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Che c’è di nuovo in Nuova Zelanda

10 Aprile 2020 Alessandro Torcoli
Che c’è di nuovo in Nuova Zelanda

Abbiamo coperto 1.078 chilometri in 6 giorni, tra il punto più a nord della Nuova Zelanda (Auckland) e quello più a sud (Christchurch). E ne abbiamo tratto 15 storie differenti, di piccoli e grandi, orti e industrie. Il Sauvignon blanc domina, ma ogni zona sta cercando la sua strada.

Il racconto di un viaggio è sempre parziale e partigiano. Parziale, perché lo scopo non è rappresentare l’intero, ma condividere ciò che ci ha colpito e che riteniamo possa essere interessante, magari sbagliando. E partigiano perché il delirio d’onnipotenza dello scrittore, per quanto umile, si esprimerà secondo la propria sensibilità. E con questo spirito siamo partiti per la Nuova Zelanda.

Il nostro viaggio in Nuova Zelanda: 14 aziende da visitare

In verità, avevamo anche due complici: il New Zealand Trade and Enterprise, ente che promuove l’economia locale, e il consolato neozelandese a Milano. Con generosità, entrambi hanno assecondato i nostri desideri, che avevamo riassunto in questi due concetti tra loro opposti: grande e piccolo, innovativo e tradizionale. E potete giurarci, la Nuova Zelanda ci ha fatto divertire perché – un po’ come l’Italia – il Paese è così pieno di contrasti, e non è stato poi difficile organizzare un viaggio perfetto e anche molto movimentato, per cui divertente: 6 giorni, 1.078 chilometri tra il punto più a nord (Auckland) e quello più a sud (Christchurch), 5 voli interni, 14 aziende visitate.

Così diversa e così simile all’Italia

Un po’ come l’Italia, dicevamo. E così vale per la conformazione fisica della Nuova Zelanda, stretta e lunga, oltre 2.000 chilometri, e la sagoma di stivale, ma rovesciato, dove il “tacco” è a Nord, ma – dato che si trova nell’altro emisfero – è come in Italia la zona a clima caldo. Infatti, le più grandi differenze viticole variano tra il “caldo nord” e il “freddo sud”. Per il resto, sono molte le differenze con il nostro Paese, a partire dal fatto che la Nuova Zelanda si divide in due grandi isole.

Auckland

Prima tappa:

Auckland, un buon punto di partenza

Siamo atterrati a Auckland, città entrata nell’immaginario collettivo per la baia e le sue regate. E nell’immaginario del sommelier, per i suoi Chardonnay, i tagli bordolesi e per essere sede di colossi quali Villa Maria, nonostante in realtà quest’area viticola abbia perso il primato della vigna (che è di Marlborough). Il clima qui è marittimo, moderatamente caldo con una buona ombreggiatura di nuvole frequenti, piovosità piuttosto alta e quindi un discreto tasso di umidità. «È per questo che abbiamo piantato l’Albariño», ci spiega Victoria Kennedy, business development manager di Babich Wines, la prima azienda che visitiamo in terra kiwi, mentre ci mostra la vigna storica piantata di fronte.

Victoria Kennedy, business development manager di Babich Wines

Babich Wines, una storica famiglia del vino in Nuova Zelanda

Josip Babich, croato, avviò l’attività nel lontano (per gli standard locali) 1916. Furono molti i migranti da Dalmazia e Croazia che raggiunsero la nuovissima e lontanissima Zelanda con viaggi di speranza che dovrebbero ricordarci, come quelli degli italiani oltreoceano, che l’esistenza è una ruota che gira. Un video emozionante ci accoglie in cantina e parte proprio da qui, dall’epopea dei Babich. Oggi è all’opera la terza generazione, che gestisce 13 vigne per un totale di 540 ettari, qui, ma anche a Hawke’s Bay e a Marlborough. L’azienda esporta il 90% del vino in 55 Paesi (Usa e Australia primi mercati), per un totale di 6 milioni di bottiglie a marchio Babich (80% autoprodotto e 80% Sauvignon blanc di Marlborough).

Il filo conduttore? Eleganza (e sostenibilità)

Assaggiando i vini di Babich Wines troviamo un filo conduttore: l’eleganza, la rinuncia ai “do di petto” di alcuni esempi di Sauvignon locale. La famiglia Babich si è posta nel solco di una corrente fortissima, non più solo in Nuova Zelanda, ma che qui è avviata da tempo: la sostenibilità. Una grande vigna a Marlborough è già certificata, vi sono anche le arnie per le api (sentinelle di salubrità) e vi pascolano le pecore.

Seconda tappa:

Hawke’s Bay e i grandi rossi di Gimblett Gravels

Lasciamo questa vivace città (dove consigliamo una sosta golosa al Depot Eatery and Oyster Bar, all’ombra della Sky Tower) ed è rapido il passaggio da Auckland a Hawke’s Bay, verso sudest sulla stessa isola del Nord, con il primo dei voli interni, che si prendono più o meno come a Milano si usa la metropolitana: biglietto e via, nessun controllo di sicurezza, con arrivo all’aeroporto 15 minuti prima della partenza. Catherine Rusby, energica signora che promuove i vini della baia, non ha dubbi sul primato locale: il clima caldo e secco dà vita a Chardonnay e Syrah da competizione. Si trova qui una delle terre più vocate per i grandi rossi: Gimblett Gravels, suoli rocciosi e alte temperature nella stagione vegetativa.

Andreas R. Weiss (in t-shirt scura), patron di Elephant Hill a Hawke’s Bay, con l’enologo Steve Skinner

Una visita da Elephant Hill

Per inciso, Gimblett Gravels non è una sorta di Doc, ma un marchio commerciale collettivo. Siamo nei pressi di Napier, realtà per lo più rurale, ricostruita in art déco dopo il terremoto del 1931, e Hastings, dove hanno sede molte aziende vinicole. Il colpo d’occhio è incantevole, la baia accogliente, anche se termina a Cape Kidnappers (“Capo dei sequestratori”), nome non altrettanto sereno. Ma noi ci fermiamo prima, per visitare un’azienda che, all’opposto di Babich, ha raccolto le sue prime uve nel vicino 2007: Elephant Hill, dove ci accoglie Andreas R. Weiss, di origine tedesca, di cui conserva l’accento. Se vogliamo usare un luogo comune, precisione e ordine teutonici si respirano anche tra le mura di questa struttura dove si lavora con fermentazioni separate fino alla realizzazione dei blend.

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