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Cambia il consumo alimentare in Italia? Ci salva l’export

16 Settembre 2015 Civiltà del bere
La crisi continua a lasciare il segno nel Bel Paese. Anche quest'anno la speranza di una graduale ripresa del mercato interno sembra trovare scarso riscontro nei dati di consumo alimentare degli ultimi mesi, che addirittura registrano un lieve calo delle vendite, soprattutto per quanto riguarda i piccoli esercizi commerciali. Al contempo, però, l'export ci regala qualche segnale positivo in più, specialmente considerando il comparto vinicolo e alcuni Paesi in particolare, come gli Stati Uniti.

Si fa strada un nuovo modello di consumo

Analizzando i dati di Federalimentare, sembra che il protrarsi del contesto di crisi nel Paese abbia comportato addirittura un graduale cambiamento dei modelli di consumo. Di conseguenza, la ripresa del mercato alimentare interno sarà lunga e poco incisiva nel futuro prossimo. Il primo semestre 2015 registra un calo del -0,1% delle vendite alimentari al dettaglio (-0,2% nel secondo trimestre, su indici destagionalizzati), mentre la Gdo vede un lieve miglioramento (+1,3% nel semestre) e ancor più i discount alimentari (+3,6% nel semestre rispetto al 2014): il consumatore cerca la convenienza, anche a discapito della qualità.

L'export traina il settore alimentare

Nel primo semestre 2015 l'export complessivo del comparto alimentare ammontava a 13.869.800.000 euro (+7,3% rispetto al medesimo periodo nel 2014, dati Federalimentare). Aprifila fra le nazioni dove il made in Italy riscuote più successo sono gli Stati Uniti, che con una crescita del +23,5% per oltre 1,7 miliardi di euro si confermano il più caldo fra i mercati di riferimento. L'Unione Europea resta il più vasto bacino e vale oltre 8,5 miliardi di euro: la crescita è più contenuta (+4,1%) ma trainata da Paesi come il Regno Unito (1,28 miliardi di euro, +8,9%), mentre Francia e Germania registrano ritmi di crescita più contenuti (rispettivamente +2,5% per 1,58 miliardi e +2,7% per 2,18 miliardi). I prodotti più richiesti appartengono al settore vinicolo (che con mosti e aceto pesa 2,72 miliardi di euro, il 19,6%), seguiti dal dolciario (1,5 miliardi) e lattiero-caseario (oltre 1,2 miliardi).

Focus vino in Usa

L'Italian Wine & Food Institute di New York descrive il primo semestre 2015 come positivo per il vino italiano, che ha saputo resistere meglio di altri Paesi allo svantaggio di un cambio sfavorevole. L'import vinicolo statunitense tende a contrarsi (-3,8% nel semestre), ma il Bel Paese registra comunque un lieve aumento in quantità (+1,5%), ancor più importante se paragonato all'andamento del mercato per l'Australia (-5,8%), il Cile (-22,9%) e l'Argentina (-3,6%), principali produttori, dopo l'Italia, del vino importato in Usa. Bene anche Francia (+11%) e Portogallo (+28%). Nel primo semestre 2015 il nostro settore ha esportato negli Stati Uniti 1.275.900 ettolitri (contro 1.256.640 ettolitri nel medesimo periodo 2014) per un valore di 641.048.000 dollari (682.951.000 dollari nel 2014). La quota italiana di mercato è pari al 27,9% in quantità e 32,9% in valore; segue l’Australia con il 16,6% in quantità e il 9,9% in valore.

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