iniziarono a chiedersi cosa avrebbero dovuto fare per raggiungere simili risultati anche in Germania.

Fattori che ne determinano il successo

Il punto di svolta risale al 2006, ma prima che una serie di circostanze permettessero di creare una vera e propria ondata di Pinot nero in Germania fu necessario che il paradigma nazionale si spostasse dalla quantità alla qualità. Certamente, anche i progressi della viticoltura e dell’enologia, nonché il livello di preparazione senza precedenti dei viticoltori e degli enologi contribuirono a tutto questo, così come nel resto del mondo. Né la vecchia generazione, assai curiosa, né la nuova, più energica, sono rimaste chiuse nelle loro cantine: entrambe hanno viaggiato, degustato, lavorato e studiato all’estero e poi sono tornate a casa per rinvigorire il settore enologico tedesco forti di una rinnovata sicurezza.

Spazio alla ricerca clonale

Di grande importanza, la ricerca clonale è proseguita a ritmo sostenuto, sempre esprimendo le preoccupazioni della propria epoca: gli anni Cinquanta e Sessanta hanno visto la nascita di cloni di Pinot nero in grado di garantire rese più affidabili, ma gli studi sono proseguiti fino alla messa a punto, con l’arrivo del Nuovo Millennio, di cloni di altissima qualità, spargoli, con acini di grandezza variabile, con un’ottima resistenza al marciume e delle qualità organolettiche incomparabili. Gli istituti di ricerca locale, il cui compito è quello di condividere i risultati della ricerca e di informare, hanno pubblicato numerosi articoli sulla vinificazione in rosso di qualità.  
Questo articolo è tratto da Civiltà del bere 02/2017. Per continuare a leggere acquista il numero nel nostro store (anche in edizione digitale) o scrivi a store@civiltadelbere.com. Buona lettura!

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