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Anthony d’Anna racconta il vino italiano a Melbourne

14 Dicembre 2016 Civiltà del bere

«Quando ci trasferimmo in Australia, c’era un accesso limitato ai prodotti italiani e mio padre comprò un negozio, insieme a mio zio, per servire la comunità. L’attività aveva anche una licenza per la vendita di alcolici e questo segnò l’inizio di Boccaccio Cellars, il nostro attuale wine store». È davvero difficile sintetizzare in poche righe la storia dei d’Anna e di Anthony dAnna in particolare.

Dal negozio di famiglia alla società import

Italo australiano di seconda generazione, Anthony è sempre stato coinvolto nelle attività di famiglia. Dai primi passi presso Boccaccio Cellars, wine store nel quartiere di Balwyn a Melbourne (alle cui iniziative ancora partecipa insieme al fratello Stefano e al cognato Domenico) a Mondo Imports, società specializzata in vini italiani, di cui dirige le operazioni. «Nel 1996 con mio fratello gemello Franco e Domenico abbiamo piantato alcuni ettari e iniziato la nostra produzione in Yarra Valley. Mentre mio fratello ha continuato a occuparsi della vigna (Hoddles Creek, ndr), io mi sono reso conto che quel tipo di lavoro non era fatto per me e, considerando l’esperienza già fatta con Boccaccio Cellars, ho deciso di riprendere le attività di Mondo Imports, fondata da mio padre anni fa e poi abbandonato per mancanza di tempo».

La Mondo Imports di Anthony d'Anna oggi

Non è successo tutto in una notte, precisa Anthony: «Solo dieci anni fa non avevamo ancora avviato la nostra impresa, mentre oggi Mondo Imports ha una media di 100 container scaricati all’anno di cui 20.000 bottiglie di solo Prosecco. La nostra filosofia è particolare. Noi siamo italiani e capiamo l’ Italia. Per questo importiamo solo varietà autoctone da zone di provenienza tipica».

La cultura enologica prima di tutto

Ricoprendo ruoli in tutti i rami della filiera (importazione, vendita al dettaglio, distribuzione on-premise, ovvero ristorazione ed enoteche) chiediamo ad Anthony quale sia il posizionamento del vino italiano sul mercato australiano. Senza esitare, afferma: «I vini italiani vanno bene, ma c’è ancora molta strada da fare. Credo fortemente che la chiave della crescita sia nella formazione, specialmente sui vitigni, sulle diverse sottozone e sui comuni di origine». Parliamo del Barolo ad esempio. «Ritengo sia necessario comunicare le differenze tra i vari comuni per far comprendere le differenze tra un Barolo proveniente da La Morra o da Castiglione Falletto e quindi anche quelle nei tempi di invecchiamento, nelle caratteristiche, ecc. I consumatori devono imparare perché parliamo di territorialità per riuscire poi ad apprezzare i diversi produttori e fare scelte consapevoli.

"Non ci limitiamo a offrire in assaggio i vini, ma raccontiamo una storia"

Da poco abbiamo realizzato un evento, la Festa del Barolo, proprio con l’obiettivo di presentare la denominazione in tutte le sue sfaccettature». Non a caso, Anthony è un assiduo organizzatore di wine tasting aperti al pubblico (gratuiti ogni sabato pomeriggio) ed è sempre impegnato in prima linea in attività di formazione allo staff di sala. «Le degustazioni sono sempre un gran successo, anche quando presentiamo varietà più oscure come il Grillo, la Verdeca o il Nerello Mascalese. Noi non ci limitiamo a offrire in assaggio i vini, ma raccontiamo una storia, quella dei vitigni e del territorio da cui provengono, allo scopo di formare un consumatore consapevole, che sia in grado di scegliere un’etichetta da una carta dei vini o da uno scaffale con sicurezza».

Questo articolo è tratto da Civiltà del bere 05/2016. Per continuare a leggere acquista il numero nel nostro store (anche in edizione digitale) o scrivi a store@civiltadelbere.com. Buona lettura!

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