È il messaggio che chi lavora nel mondo della comunicazione e del marketing manda a chi vorrebbe parlare ai loro coetanei: produttori, wine writer, sommelier, super critici. Far finta di niente? Si rivolgono altrove, e buona parte di loro lo sta già facendo
L’articolo fa parte della Monografia Il vino secondo i giovani (Civiltà del bere 1/2025)
L’errore che può fare chi comincia ad avere qualche capello bianco e un po’ di esperienza alle spalle, giocoforza dovuta al fatto che gli anni passano e non necessariamente aumenta l’autorevolezza, è quella di guardare dall’alto verso il basso non solo chi è più giovane, ma anche chi ti mette di fronte a prospettive differenti, pure in ambiti che pensi di conoscere bene. Che il mondo della comunicazione e del marketing, anche nel settore del vino, viaggi soprattutto sui social network non è più talmente una novità che il solo scriverlo ti fa subito sembrare come il giapponese che si è accorto dopo anni che la guerra è finita.
Le caratteristiche dell’influencer
I più bravi in questo settore sono ormai dei professionisti che non solo trovano naturale muoversi in un ecosistema nel quale sono di fatto cresciuti, ma lo fanno con una preparazione che farebbe impallidire molti guru, magari cresciuti professionalmente nel secolo scorso. Hanno tutti consapevolezza dei propri mezzi, la giusta ambizione e un pizzico di sfrontatezza, che non fa mai male.



Una passione diventata lavoro
C’è chi ha lasciato il precedente lavoro, chi è stato folgorato sulla via di Damasco del vino quasi per caso e chi invece ci è nato dentro, ma ha deciso di percorrere una via tutta sua.
In comune hanno non tanto una grande – e un po’ scontata, lo dicono tutti ormai – passione per questo mondo, quanto una preparazione coltivata nelle sedi opportune (e tutte della vecchia scuola), ma con la convinzione che vadano percorse strade differenti rispetto a quello che dice la vecchia ortodossia del vino.
Una professionalità costruita nel modo giusto
Sara Piovano, poco più di 34 mila follower sul suo profilo Instagram, vanta collaborazioni con consorzi, uffici del turismo, Cantine ed e-commerce. Un grande interesse da coltivare nel fine settimana con gli amici diventato un lavoro che le ha fatto lasciare un posto da contabile: «La mia formazione, però, non si è mai fermata. Negli anni ho seguito diversi corsi di comunicazione sui social media, un master in project management e ho conseguito il secondo livello Wine & Spirit Education Trust (Wset)».
Una solida formazione
Qualcosa di simile è successo anche ad Anais Cancino, alias The Wine Teller, innamoratasi del vino mentre stava frequentando il suo secondo master in Business Administration a Parigi. «Ho cominciato a frequentare un ristorante che organizzava degustazioni di pregiatissimi vini e lì un giornalista di Le Figaro Vin mi invitava a partecipare alle degustazioni». La passione ha preso il sopravvento, così come la formazione nel settore: anche nel suo caso Wset a Londra, internship a Winerist, tre livelli di sommelier Ais in Sardegna, corso di Master Sommelier Alma-Ais a Colorno. Risultato? 180 mila follower su Instagram e tante collaborazioni all’attivo.
Il vino nel Dna
C’è poi chi invece il mondo del vino, e quello della ristorazione, ce l’ha nel Dna essendo figlio d’arte, come Alojz Felix Jermann: papà vignaiolo, mamma ristoratrice. Studi in International Business a San Francisco, esperienza in marketing hospitality in aziende vitivinicole della California, i tre livelli del corso Ais in Friuli-Venezia Giulia e il terzo livello Wset. «Per due anni ho fatto l’export manager per l’azienda di famiglia, ma adesso seguo il mercato Nord americano per un solo mese all’anno». Il resto del tempo lo dedica ai suoi progetti, con un team specializzato nel creare contenuti video per aziende del vino sia piccole che grandi. Obiettivo? «Sviluppare marchi con una comunicazione on line che ser-
va a implementare la parte commerciale, organizzando anche degustazioni».
Il vino non è (più) solo divertente
Se è certamente vero che per i giovani, anche in altre epoche, il vino non è mai stato al centro dei loro pensieri – birra e spirits vengono prima – oggi non solo lo è ancora meno del passato, ma rischia di uscire completamente dai loro radar. «Basta guardare in giro quando si passeggia nelle città italiane, vediamo tutti i giovani con in mano questi calici di colore arancio intenso. Lo spritz è diventato un emblema dello stile di vita italiano, anche al di fuori dal Bel Paese», sostiene Anais alias The Wine Teller.
Bisogna raccontare in modo comprensibile
«Il vino è sempre stato comunicato in maniera molto elitaria, seria, da un piedistallo e ai giovani, onestamente, non interessano tutti questi tecnicismi», va dritto al punto il giovane Jermann. «I giovani vogliono sentirsi a loro agio e divertirsi: questo non significa dimenticare la tradizione e non avere rispetto di quello che si è fatto, sono valori ancora molto importanti anche per noi. Ma bisogna raccontare il vino in modo da renderlo veramente comprensibile ai consumatori, che non si devono sentire confusi dopo una spiegazione, ma entusiasti».
Le mancanze della comunicazione tradizionale
C’è troppa autoreferenzialità, quindi, e un approccio che spesso respinge, invece di attirare, incutendo una sorta di timore reverenziale. «Quello che non mi piace sono le numerose testate di settore che usano un linguaggio ripetitivo e poco originale, con recensioni che sembrano dei copia e incolla che non trasmettono emozioni reali», non risparmia critiche neanche Sara Piovano. «Poemi scritti con tecnicismi che hanno un puro scopo autocelebrativo anziché divulgativo». Un consiglio a tutti, a partire dalle aziende? «Oggi i consumatori vogliono conoscere la storia dietro ogni bottiglia: il territorio, le persone, la filosofia produttiva. Le aziende dovrebbero investire di più in storytelling autentico, facendo emergere la loro unicità e il valore umano dietro il vino».