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Ritorno al futuro (anche in vigna e in cantina)

6 Maggio 2020 Alberto Antonini
Ritorno al futuro (anche in vigna e in cantina)

Dopo il tramonto della “ricetta” francese a ogni costo, il decennio appena concluso punta l’attenzione sugli autoctoni trattati con tecniche di vinificazione locali. Ora l’obiettivo in vigna e in cantina è ottenere vini autentici, puri e che rispecchino il terroir.

Negli ultimi 10 anni si è assistito al declino della colonizzazione francese, fenomeno che è stato devastante nei decenni precedenti. Come tutte le colonizzazioni ha “asfaltato” varietà locali e tradizioni enologiche, in definitiva l’essenza di molte regioni.

In Argentina l’autoctono Malbec è tornato agli antichi splendori

Adesso si riscopre il valore delle varietà locali

Ricordo, per esempio, la mia prima visita in Argentina. Mi conquistarono le meravigliose vigne centenarie di Malbec nelle quali nessuno credeva. Erano tutti convinti che i grandi vini si potessero fare solamente con Cabernet e Merlot (come avevano detto loro i bordolesi che frequentavano la regione) e che il Malbec fosse una varietà minore e di qualità modesta, ormai in via di estinzione nel taglio bordolese. Meno male che non tutti la pensavano così, e infatti oggi il Malbec è tornato agli splendori che merita.

Il caso dell’Armenia

All’inizio dell’ultimo decennio andai in Armenia e mi colpì l’ambiente straordinario con vigneti ultracentenari di Areni su suoli calcarei tra i 1400 e i 1600 metri di altitudine. Ma anche qui il vino considerato migliore era un blend di Cabernet Sauvignon, Merlot, Petit Verdot e Syrah, in un Paese dove si è iniziato a produrre vino 7.000 anni fa e dove ci sono oltre 200 varietà autoctone, alcune delle quali fortunatamente oggi danno vita a vini straordinari, dimostrando al mondo che “yes we can”.

Il monastero Khor Virap davanti all’Ararat in Armenia


La Francia come unico modello

Questo fenomeno ha avuto un impatto forte anche in regioni vitivinicole di grande storia, dove certi fenomeni come i Supertuscan sono stati un’autodichiarazione di mancanza di fiducia nelle nostre varietà e nelle nostre tradizioni enologiche, ritenendo che l’unica maniera per farsi accettare come produttori di qualità fosse incrociarsi con i francesi e adottare le loro uve e le loro tecniche produttive.

Torna la fiducia nella tradizione

Forse data la prospettiva storica era una necessità, e non è stato quindi un fenomeno del tutto negativo. Meno male, però, che è finito, lasciando memorie indelebili ma anche creando le condizioni per recuperare la fiducia nella toscanità. Oggi c’è sempre più la voglia di conoscere tutto quello che fino ad ora è stato sconosciuto; cresce la consapevolezza che ciò che beviamo è solo una piccola percentuale di quello che la natura può offrire in termini di luoghi e di varietà di uva da vino. Uscire da questa colonizzazione diventa quindi una necessità.

Un terreno di origine vulcanica

Il declino della viticoltura convenzionale

In Argentina, a Mendoza, sono rimasto colpito da un’immagine che mi ha fatto riflettere a lungo a partire da 20 anni fa; da un lato c’era un vigneto centenario, un’opera d’arte che ancora dava frutti straordinari, e dall’altro uno che dopo 20 anni aveva gravi problemi di salute e a 25 sarebbe stato sostituito perché ormai terminale. In questa foto la cosa strana era che a fianco dei capolavori (nella Rioja spagnola, a Mendoza in Argentina o a Itata in Chile) c’erano un Pablo e un Juan con pochi denti, un cappello rotto e senza istruzione; invece accanto ai vigneti che stavano morendo giovani c’erano gli agronomi, come me, che avevano studiato anche in più di un’università.

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