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Elena Fucci: un solo vino, figlio della quota

5 Settembre 2013 Roger Sesto
«Uno dei più grandi complimenti rivolti al mio Titolo, Aglianico del Vulture Doc? La sua riconoscibilità, che poi è sinonimo di identitarietà territoriale». Così esordisce Elena Fucci (nella foto), proprietaria dell’omonima realtà di Barile, giustamente orgogliosa (www.elenafuccivini.com). «Chi viene a visitare la nostra azienda, si ritrova su di un altopiano vulcanico a 600 metri sul livello del mare, dai suoli fortemente minerali, scuri e pozzolanici, dai quali traspare ancora l’attività dell’antico vulcano, che trasmette nel bicchiere tratti inediti rispetto ad altri territori. La critica mi definisce “moderna ma non modernista”, moderna per aver saputo comprendere le reali necessità del vitigno in termini di maturazione e affinamento, ma sempre senza stravolgere le caratteristiche del frutto. Il tutto con l’aiuto di mio nonno Generoso, che, nonostante i suoi 86 anni, segue personalmente e quotidianamente i vigneti». Continua Fucci: «Il nostro lavoro in vigna è una vera e propria opera di giardinaggio, nel pieno rispetto della natura e dei suoi cicli; per esempio, per legare le viti usiamo la ginestra, che lasciamo essiccare durante l’estate». UN'UNICA ETICHETTA - Ecco il racconto di alcune vecchie annate di Titolo, custodite in cantina: «La più vecchia che abbiamo è la 2000: ne ho stappata una di recente ed era particolarmente in forma, con davanti a sé ancora tanti anni... E d’altra parte l’Aglianico, geneticamente cugino del Nebbiolo, con quella sua acidità e quei tannini pronunciati, ben si presta a tradursi in nettari di lungo corso». Ci colpisce la scelta particolare di produrre una sola etichetta. «Personalmente ho deciso di puntare tutto su un unico prodotto, che sia rappresentativo del mio territorio; considerando la materia prima dalla quale partivo, ho ritenuto opportuno operare in questo modo». E lo storico di cantina? «È fondamentale! Rappresenta la crescita e la vita stessa di un’azienda vitivinicola. Non avere un archivio dei propri vini sarebbe come non avere un album fotografico di quando si è bambini. Se devo essere sincera, non riesco a scegliere tra le annate: ognuna di esse rappresenta la rispettiva vendemmia e quel particolare momento della mia vita e delle persone che mi stanno vicine; quindi per me sono tutte virtualmente sullo stesso piano e lascio ai critici i commenti tecnici volti a evidenziarne differenze e peculiarità».

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