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Quelli che… di che community sei?

17 Luglio 2017 Stefano Tesi
Nulla di più facile, nel mare magnum di Facebook, che trovarsi iscritti, spesso in contumacia, a qualcuno dei cosiddetti gruppi (o community). Cioè a quelle aggregazioni virtuali che hanno la velleità (da parte di chi le fonda, si capisce) di costituire delle "comunità” di riferimento per gli appassionati del settore a cui il gruppo stesso è dedicato. Poteva il mondo del vino fare eccezione? No. E infatti non la fa. Anzi, quella delle community Facebook a tema vino sembra essere diventata un’epidemia visto che, per gemmazione, ne nascono ormai come funghi e con specificazioni sempre più fantasiose. Ma sarebbe un errore attribuire il fenomeno solo all’esibizionismo di singoli in cerca di visibilità o di luoghi di sfogo. Gli eno-gruppi Facebook meritano viceversa un esame più analitico. Proviamo quindi a entrare nel merito, procedendo per tipologie.
Quelli che “io bevo più di te”
Nessuno degli iscritti lo dice apertamente ma, a giudicare dal numero delle bottiglie ritratte nelle immancabili foto, è evidente che chi le pubblica vuole mostrare i muscoli. Soprattutto quelli del gomito.
Quelli che “io bevo meglio di te”
Raccolgono di norma gli stessi del gruppo precedente, ma filtrati per maggiore disponibilità economica. Invece di onesti Lambrusco ostentano bottiglie bordolesi da molti zeri, ovviamente vuote.
Quelli che “io me ne intendo più di te”
Sono specializzati in vini oscurissimi, introvabilissimi o miticissimi. Qui, più che un vezzo, la foto probatoria è una necessità. Non di rado, i membri di questo e del gruppo 2 si intersecano.
Quelli che “il cavatappi è mio e il vino lo bevo io”
Sono i gruppi creati da un singolo che cerca visibilità e che quindi posta solo commenti propri, iscrivendo di nascosto centinaia di membri tanto per far numero e ostentare seguaci.
Quelli che “sono un critico anch’io”
In tal caso l’amministratore-grafomane ha velleità di giornalista e sciorina quotidianamente recensioni forbitissime. Se bevesse davvero tutto ciò di cui parla, sarebbe morto di cirrosi da anni.
Quelli che “il vino è un evento”
Ne fanno parte due categorie di persone: quelle che gli eventi attorno al vino li organizzano e quelli che, frequentando gli eventi stessi, cercano di ingraziarsi gli organizzatori pubblicizzandoli.
Quelli che “si parla di vino, soprattutto del mio”
Li gestisce un produttore che, con la scusa del gruppo per scambiare idee, in realtà reclamizza, scopo vendita, solo i propri vini o quasi. Spesso affida la gestione all’addetto stampa.
Quelli che “ebay mi fa un baffo”
Riuniscono chi compra e, più spesso, vende vino on line, in forma estemporanea o organizzata. Si ignora il numero degli affari andati davvero in porto e delle truffe messe a segno attraverso il sistema.
Quelli che “io mi autopubblico”
Pericolosa degenerazione del gruppo 5: vi si concentrano giornalisti, blogger e presunti entrambi che, siccome nessuno li fila sulla stampa o sui siti veri, usano Facebook per illudersi di avere lettori.
Quelli che “io c’ero e tu no”
Palestra preferita di chi frequenta degustazioni esclusive e ama farlo sapere in giro. Di norma, la foto è condivisa coi fortunati commensali e corredata di aggettivi acconci, dei quali il più frequente è “irripetibile”. Naturalmente esistono anche molti altri tipi di enogruppi Facebook, spesso serissimi. Solo che anch’essi sono ormai così numerosi che consultarli con regolarità è impossibile. Così alla fine tutti pubblicano tutto e nessuno legge nulla. Ma la colpa non è del vino.  
Questo articolo è tratto da Civiltà del bere 3/2017. Per leggere la rivista acquistala sul nostro store (anche in formato digitale) o scrivi a store@civiltadelbere.com

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