Originario di Bordeaux, è stato uno dei primi professionisti a costruire una carriera internazionale, collezionando 200 consulenze in oltre 20 Paesi, dall’Europa all’America, passando per Sudafrica, India e Cina. Ritratto di una “rockstar” amata e criticata
Per essere i numeri uno ci vuole un grande talento, un’incrollabile determinazione e una notevole dose di savoir-faire, concetto tanto caro (e chiaro) ai francesi. Michel Rolland possedeva tutte queste doti e infatti è stato uno dei più grandi enologi degli ultimi cinquant’anni. Usiamo il tempo verbale passato perché nei giorni scorsi è arrivata la triste notizia della sua morte improvvisa, avvenuta a Bordeaux all’età di 78 anni. Il mondo del vino internazionale perde uno dei suoi interpreti più celebrati e influenti, grazie a una cinquantennale attività di consulenza itinerante, che lo ha portato a seguire Cantine e vendemmie in tutti i continenti – dall’Europa all’Argentina, passando per la California, il Sudafrica, la Cina e l’India – e gli è valso il titolo di “enologo volante”.
Da Bordeaux al resto del mondo
Nato il 24 dicembre 1947 a Libourne, in Francia, Michel Rolland è cresciuto tra i filari di Merlot e Cabernet della tenuta di famiglia, lo Château Le Bon Pasteur a Pomerol, rive droite di Bordeaux, sviluppando fin da giovanissimo una grande passione per la produzione vinicola. Dopo il diploma alla Scuola enologica La Tour Blanche dell’omonimo Château a Sauternes, nel 1972 si laurea in Viticoltura ed enologia all’Università di Bordeaux, dove conosce la sua Dany, futura moglie e preziosa collaboratrice durante la lunga carriera. Negli anni Ottanta comincia a prestare servizio anche fuori dalla zona di Bordeaux – dove peraltro è considerato uno degli enologi del Rinascimento – e si trasforma nel winemaker giramondo sempre pronto a salire su un aereo o un elicottero per raggiungere una “sua” azienda.
Successo e visione
Nell’arco di 50 anni ha collaborato con circa 200 realtà vinicole di più di 20 Paesi, tra cui Harlan Estate e Bryant Family Vineyard in Napa Valley, Clos Apalta – Lapostolle in Cile, Yacochuya e Clos de los Siete in Argentina, gli Châteaux francesi Figeac, La Conseillante e Pontet-Canet. In Italia ricordiamo la storica collaborazione con Tenuta dell’Ornellaia e Masseto e, in anni più recenti, Arnaldo Caprai, Tenuta di Biserno, Tenuta del Nicchio e Monteverro.
Il successo di questa vera e propria rockstar del vino è legato a una visione decisamente pragmatica e funzionale: un metodo fatto sistema basato su alcune prassi chiave come le raccolte più tardive, le maturità fenoliche portate al massimo, le estrazioni decise e l’uso rilevante del legno, spesso barrique nuove. Il risultato? Vini strutturati, generosi, rotondi, concentrati. Ma anche stilisticamente coerenti, riconoscibili e dunque facilmente comprensibili dal pubblico.
Estimatori e detrattori
Un paradigma enologico che negli anni Novanta viene accolto dalla critica internazionale – in particolare da quella americana capitanata da Robert Parker – e si trasforma in un modello da seguire per enologi e produttori. Non sono mancate le critiche, come quella cinematografica del regista Jonathan Nossiter nel film Mondovino (2004) che ha stigmatizzato la figura di Rolland in quella di uno scaltro artefice dell’omologazione stilistica del mercato globale, il potente colpevole che depaupera i piccoli produttori asservendo l’identità territoriale alle logiche del profitto. È un quadro semplicistico e polarizzante che non tiene conto della statura complessiva del personaggio, il quale ha certamente avuto il grande merito di intercettare le esigenze e le innovazioni della sua epoca, sdoganando (e normalizzando) un approccio tecnico-scientifico fatto di precisione, controllo e pulizia, e traducendolo in etichette affascinanti capaci di interpretare il gusto di un pubblico trasversale e internazionale.
Un vecchio articolo ancora attuale
Il “re degli assemblaggi” era sì una figura a tratti un po’ guru, ma certamente distante da come ce l’ha restituita Mondovino, che “l’ha ritratto come uno stregone della cantina, fissato con la micro-ossigenazione e devoto al Merlot”. Così si legge in un articolo-intervista del direttore Alessandro Torcoli uscito sul numero di luglio-agosto 2013 di Civiltà del bere. Un servizio che vi invitiamo a rileggere per l’impressionante attualità di certe risposte “rollandiane”: dal trend dei naturali al valore degli autoctoni e degli internazionali, passando per le “terre promesse” enoiche di un domani che nel frattempo è diventato oggi.