I vini che nascono nei 400 ettari a vigneto della denominazione sono rari, freschi e verticali e sposano il gusto contemporaneo. Le ultime novità nel disciplinare e nella comunicazione, che punta a definire l’identità di un territorio sfaccettato

La Valle d’Aosta è più piccola regione d’Italia, la meno popolata (125.000 abitanti) e la meno produttiva a livello vinicolo. Ma non è la cenerentola del mondo del vino: sta per essere riscoperta. I suoi vini di montagna eroici, sia bianchi sia rossi, sono espressione di un gusto attuale e contemporaneo: freschezza, tensione, bevibilità, finezza tannica, verticalità. Sono vini rari, unici, che attirano l’attenzione dei consumatori curiosi, che cercano nicchie di eccellenza. A sentire i produttori, qui non ci sono giacenze, il vino viene venduto e finisce ogni anno sempre prima.
Le modifiche del disciplinare
Il Consorzio della Valle d’Aosta nasce nel 2022. Da giugno 2025 a guidarlo è Nicolas Bovard, 29 anni, che è anche al secondo mandato come presidente della Cave Mont Blanc de Morgex et La Salle (cooperativa celebre per il Prié blanc, vitigno a piede franco d’altura che dà vita al Blanc de Morgex et de La Salle). «Abbiamo lavorato alla modifica del disciplinare», afferma Bovard, «che ora è in fase di verifica al ministero Masaf. È stata introdotta la tipologia Spumante Valle d’Aosta Doc (l’unico che è attualmente possibile produrre come Doc è il Metodo Classico Blanc de Morgex et de La Salle, nda) che comprenderà vitigni sia autoctoni, sia internazionali. I motivi sono semplici: abbiamo vitigni adatti per fare bollicine di montagna ed era giusto mostrare trasparenza anche nei confronti del consumatore, considerando che senza Doc non sono scritti in etichetta i vitigni usati».
Le altre novità e le cooperative
Altre modifiche riguardano l’eliminazione dei limiti delle quote altimetriche dei vigneti, l’introduzione della menzione Riserva e l’inserimento di una nuova tipologia, il Claret, a base Nebbiolo per il 75%, il restante altri vitigni autoctoni, con leggero appassimento delle uve. Il consorzio con i suoi 54 associati raggruppa il 97% della produzione valdostana. Le sei cooperative associate (Cave Mont Blanc de Morgex et La Salle, Cave des Onze Communes, Caves Cooperatives de Donnas, La Crotta di Vegneron, CoEnfer, La Kiuva) producono circa il 55% del totale regionale, pur essendo di piccole dimensioni: la più grande, Cave des Onze Communes produce circa 500.000 bottiglie, la più piccola, La Kiuva, 10.000.
Le iniziative del consorzio
«Interessante notare», racconta Bovard, «come a metà anni Settanta le cooperative supportate dalla Regione avevano spazi dedicati alla cantina nel suo complesso, al punto vendita, alla cucina tipica. Poi la ristorazione si è sviluppata e le cooperative hanno destinato i locali per i pasti alle sale di degustazione, anche se per esempio La Kiuva fa ancora ristorazione». Attualmente il turismo, anche quello enogastronomico, sta andando bene (a detta degli intervistati i dati sono di 250.000 presenze annue), ma cinquant’anni era una visione avanguardistica.
Dalla sua nascita il consorzio organizza “Vini In vigna”, un evento con i produttori in presenza e aperto al pubblico. Inoltre, si è strutturato per una presenza consortile al Vinitaly e pianifica delle degustazioni interne tra produttori su specifici vitigni. Un’idea che potrebbe concretizzarsi relativamente a breve è quella di istituire un’anteprima dei vini valdostani dedicata alla stampa.

La distribuzione e la ricerca
«Tendenzialmente i nostri vini», commenta Bovard, «sono distribuiti per il 30% in vendita diretta, 30% Horeca e 40% Gdo. L’esportazione è intorno al 15%, ma è in crescita». Per quello che riguarda la parte agronomica il consorzio ha attivato una collaborazione con l’Institut Agricole Régional per lavorare sulla selezione clonale, in modo di evidenziare i cloni meno produttivi e anche per condurre delle ricerche sulla gestione fitosanitaria.
La Valle d’Aosta Doc in numeri
Gli ettari vitati sono 490, di cui 400 a Doc. Fino a due anni fa le autorizzazioni per gli impianti annuali erano di soli 10 ettari, poi aumentati su richiesta a 30. La produzione potenziale al 2025 è di 2.100.000 bottiglie. Il numero dei vitigni contemplati dalla Doc arriva a 19 e molti sono praticamente sconosciuti fuori dalla Regione. «Come consorzio», dichiara Bovard, «ci stiamo concentrando per dare un’identità al territorio, cominciando a promuovere la Doc con il Blanc de Morgex et de La Salle (vitigno Prié blanc), la Petite Arvine, il Fumin, il Torrette (Petit Rouge almeno al 70%), il Donnas (Nebbiolo almeno all’85%), lo Chambave Muscat. È il primo passo della nostra comunicazione, al quale ne faremo seguire gli altri». In effetti, pur essendo piccola, la Valle d’Aosta è complicata da recepire, sia per i tanti vitigni, sia per i diversi vini.
Le caratteristiche della viticoltura di montagna
La Valle d’Aosta è divisa in tre parti, Bassa, Media e Alta; la Dora Baltea, che attraversa la regione, suddivide i vigneti alla sinistra orografica, denominata Adret, in cui si concentra la maggior parte della superficie vitata valdostana, e alla destra orografica, chiamata Envers. La denominazione che gode di grandi escursioni termiche e di brezze termiche che, unite alle scarse precipitazioni, ostacolano le malattie fungine. I suoli sono tendenzialmente sabbiosi e limosi, con abbondante scheletro. Data la forte pendenza dei terreni si ricorre molto al terrazzamento con muretti a secco per aumentare la superficie disponibile, cosa che, di fatto, impedisce qualunque tipo di meccanizzazione. È una viticoltura di montagna, parcellizzata, spesso eroica; le ore di lavoro possono arrivare a una media di mille all’anno. Non è un caso che sia nato qui il Cervim (Centro ricerca, studi, salvaguardia, coordinamento e valorizzazione per la viticoltura montana).
I punti di forza della Valle d’Aosta Doc
La Valle d’Aosta Doc ha sicuramente dei punti di forza importanti: l’unicità e la rarità di vini sfaccettati, freschi, sapidi, che incontrano il gusto attuale; una grande varietà di tipologie di vini che possono accontentare il consumatore curioso; il cambiamento climatico che qui è stato positivo, portando maggior maturazione delle uve e rendendo così i vini migliori; il ricambio generazionale (la Bassa Valle però soffre di più) e nuovi giovani che vogliono ritornare alle radici; la risvegliata imprenditorialità dei produttori che investono in tecnologia e in ospitalità in un’ottica moderna e più strutturata.
Alcune criticità
Sull’altro lato della bilancia pesano i numeri piccoli; la necessità di lavorare sulla comunicazione per far conoscere i vini e per trasmettere un’identità più chiara; il prezzo elevato rispetto ad altri areali a causa delle ore di lavoro in più in relazione alla viticoltura estrema; la difficoltà di reperimento di materiali e forniture in loco; la scarsità di risorse economiche a disposizione del consorzio; la mancanza di energie umane necessarie allo sviluppo; i pochi fondi per la ricerca, che dovrebbe invece essere implementata; una carenza di visione complessiva come brand regionale Valle d’Aosta, che il consorzio sta cercando di stimolare, a causa dell’individualismo.