A poco più di due anni dal riconoscimento ufficiale, la Garantita si presenta come una delle più giovani e ambiziose del panorama enologico italiano. I suoi obiettivi sono chiari: mettere il territorio al centro e superare gli stereotipi su questo vino

Non si è trattato di una semplice operazione normativa, ma di un vero passaggio culturale. Canelli si è staccata dall’Asti Docg, di cui in precedenza era sottozona insieme a Santa Vittoria d’Alba e Strevi, rivendicando a pieno titolo il nome di culla storica del Moscato bianco. Un riconoscimento che testimonia il legame profondo tra il vitigno e le colline a cavallo tra Langhe e Monferrato.
Una storia lunga secoli, formalizzata oggi
L’iter per la denominazione autonoma prende forma a partire dal 2001 con la nascita dell’Associazione produttori Moscato Canelli, prosegue con il riconoscimento della sottozona dell’Asti Docg nel 2011 e si chiude il 30 giugno 2023 con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione europea. «Siamo ancora all’inizio della scommessa per dare una possibilità in più al territorio», racconta Gianmario Cerutti, enologo, produttore e presidente dell’associazione. Che continua: «Quando siamo passati alla Docg abbiamo messo al centro Canelli». Qui la coltivazione del Moscato è documentata sin dal Medioevo e a partire dal Seicento il vino locale diventa un riferimento riconosciuto nelle cronache e nei documenti dell’epoca.
Canelli al centro
“Una serie di comuni contigui appartenenti rispettivamente alle tre regioni dell’Astesana, dell’Alto Monferrato e delle Langhe costituiscono nel loro insieme un’area che, a buon diritto, può chiamarsi zona del Moscato”. Con queste parole Arnaldo Strucchi e Mario Zecchini, autori di una monografia sul Moscato di Canelli, definiscono nel 1895 un’area di produzione che, da secoli, vede Canelli come fulcro geografico e simbolico. Non a caso, la nuova Docg mantiene questa storica zonazione delimitata a 17 comuni tra le province di Asti e Cuneo.

Il territorio prima del vitigno
«Siamo andati a ricamare il territorio», spiega Cerutti. «Per noi è un grande riscatto. L’obiettivo è mettere il territorio davanti al vitignoe rappresentare un punto di riferimento». Non tutti i terreni dei comuni coinvolti sono infatti idonei: il disciplinare seleziona solo le condizioni preferite dal Moscato, che ama i pendii inclinati e soleggiati – i cosiddetti sorì. E individua le parcelle più vocate per altitudine, esposizione (principalmente a sud per la ricchezza di struttura e zuccheri, ma essenziali sono anche i versanti verso est e ovest, dove si preservano le componenti fresche di acidità e aromi) e composizione dei suoli; qui sono costituiti da sabbie Astiane poggiate su argille marnose. In quest’area, inoltre, il microclima, caratterizzato da primavere piovose seguite da estati asciutte con ventilazione ed escursioni termiche marcate, conferisce all’uva spiccata aromaticità ed equilibrio.
Il nuovo disciplinare: arriva la Riserva
«Con il nuovo disciplinare sono stati fissati parametri molto precisi», afferma Cerutti sottolineando alcune differenze rispetto all’Asti Docg. Il vino deve essere prodotto da uve 100% Moscato bianco, le rese sono più contenute, l’altitudine minima è stabilita a 165 m slm e massima a 500 m, giaciture nord escluse oltre i 400 m; la vendemmia è esclusivamente manuale. Ma la grande novità è l’introduzione della menzione Riserva, che prevede un affinamento minimo di 30 mesi, di cui almeno 20 in bottiglia: un tempo molto lungo per dimostrare la capacità di evoluzione del Moscato. È consentita anche la menzione Vigna, per valorizzare cru e parcelle storiche. «Abbiamo tracciato in modo meticoloso il territorio su base storica, geologica e pedoclimatica per dimostrare che Canelli Docg è al vertice della qualità del Moscato, come Nizza Docg lo è per la Barbera e come Barolo e Barbaresco Docg lo sono per il Nebbiolo», sottolinea il produttore.
Numeri coerenti con il progetto
Oggi la denominazione conta 22 aziende, tutte di dimensioni medio-piccole, circa 100 ettari rivendicati e una produzione che supera le 500.000 bottiglie annue, una goccia nel mare rispetto alle 100 milioni di Asti e Moscato d’Asti Docg. Anche se il potenziale teorico per il Canelli Docg è più ampio rispetto a quello attuale, la crescita sarà misurata. «Il vero inizio del percorso indipendente è la vendemmia 2023», spiega Cerutti. «C’è spazio per crescere senza tradire l’impostazione qualitativa». I prezzi riflettono la scelta di posizionamento: 14-15 euro per la versione classica, 25-30 per la Riserva, con punte più alte per gli affinamenti più lunghi.
Tutte le peculiarità dell’evoluzione
Nonostante sia prodotta attualmente da solo una manciata di Cantine, la versione invecchiata, che si affianca a quella classica, fresca, aromatica e immessa sul mercato poco dopo la vendemmia, promette di essere la punta di diamante della denominazione. Con l’evoluzione il Canelli Riserva Docg assume caratteristiche che lo distinguono dal Moscato coltivato altrove. «Le degustazioni alla cieca hanno sempre dimostrato le sue potenzialità», afferma Cerutti, che fa accenno a una luminosità più intensa e dorata e a sentori di evoluzione che danno prova della longevità a partire dai 4 o 5 anni successivi alla vendemmia. Solo allora cominceranno ad affacciarsi profumi di pasticceria e agrumi fino a sorprendenti sensazioni balsamiche e minerali, mentre al palato crescono sapidità e persistenza. «Un Canelli invecchiato ruba un po’ di sfumature al Riesling», conclude.
Mercati: il trend low alcol
Con una gradazione contenuta tra 4,5 e 6,5%, il Canelli Docg intercetta il trend del low alcol e del consumo consapevole: «Non è un adeguamento alla moda», precisa Cerutti, «ma storia: il Moscato è sempre stato così». Le sue caratteristiche permettono di posizionarlo come un vino di nicchia e come avviene per l’Asti Docg, che esporta il 90% della sua produzione, anche la nuova denominazione riscuote successo all’estero. I mercati più ricettivi sono Stati Uniti, Giappone, Cina, Svizzera e Austria. «Più ti allontani dal Piemonte, più c’è apertura», osserva il produttore canellese. «Inoltre, in molti di questi mercati, il Moscato viene proposto come vino gastronomico, non solo da dessert».
Nuovi consumi, nuovi abbinamenti
Le resistenze culturali che associano il Moscato alla fine del pasto, costituiscono infatti una delle sfide maggiori per i produttori del Canelli Docg, che da anni organizzano eventi e promuovono degustazioni con abbinamenti considerati inusuali. La spiccata acidità che contraddistingue questo Moscato permette diversi accostamenti: con formaggi più o meno stagionati come la robiola di Roccaverano o il Gorgonzola, ma anche salumi locali, piatti popolari come la pizza o più raffinati come il foie gras; c’è anche chi propone appositi menu per gustare un calice di Moscato con ogni portata, dall’antipasto al dolce, e chi lo abbina a piatti speziati e fusion. Infine, è stato esplorato anche il mondo della mixology tramite cocktail d’autore creativi e perfetti per l’aperitivo.
Promozione, formazione e la novità della mappa
Canelli beneficia anche del forte richiamo enoturistico delle sue cantine storiche denominate Cattedrali Sotterranee e riconosciute Patrimonio Unesco. Non mancano, dunque, le opportunità di comunicazione, ma si deve investire ulteriormente sulla costruzione di un forte marchio territoriale attraverso la promozione e la formazione degli addetti al settore. Un passo in avanti è appena stato compiuto grazie alla nuova mappa firmata da Alessandro Masnaghetti, alias “mapman”, che identifica e dà un nome alle principali zone di produzione del Canelli Docg. Un lavoro preciso e grandioso che promette di essere uno strumento utile tanto ai viticoltori quanto ai consumatori.
Prospettive e identità
Oltre al grande lavoro in vigna e in cantina, ai produttori del Moscato di Canelli Docg spetta ora la dimostrazione di unicità «come per tutti i vini che portano il nome del territorio come elemento cardine, andando oltre il vitigno», conclude Cerutti. Si tratta allora di trasformare la qualità in valore percepito. Ad attenderli c’è la costruzione di un progetto culturale e identitario, che rilanci sul mercato mondiale un vino da raccontare e gustare andando fuori dagli schemi.