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Il Cile scopre il Carignano

26 Luglio 2010 Emanuele Pellucci
Dopo il Carmenère, a lungo confuso con il Merlot (in Italia col Cabernet franc, ndr.) prima che una quindicina d’anni fa un agronomo francese indicasse la reale paternità di quell’uva “anomala” e oggi considerato il vitigno emblematico del Cile, la vitivinicoltura cilena riscopre il Carignano. E lo fa partendo da una delle regioni meridionali, il Maule, tra le più produttive e anche la più colpita dal terremoto del febbraio scorso. Per decenni, ma forse per secoli, questa varietà è stata coltivata insieme al País, vitigno meno nobile, dal quale si ottenevano vini comuni a basso prezzo. A partire dalla metà degli anni Novanta due note aziende, Gillmore e Morandè, hanno cominciato a selezionare l’uva da piante vecchie di almeno 60 anni e a produrre in purezza vini Carignano. Grazie alle particolari condizioni pedoclimatiche della parte meridionale della regione, in particolare nella zona di Cauquenes, sono stati ottenuti ottimi risultati tanto che su un totale di circa 700 ettari di Carignano coltivati in Cile ben 530 sono nel Maule. Il successo di questo vino ha spinto altre importanti aziende a investire sul Carignano che, nelle loro intenzioni, potrebbe diventare un vero concorrente del Carmenère. Di recente è stato costituito il “Club del Carignan”, cui aderiscono 14 prestigiose aziende: oltre a Gillmore e Morandè, ci sono Undurraga, Santa Carolina, Valdivieso, Miguel Torres, De Martino, Via Wines, Canepa, Covica, Odfjell, Garage Wine, Meli e Bravado Wines. Grazie al supporto dell’ente governativo Corfo il progetto Carignano sarà promosso in Cile e all’estero.

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