Vietare il vino in nome di Dio

Vietare il vino in nome di Dio

Come per il Cristianesimo il vino è la bevanda della salvezza, così per l’Islam esso può condurre alla dannazione. I divieti e le regole severe che seguono (ma a volte anche non seguono) ebrei, musulmani, indù, monaci buddisti e taoisti.

“Bevve del vino, si ubriacò e si scoprì dentro la tenda” (Gen. 9,20). Costui era Noè, il primo uomo, secondo il mito, a piantare la vite. Da allora vite e vino sono sempre stati presenti, pur con diversi significati e simbolismi, nella storia delle religioni, e non solo, soprattutto delle tre principali monoteistiche: Cristianesimo, Ebraismo e Islam.

Simbolo prediletto nell’Ebraismo, bevanda di salvezza per i cristiani

E se per il Cristianesimo il vino è sempre stato considerato “bevanda di salvezza”, perché ricollegato al sangue di Cristo e giustamente utilizzato nella benedizione durante il rito sacro della messa, per il popolo d’Israele, secondo l’Antico Testamento, la vite e il vigneto erano i simboli prediletti. Addirittura nella Bibbia si legge come Dio paragoni il popolo ebraico ai tralci di una vite.

Bere sì, ma con moderazione

Parlando di tabù alimentari, nella religione cristiana le uniche regole sono quelle legate alla moderazione nei consumi. L’insegnamento di Gesù Cristo, infatti, era che “non è ciò che entra nella bocca che contamina l’uomo; ma è quel che esce dalla bocca che contamina l’uomo […] Non capite che tutto ciò che entra nella bocca se ne va nel ventre, e viene espulso nella fogna? Ma le cose che escono dalla bocca procedono dal cuore; sono esse che contaminano l’uomo. Poiché dal cuore provengono pensieri malvagi, omicidi, adulteri, fornicazione, furti, false testimonianze, maldicenze. Queste sono le cose che contaminano l’uomo; ma il mangiare senza lavarsi le mani non contamina l’uomo” (Mt 15,11; Mt 15,17-20).

Per gli ebrei però solo vino kasher

Tabù che invece si ritrovano, seppure con interpretazioni e modalità diverse, nelle altre due religioni monoteistiche. Per l’Ebraismo, se da un lato il vino, come si è visto, ricopre un’importanza rilevante, dall’altro ci sono regole strettissime per la sua produzione e il suo consumo. Ancora oggi, infatti, l’ebreo osservante può bere solo vino kasher.

Giù le mani dal vino… e dalle botti

«In vigna esiste la regola che nessun’altra coltura è ammessa nello stesso terreno che ospita la vite», dice Eli Gilbert Ben Zaken, proprietario del Domaine du Castel a Yad Hashmona nell’Alta Giudea (400 mila bottiglie di vino kasher con un export del 30%, principalmente in Usa). «La regola principale e tassativa è che l’intero processo produttivo, d’invecchiamento e imbottigliamento deve essere eseguito da personale ebreo. Nessuno che non sia ebreo può perciò manipolare il vino e addirittura toccare le botti, così come il tappo e la capsula. Un tempo ogni famiglia in Israele faceva il proprio vino da usare durante le preghiere, ma la qualità era molto scadente. Oggi la produzione di vini israeliani in generale e kasher in particolare è invece eccellente».

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La bottaia di Domaine du Castel

Una benedizione speciale prima di berlo

«Per la religione ebraica», conferma il giornalista israeliano Yair Koren Kornblum, «il vino è l’unica bevanda che ha una benedizione speciale che bisogna recitare prima di berlo: “Benedetto sii tu, o Signore, nostro Dio, re dell’universo, Tu che crei il frutto della vigna”. Il vino è obbligatorio per poter celebrare le feste e le cerimonie ebraiche, come alla vigilia del sabato, il Qiddush, la celebrazione con cui si santifica lo Shabbat. Poi c’è l’Havdalah (la separazione), che si recita il sabato sera dopo il tramonto, una cerimonia che comporta quattro benedizioni sopra una coppa di vino. Nella cena di Pasqua si bevono quattro bicchieri di vino, così come lo si beve anche nella celebrazione del matrimonio e in quella della circoncisione».

In Israele consumi ancora bassi

Con tutto questo, la religione ebraica ammonisce comunque dall’abuso di alcol, anche se nella vita di tutti i giorni si beve vino per il piacere, a casa e fuori. «Per quanto riguarda Israele», dice ancora Yair Koren, «il consumo è basso rispetto all’Europa considerando che il 20% della popolazione è composta da musulmani. Per quello che riguarda comunque l’aspetto religioso è vero che bisogna bere vini kasher, anche se la popolazione laica beve vini kasher e non senza porsi problemi».

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