Perché il vino soffre di information overload

Perché il vino soffre di information overload

                                                                                                                                                                  di Luciano Ferraro

Pochi in Italia hanno scritto o parlato della morte di Alvin Toffler, che ha lasciato il mondo mentre sognava nel suo letto, a Los Angeles, il 27 giugno 2016. È stato il futurologo più famoso al mondo. Il suo libro Lo choc del futuro, pubblicato nel 1970, ha venduto quindici milioni di copie. Toffler ha previsto l’avvento di Internet nella forma attuale, delle email, del telelavoro e delle chat. Ha visto nella sua mente nascere la società ad alta tecnologia, mentre Steve Jobs era ancora alle prese con il prototipo del suo primo Mac, sul quale lavorava in un garage. I pensieri di Toffler possono essere utilizzati dal mondo del vino? Se lo è chiesto il Master of Wine inglese Tim Atkin. E si è risposto così: il vino soffre di information overload. Ossia, sovraccarico di informazione.

Information overload: i rischi nel settore vino

Questo è uno dei concetti più noti di Toffler: è la sensazione di essere invasi da dati e conoscenze. Una mole così imponente che il “contesto saturo di novità” impedisce di elaborare le informazioni stesse, perché oltre ad un certo limite si perde la capacità di analisi e si aprono le porte all’ansia. Che c’entra tutto questo con bottiglie e vitigni? Non c’è mai stata, negli ultimi 20 anni, così tanta informazione sul vino. Nei media tradizionali (giornali, radio, tv, fiction comprese e film), in quelli di ultima generazione (dai siti internet ai blog), nel fiorire di guide e libri (in ogni declinazione, anche thriller ambientati in cantina). Ma cosa arriva al consumatore non esperto, a chi il vino lo acquista al supermercato o in enoteca?

La varietà dei vini italiani confonde il mercato

«I consumatori sono disorientati dall’enorme quantità di tipologie sugli scaffali», sostiene Atkin, «ed è il motivo per il quale i supermercati stanno riducendo le loro gamme». Il Sole 24 Ore ha raccontato la tappa di Pechino di “Top Italian Wine & Spirits” dell’Ice con Federvini, Unione italiana vini, Enoteca Italiana, Rete diplomatica. Nei primi sei mesi del 2016 la Cina ha importato vini per 1,1 miliardi di euro, una crescita del +36%, l’Italia è andata bene, 32% in più per i vini fermi. La maggiore difficoltà? La varietà dei vini italiani è un pregio ma anche un problema sul versante marketing: come spiegare le sottili ma profonde differenze tra Montepulciano o Amarone, Franciacorta o Prosecco, Chianti Classico o Brunello? Anche questo è un caso da sovraccarico di informazioni.

Qualche possibile soluzione

La soluzione ipotizzata è un giro della Cina per formare 80 ambasciatori del vino italiano: sommelier, giornalisti e blogger. Saranno loro i depositari delle nozioni sui nostri vitigni e vini. Con il rischio, però, che il senso di smarrimento aumenti tra i consumatori. Come spiegare a un cinese che si voglia avvicinare al Prosecco, la differenza tra Doc e Docg? Solo gli appassionati e i conoscitori del gergo tecnico colgono in pieno le diversità. È un nuovo linguaggio, con messaggi chiari e diretti, quello che serve oggi al mondo del vino italiano per farsi strada sui mercati mondiali, non solo con i nomi più noti e con le etichette cult. Anche perché si sta allargando il già nutrito esercito di potenziali vignaioli schierato con la convinzione di partecipare a una corsa all’oro.

Nuove licenze d’impianto

Lo dicono gli ultimi dati dell’Agea (l’Agenzia per le erogazioni in agricoltura, che nel 2015 ha gestito quasi 5 miliardi di fondi statali e soprattutto europei) sulle nuove licenze d’impianto di vigneti, nel primo anno in cui è andata in soffitta la norma che permetteva l’acquisto dei diritti. È stato chiesto, come ha rilevato Giorgio Dell’Orefice su Il Sole 24 Ore, il permesso per 67 mila ettari, più del 10% dell’attuale superficie. Quelli distribuibili sono poco più di 6.300.

Chi più chiede più avrà. Ha senso?

Basta possedere terra per presentare la richiesta. E le concessioni avvengono pro rata (in proporzione, ndr). Chi più chiede più avrà. Metodo assurdo. Il vignaiolo che vuole coltivare un ettaro in più, per effetto dei tagli lineari sulle regioni con maggiori richieste (Veneto, ad esempio) otterrà 250 metri. La grande azienda agricola che non si occupa di vino, ma possiede 200 ettari di un’altra coltura (o che utilizza la terra per il pascolo delle mucche) potrà ottenere 5 ettari. Un effetto perverso, un “futuro da choc” come l’avrebbe definito Alvin Toffler.

Questo articolo è tratto da Civiltà del bere 05/2016. Per leggere gli altri articoli acquista il numero nel nostro store (anche in edizione digitale) o scrivi a store@civiltadelbere.com.
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© Riproduzione riservata - 28/10/2016

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