Una piccola patria di 35 ettari e meno di 260 mila bottiglie. Il disciplinare prevede una sola tipologia (rosso fermo secco) e non pone limiti al tipo di contenitore e ai tempi di affinamento. Ma questa libertà non ha impedito lo sviluppo di un’identità territoriale condivisa e ben riconoscibile nel calice

Tra gli Enthusiast 100, ovvero i cento vini più significativi degustati nel 2025 dalla redazione della rivista americana Wine Enthusiast c’è anche un Verduno Pelaverga. Si tratta dell’annata 2023 della Cantina di Diego Morra, attuale presidente di Verduno è Uno, l’associazione su base volontaria che riunisce 17 Cantine delle 35 che rivendicano la produzione di questo vino-vitigno langarolo. La denominazione è minuscola – circa 35 ettari – e insiste su tre comuni dove si produce anche il Barolo: 28 ettari sono ubicati a Verduno, poco meno di 4 a Roddi e 2 a La Morra. Verduno Pelaverga è tra le 9 denominazioni protette dal maxi Consorzio di tutela Barolo Barbaresco Alba Langhe e Dogliani.

Numeri in crescita
Le dimensioni ridotte dell’areale e la sovrapposizione con quello del Re dei vini piemontesi hanno fatalmente limitato lo sviluppo degli impianti e dei volumi, circoscrivendo il Verduno Pelaverga a una sorta di enclave all’interno del distretto del Barolo. Le Cantine che lo producono, praticamente tutte baroliste, continuano (o cominciano) a farlo perché credono fermamente nel valore di questo rosso profumato, agile nel corpo e moderno nel sorso. Nel 2024 sono state messe in commercio 259.593 bottiglie; nel 2023 erano 244.979, nel 2022 234.129, nel 2020 179.980. Al di là delle inevitabili variazioni legate all’andamento vendemmiale, si può quindi osservare un trend di progressiva crescita negli ultimi anni. Lo stesso vale per il prezzo medio della bottiglia, passato dai 10,50 euro del 2015 ai 13,75 del 2020 fino ai 16,50 del 2025.
I 30 anni della Doc
Il riconoscimento ufficiale della Doc risale al 1995 e nel 2025 i produttori hanno festeggiato il trentennale. «Si tratta di un traguardo importante, che testimonia il successo di un vino che è espressione autentica del territorio e della grande passione di chi lo produce», esordisce Diego Morra. «Il nostro impegno, come associazione Verduno è Uno, è quello di continuare a promuovere attivamente questa piccola patria. L’intento collettivo è lavorare congiuntamente per salvaguardare e custodire l’unicità di questo vino – anche a fronte delle sfide che ci pone il cambiamento climatico – valorizzando le specificità del vitigno Pelaverga piccolo e adattando il lavoro in vigna per riuscire a garantire sempre un’uva di alta qualità».
Il rilancio a partire dagli anni Settanta
La storia del Verduno Pelaverga prese avvio negli anni del secondo dopoguerra. In particolare l’azienda Comm. G.B. Burlotto aveva mantenuto viva l’antica tradizione di vinificare separatamente il Pelaverga presente nei vigneti di Nebbiolo, Barbera e Dolcetto. «Nel 1972, su iniziativa della Cantina del Castello di Verduno, furono impiantati nuovi vigneti e ben presto anche altre aziende della zona decisero di seguirne l’esempio», racconta il presidente Morra. «Questo passaggio rappresenta il nucleo del progetto dell’Associazione dei produttori di Verduno, che si costituirà ufficialmente nel 2000, ma che operava in via informale già dagli anni Ottanta. Sei le aziende fondatrici: oltre al Castello di Verduno, Fratelli Alessandria, Comm G.B. Burlotto, Gian Carlo Burlotto – Cantina Massara, Bel Colle e Vinandolo di Antonio Brero».

Il Pelaverga piccolo
Nel 1989 il comune di Verduno mise a disposizione un terreno di proprietà nel prestigioso cru Monvigliero per la creazione di una vigna sperimentale, coinvolgendo le facoltà di Agraria e gli istituti di Coltivazioni arboree delle Università di Torino e Milano, l’Istituto sperimentale per la viticoltura di Asti e il Seminario permanente di Luigi Veronelli. Con un grande lavoro di squadra furono analizzati i biotipi del Pelaverga di Saluzzo, del Pelaverga Cari di Chieri, dei Pelaverga coltivati a Verduno e di quelli presenti nel Canavese. Le analisi permisero di fare chiarezza tra i diversi cloni e le loro effettive parentele. Si arrivò così alla conclusione che solo il Pelaverga di Saluzzo e il Pelaverga Cari di Chieri fanno capo al Pelaverga grosso; mentre il Pelaverga coltivato a Verduno e quello presente nel Canavese sono due varietà ampelografiche diverse dal Pelaverga grosso oltreché differenti fra loro. Il Pelaverga diffuso nell’areale di Verduno è stato identificato come Pelaverga piccolo, così denominato per le dimensioni più ridotte dell’acino.
Caratteristiche varietali
Nel 1994 l’iscrizione nel Registro nazionale delle varietà di vite del Pelaverga piccolo (il Pelaverga grosso era già stato censito nel 1991) ha dato il la all’iter per il riconoscimento della Doc Verduno Pelaverga, avvenuta l’anno successivo. Si tratta di un vitigno molto adattabile alle condizioni geoclimatiche e di grande vigoria, con una buccia di spessore medio e un germogliamento medio-tardivo (tra la Barbera e il Nebbiolo) capace di resistere alle gelate primaverili. Il disciplinare di produzione prevede una sola tipologia (rosso fermo secco), che deve essere ottenuta da uve di varietà Pelaverga piccolo per almeno l’85%. Al restante 15% possono contribuire altre varietà a bacca nera del Piemonte, ma quasi tutti i vini in commercio sono prodotti in purezza perlopiù a partire dai cloni storici della vigna sperimentale di Monvigliero degli anni Settanta.
L’inconfondibile speziatura
Il disciplinare non prevede tempi minimi di affinamento e anche il tipo di contenitore da utilizzare per la maturazione è a discrezione dell’azienda. Questa grande libertà non ha impedito ai vini della denominazione di distinguersi per una timbrica comune e un profilo aromatico identitario, orgogliosamente territoriale e varietale. Il descrittore più evidente è la spezia e in particolare il pepe (bianco e verde), ma i riferimenti spaziano dal curry al coriandolo, dalla noce moscata ai chiodi di garofano. Come spiega il ricercatore del Crea – Centro di ricerca viticoltura ed enologia di Asti Maurizio Petrozziello: «Le analisi hanno rilevato una concentrazione significativa di rotundone (circa 40 ng L-1), che è noto per conferire una nota di pepe distintiva e ha una soglia olfattiva molto bassa (16 ng L-1 nel vino)». Il corredo aromatico è completato da sentori fruttati di lampone, more, ciliegie e agrumi. Al palato, l’acidità è vibrante e il tannino poco invadente. I Verduno Pelaverga Doc sono rossi di media struttura, astringenza ridotta, bella freschezza e persistenza. Proprio quel che ricerca il consumatore contemporaneo.
La vendemmia 2024 all’assaggio
L’annata 2024, l’ultima in commercio, è stata leggermente tardiva, con un inizio di vendemmia intorno al 12 ottobre. Molto piovosa rispetto alla media, nel complesso calda, poco ventilata, con escursioni termiche limitate ma picchi termici scarsi. Tutto ciò ha portato a gradazioni alcoliche contenute, buona acidità, uno stato sanitario delle uve buono a fronte di rese contenute. Gli assaggi targati 2024 dei vini delle Cantine socie di Verduno è Uno ci hanno confermato una grande coerenza di fondo. Il fil rouge è certamente la valorizzazione dei tratti varietali, pur nel quadro di scelte produttivo-stilistiche differenti. In alcune espressioni prevale la nota fresca e fruttata, mentre altre giocano maggiormente sull’eleganza e la speziatura. Il Basadone del Castello di Verduno colpisce per la precisione e la freschezza, con richiami di fragole e ciliegie. Grande agilità e fragranza anche per il Verduno Pelaverga di Sordo, dal tannino vellutato. Lo Speziale di Fratelli Alessandria ha una timbrica più intensa che vira verso il pepe verde e il cioccolato. Convincono anche le prove d’autore di Poderi Luigi Einaudi, dove gli accenni balsamici si sommano a una speziatura ricercata, e di Comm. G.B. Burlotto, dall’intonazione profonda e orientaleggiante grazie anche a un passaggio in legno.
Obiettivi e prospettive future
L’associazione Verduno è Uno è impegnata in attività di promozione e comunicazione su scala regionale, italiana e internazionale. «Cerchiamo di porre l’attenzione sulle potenzialità in termini di abbinamenti gastronomici e sulla versatilità che rende il Verduno Pelaverga un vino interessante per culture e tradizioni culinarie assai differenti. Ci sentiamo ambasciatori di un territorio, e non solo di un prodotto, intendendo per territorio il suo bagaglio storico, culturale, artistico e naturalistico», spiega Diego Morra. L’obiettivo, nel prossimo futuro, è rafforzarne e incoraggiarne la vocazione turistica, d’intesa con le istituzioni. «Per questo siamo pronti ad accogliere e fare squadra con i nuovi colleghi che, sempre più, si stanno affacciando alla denominazione».
L’atto di coraggio su cui molti stanno ragionando? Imprimere una connotazione ancora più territoriale: eliminando dall’etichetta il nome del vitigno e lasciando solo Verduno Doc, alla maniera dei grandi rossi di Langa Barolo e Barbaresco. Il disciplinare già lo consente, tocca alle aziende prendere la decisione.