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Il vino secondo i giovani: all’estero condividono le storie

25 Gennaio 2026 Anita Franzon
Il vino secondo i giovani: all’estero condividono le storie
Pur mediati dai canali social, le esperienze nel vino dei giovani professionisti sono vere e spontanee © Fractal pictures - Shutterstock

Abbiamo lanciato lo sguardo oltreconfine, per scoprire una nuova generazione di professionisti del settore vivaci e attivi. Determinati ma ottimisti, hanno competenze certificate, mentori di cui seguire l’esempio e sul lavoro sanno emozionarsi sempre

L’articolo fa parte della Monografia Il vino secondo i giovani (Civiltà del bere 1/2025)

Un enologo senese che si occupa di accoglienza e vendita diretta in un’importante cantina californiana, una sommelier che dall’Italia ha portato la sua passione e dedizione per il vino in un tre stelle Michelin danese, una wine educator milanese trapiantata alle Canarie e due distributori di etichette da tutto il mondo in Connecticut: i giovani professionisti del vino all’estero hanno studi ed esperienze differenti, ma sono accomunati da una visione precisa e romantica del settore. Del vino apprezzano l’autenticità e amano raccontarlo attraverso storie intriganti. Credono, infine, nel fondamentale ruolo di una figura poco diffusa in Italia: il mentore.

Affrontare sfide concrete

Alessandra Cavallaro si è trasferita a Lanzarote, nella Canarie, dopo diversi anni passati a lavorare nel settore tra Londra e Milano, oggi è docente Wset (Wine & Spirits Education Trust) e crede fortemente nell’importanza della formazione e nell’educazione del consumatore: «Il settore del vino sta sicuramente vivendo un periodo di transizione e rinnovamento. La minaccia più evidente, sembra quasi superfluo menzionarlo, è legata al cambiamento climatico», afferma, toccando anche altre problematiche come l’instabilità geopolitica e l’inflazione dei prezzi di alcuni vini di nicchia.

Attenzione alla sostenibilità e al cambiamento climatico

«Ma ci sono anche prospettive positive», aggiunge Alessandra, «per esempio il futuro del vino sembra destinato a evolvere verso una maggiore diversificazione. Seppur con un trend di consumo in calo, le generazioni più giovani portano le aziende a esplorare nuove tendenze, sono più attente alla sostenibilità e al consumo consapevole. Inoltre, la digitalizzazione continua a offrire opportunità per ampliare la distribuzione e il marketing, con un impatto significativo sull’accessibilità del vino, specialmente nei mercati emergenti». Anche per Tommaso Biagiotti, che dopo una laurea in enologia in Italia ed esperienze lavorative ai poli opposti del pianeta – dalla Napa Valley all’Australia – ha deciso di tornare in California per occuparsi di accoglienza al Castello di Amorosa, il cambiamento climatico è in cima alla lista delle sfide da affrontare.

Fiducia nel futuro

Jason Black e Adam Bitker di Ungrafted Selections, azienda distributrice di vini con sede a New Haven, in Connecticut – la città della famosa Yale University – sembrano un po’ più preoccupati per via dei dazi promessi dal neopresidente Trump, ma entrambi sono guidati da una fiducia verso il futuro e le nuove generazioni: «Mentre i giovani bevono meno, molti di loro sono attratti da vini autentici e artigianali. Nonostante le vendite complessive di vino siano in calo, sono ottimista sul fatto che possiamo continuare a trovare successo in questo tipo di vini», spiega Bitker, a cui fa eco il socio Black: «Una tendenza promettente è che le persone si preoccupano più che mai di cosa bevono, cercando vini di piccola produzione, fatti correttamente».

Una giostra per divertirsi

«Sono un’inguaribile romantica e penso che il futuro darà spazio a chi si farà guidare da passione e dedizione». Sono queste le parole di Chiara Graziani, che nelle sfide legate al suo lavoro da sommelier al Geranium di Copenhagen – uno dei ristoranti più famosi e premiati al mondo – vede solo entusiasmo: «Ho la fortuna di lavorare con una selezione di vini che è l’equivalente di un ingresso al luna park, quindi la sfida è quella di saper ascoltare la richiesta dell’ospite e di conseguenza selezionare la giostra giusta per farlo divertire».

Chiara Graziani, sommelier a Copenhagen (© A. Andrioli)

Storytelling e relazioni

«Leggere chi ho davanti è la cosa più importante», continua Chiara Graziani, «soprattutto quando chi parla è scevro da conoscenze specifiche del mondo del vino, trovo molto efficace chiedere in che mood sia per l’occasione. Le domande poi si adeguano a ogni situazione, ma l’idea è quella di tradurre le nozioni che apprendiamo dal settore accademico e tecnico e metterle al servizio dell’ospite. Che onore e che bel gioco! D’altro canto, quando racconto un vino, fornisco quanto meno un sense of place di ciò che servo per condurre i commensali in un viaggio menzionando un paio di caratteristiche identificative, magari intriganti, ma mai esaustive». Anche per Alessandra Cavallaro il vino è una materia che ben si adatta al racconto: «Il mio lavoro richiede un approccio piuttosto tecnico e analitico, ma per quanto riguarda i miei contenuti personali prediligo uno stile più narrativo. Amo raccontare il vino in forma un po’ romanzata, ma senza snaturarlo».

Autenticità e condivisione

Tommaso Biagiotti adotta lo stesso metodo: «Ogni prodotto ha una sua storia e una caratteristica unica, è importante saperle individuare e comunicarle in modo interessante e divertente». Nella presentazione, nella formazione e nella vendita lo storytelling è, dunque, centrale. «L’unica modalità di vendita che conosco è vendere vini di viticoltori che amo e rispetto raccontando le loro storie, parlare del perché ciò che fanno è unico, speciale e interessante. Il lavoro non è poi così difficile quando i vini sono buoni», spiega Adam Bitker. «Anche le relazioni contano molto. Alla fine, i clienti iniziano a fidarsi», aggiunge Black, per il quale l’autenticità e la condivisione sono altri concetti chiave: «In un’epoca in cui siamo sepolti nei nostri schermi, penso che ci sia un vero bisogno e desiderio umano di prodotti autentici». Sebbene sempre di più su canali virtuali – Instagram su tutti, ma anche YouTube e Spotify, e riguardo a quest’ultima piattaforma Chiara Graziani cita la rivoluzione dei podcast – i vini e i momenti che più emozionano i giovani professionisti sono, prima di tutto, veri e spontanei.

Formazione e meraviglia

Per quanto riguarda la carriera nel settore enologico, i giovani professionisti sono ottimisti e credono nell’importanza della formazione: «È fondamentale formarsi e conseguire delle certificazioni che attestino la propria professionalità», ma anche nella necessità di fare esperienza affidandosi alla guida di figure più esperte che possano svolgere il ruolo di mentore: «Ovunque ci sono spunti interessanti da “rubare”», osserva Biagiotti. «Se vuoi lavorare in questo settore, entra nel tuo mercato – un negozio, un ristorante o un distributore – e impara come funzionano le sue leggi, decidi dove vuoi inserirti e costruisci il tuo sogno come abbiamo fatto noi», dichiara Black, a cui si aggiungono le parole di Bitker: «La cosa più importante è lavorare con persone appassionate di vini veri e desiderose di insegnare. Nel nostro percorso abbiamo conosciuto insegnanti e mentori fantastici».

L’esempio è il miglior insegnamento

Infine, la sommelier Graziani, partita alla volta di Copenhagen per «quelli che dovevano essere due mesi di stage e che sono, a oggi, ormai due anni di amato lavoro», lancia un messaggio motivazionale: «Anche in questo sono una allieva di Alma: “l’esempio è la più alta forma di insegnamento” è un motto (le parole sono dello chef Gualtiero Marchesi, il fondatore della scuola di cucina, ndr) in cui credo e un consiglio per chi vuole intraprendere un percorso lavorativo nel mondo del vino. Bisogna prendere come modello i valori e le persone mosse dalla passione nel fare il proprio mestiere. C’è un sommelier che stimi tanto? Contattalo, fai domande. C’è un ristorante o un’azienda con cui ameresti lavorare, fai richiesta». E con un calice in mano i giovani professionisti non smettono di voler imparare e di essere affascinati dal vino: «Un’emozione recente: Clos de la Roche Grand Cru, Domaine Armand Rousseau 2006, aperto ieri sera per un ospite al ristorante. C’è qualcosa, in certi vini, che fa calare un silenzio contemplativo, come per un’opera d’arte, e che penso non richieda spiegazioni. Al limite suscita domande e, di certo, meraviglia», conclude Chiara Graziani.

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