Dall'Italia Dall'Italia Antonio Calò

I luoghi del Prosecco

I luoghi del Prosecco

Padrone dei colli tra Conegliano e Valdobbiadene, il Prosecco è diffuso in zona da fine Settecento. Ma l’area era votata alla viticoltura già nel Medioevo. La fondazione e il contributo della Scuola enologica al suo sviluppo e alla ricerca scientifica.

Fin da quando, al tempo di re Berengario, intorno alla metà del X secolo, il Friuli si staccò dalla Marca Veronese e nacque la Marca Trevigiana per indicare le terre “che Tagliamento ed Adige racchiude”, si hanno notizie certe sulla coltivazione della vite nelle colline che vanno da Conegliano a Valdobbiadene.

Testimonianze del Medioevo

Nel Medioevo, nella generale ripresa della coltivazione viticola – seguita all’abbandono delle terre causato dal dissolvimento dell’Impero Romano – promossa da nobili e monasteri, svariati documenti testimoniano la presenza di vigneti.
Nel 1077, l’imperatore Enrico IV confermava a Rambaldo di Collalto tutti i beni che questi aveva nel Cenedese (area orientale dell’attuale Veneto compresa tra i fiumi Piave e Livenza, ndr) e Trevigiano con “castella… vineas”.
Ma ciò non attesta solo la presenza di una coltura, piuttosto un segno del miglioramento dei campi, curati e coltivati. Nei contratti di locazione, infatti, ricorre costante l’obbligo “di roncare e sterpare” a testimonianza del passaggio dall’incolto al coltivato.

Ogni Comune con il suo statuto

Era talmente profondo questo sentimento che, all’epoca dei Comuni, i diversi statuti raccoglievano in norme tutto quanto era connesso con il vivere delle città. E Conegliano aveva i suoi statuti dal 1282 ben elaborati, anche se il Codice manoscritto è datato 1488.
Sul finire del XIII secolo, quindi, la raccolta di leggi e consuetudini si presentava ben ordinata; come ricorda il Faldon: “i nostri antichi furono soliti puntualizzare le particolari esigenze e le specifiche situazioni del loro ambiente, della storia e delle loro tradizioni”.

L’ottimo vino di Feletto

Difesa delle tradizioni che significava la constatazione di un antico sviluppo vitivinicolo con il vino, prodotto diventato importante; in molti capitoli infatti la vigna è ricordata per essere protetta e il vino per essere venduto in modo corretto e adeguato.
Con la Repubblica di Venezia la fama dei vini di queste colline continuava. In una Ducale del 6 novembre 1431 di Francesco Foscari al podestà di Conegliano Stefano Erizzo, il vino di Feletto era definito “ottimo”.

Panorama tipico di Conegliano

Antica vocazione all’export

Una Reformazione del Magnifico Consiglio di Conegliano del 20 gennaio 1542 affermava: “… di quanta importanza al momento sia il vender li vini di monte di questo territorio, quali per la maggior parte sono levati et comprati da tedeschi, con utile universale di tutte queste terre”.
Nel 1606 in una Relazione letta al Senato veneziano da Zaccaria Contarini, podestà e capitano di Conegliano si legge: “cavandosi dalli monti… quantità di vini dolci e di altre sorti eccellentissimi, dei quali se ne vanno in gran parte in Alemagna e fino alla corte di Polonia venendo gli stessi tedeschi con propri carri a levarli, pagandoli fino ducati quaranta e cinquanta la botte”.

Amati anche da Papa e imperatore

Riflettiamo allora, sulla vocazione dei nostri produttori a esportare i vini verso il Nord Europa, e proseguiamo. Sempre nello stesso periodo Andrea Bacci (1596) scrive la Storia naturale dei vini e su quelli di questa zona così si esprimeva: “i vini bianchi delle sue collinette, quando sono ben purgati riescono vigorosi… E vini della Marca erano spediti a Venezia, a Roma per i Pontefici…, ed all’Imperatore Federico III”.
Sempre nel 1600 fra Leonardo Alberti, nella Descrittione di tutta l’Italia lodava Treviso per il frumento che dava “bianchissimo pane” e “i perfettissimi vini” che venivano dal “nobile Castello di Conegliano… molto civile, ricco et pieno di popolo, et abbondante delle cose per il vivere dell’huomo”.

La gelata del 1709 e i suoi danni

Tale situazione cambiò radicalmente ai primi del Settecento, a causa di un generale degrado, messo in evidenza da una gelata che, nel febbraio del 1709, distrusse la quasi totalità dei vigneti, accentuando il prevalere di una viticoltura contadina che, per forza di cose, non era più indirizzata verso l’ottenimento della qualità.
Sul finire del secolo XVIII, però, con l’Illuminismo che pervadeva il pensiero e l’azione di nobili spiriti, sorgeranno numerose Accademie di agricoltura e una importante a Conegliano, talché iniziano a prendere corpo azioni mirate alla riqualificazione dei vini.

Un degrado più volte condannato

Negli archivi dell’Accademia si leggono chiaramente le motivazioni del degrado vitivinicolo e gli sforzi, le prove, i suggerimenti, gli studi per riproporre il miglioramento. Nel 1772 Antonio Del Giudice condannava “l’ingordigia dei villici in libertà dalla negligenza dei padroni”; e così nel 1778 Caronelli stigmatizzava il reimpianto dei vigneti dopo la gelata, con varietà scadenti e molto produttive, al posto di quelle più antiche e ricche di qualità come le Bianchette, Pignolo e Marzemino.

Nel Settecento la riqualificazione

Il fatto è poco noto, ma nel Settecento, in questi colli era coltivato anche il Picolit che dava un famoso vino in Friuli, ma che anche a Conegliano aveva solidissima fama, specie quello del nobile Cristofoli, come dimostrano sempre le letture originali dell’Accademia di agricoltura, conservate nell’Archivio storico del Comune.
Fra i vitigni, poi, che in quel fine Settecento si affacciavano nelle coltivazioni vi erano anche le Prosecche, che venivano dalle colline triestine, dall’omonimo comune di Prosecco, dove erano chiamate Glera e dove non acquisiranno mai una specifica fama.

Filari di Carpenè Malvolti, l’azienda creata da Antonio Carpenè, tra i padri della moderna enologia

L’Ottocento e i germogli del successo

Il 1800 passò per larga parte con una situazione triste dal punto di vista delle produzioni vinicole. Ce lo ricordano Angelo Vianello e Antonio Carpenè nel 1874 ne La vite e il vino nella provincia di Treviso, dove vi è un’aspra critica alla coltivazione “antica” e un messaggio teso al miglioramento delle produzioni, con lo sfruttamento di vitigni e zone che potessero esprimere le loro potenzialità, in uno con il rinnovamento delle tecniche ed il diffondersi di professionalità e cultura. –

La fondazione della Scuola enologica di Treviso

Dai semi lanciati dall’Accademia di agricoltura a fine Settecento si sviluppavano, quindi, robusti germogli che Carpenè sapeva comprendere e indirizzare verso un futuro ricco di successi.
Nel 1868 nasceva la Società enologica trevigiana per la fattiva opera svolta proprio da Carpenè e dall’abate Felice Benedetti, presidente del Consorzio agrario. L’ente si poneva scopi di istruzione, attraverso uno Statuto teorico-pratico di enologia e di commercializzazione, con la preparazione di corretti vini da pasto (un Verdiso bianco e un Raboso rosso) e di vini fini, come il Prosecco bianco.

Arriva il nome Prosecco

Questo nome, abbiamo visto, si affacciava a fine Settecento, come ricordavano all’Accademia di Conegliano Francesco Maria Malvolti e Giovanni Nardi: “Noi vediamo allignare sotto i nostri occhi l’uva che produce il Tocai, la Malvasia, il Prosecco”. E da lì iniziava il suo viaggio, la sua selezione (opera di Balbi Valier), fino alle azioni di Antonio Carpenè, che saranno seguite dal figlio Etile ai primi del Novecento, per dare fama a un ineguagliabile prodotto, che in queste colline ha avuto il suo battesimo e la sua qualificazione.
In quella metà 1800, come ricordano Vianello e Carpenè, la coltivazione del Prosecco era distribuita fra Valdobbiadene e Conegliano, con anche maggiore superficie specifica nei colli valdobbiadenesi, che si integravano nei progressi che si espandevano dalla Società enologica trevigiana.

Immagini d’epoca della Scuola di viticoltura ed enologia di Conegliano fondata nel 1876


Nascono le Scuole enologiche

Da queste azioni di rilancio, nel 1876 vedeva la luce la Scuola di viticoltura ed enologia con l’opera di Cerletti, Caccianiga, Cavazza, Comboni, Giunti, Ottavi, Marescalchi, Manzoni, Dalmasso… che hanno davvero segnato il progresso vitivinicolo nazionale.
Una notizia meno nota risale al 1885. Quando si discuteva in Puglia sull’impostazione della Scuola enologica di Gioia del Colle, si poneva l’alternativa se questa dovesse essere diversa da quella di Conegliano “formatrice di scienziati”, perché allora era una Scuola superiore che produceva insegnamento e ricerca, dal momento che non esisteva ancora nelle università la facoltà di Agraria.
Dagli uomini ricordati prese corpo il rinascimento viticolo, e furono brillantemente superate le crisi dovute all’introduzione delle malattie crittogamiche e della terribile fillossera.

La consacrazione del Prosecco

Nel 1923, poi, per iniziativa dell’allora preside della Scuola Giovanni Dalmasso, fu fondata la Stazione sperimentale di viticoltura e di enologia, il primo istituto dedicato unicamente alla ricerca scientifica: “per cui era sentita la necessità di far sorgere una istituzione per lo studio della viticoltura, con l’unico compito di risolvere i tanti problemi che… si presentano ai viticoltori”.
Soprattutto con Cosmo e la sua Scuola continuavano, così, studi e ricerche che accoppiate all’opera di produttori intelligenti hanno fatto del Prosecco il vino che oggi sappiamo padrone indiscusso dei colli che vanno da Conegliano a Valdobbiadene. Zona davvero vocata, che ha conosciuto la magica interazione tra ambiente, vitigno e opera dell’uomo.

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© Riproduzione riservata - 30/07/2020

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