Dal mondo Dal mondo Emanuele Pellucci

Il futuro dell’Argentina è nei vini da uve creole?

Il futuro dell’Argentina è nei vini da uve creole?

Dopo il Cile, anche l’Argentina sta recuperando vitigni autoctoni di grande valore. Si tratta delle cosiddette uve creole, generate da incroci naturali tra le piante di vite portate dai conquistadores.

In Sud America si parla sempre più di vitigni autoctoni. Accanto al Cile, che quest’anno ha dedicato ai ceppi ancestrali addirittura un concorso enologico nazionale (Catad’Or Ancestral, che si è aggiunto al più noto Catad’Or Wine Awards diretto dal dinamico Pablo Ugarte Cruz-Coke), anche l’Argentina sta valorizzando le sue varietà indigene. Si tratta delle cosiddette uve creole, generate da incroci naturali tra le piante di vite portate dagli spagnoli sin dai tempi della conquista e dalle quali finora si sono ricavati vini bianchi e rosati mediocri destinati prevalentemente al consumo interno. Ancora oggi il 33% di queste uve sono coltivate in Argentina, diffuse soprattutto nella provincia di Mendoza.

Erano molto diffuse tra gli anni ’70 e gli ’80

Secondo le statistiche più aggiornate nel Paese ci sarebbero ancora oltre 74 mila ettari di varietà creole. Le più coltivate sono Cereza, Criolla grande, Pedro Giménez e Torrontés Rioja. Negli anni ’70 e ’80 si allevavano per il loro alto potenziale di resa e sono state gradualmente abbandonate a favore delle varietà internazionali. Attualmente la Torrontés Riojano è considerata l’unica varietà considerata di alta qualità enologica. Nonostante ciò c’è un grande interesse verso queste varietà da parte di aziende che producono vini di fascia alta o media destinati a particolari mercati.

Potrebbero essere le varietà del futuro

Grazie a un team di ricercatori della stazione sperimentale agricola INTA di Mendoza, negli ultimi cinque anni è stato svolto un lavoro di salvataggio di queste varietà creole. Questo lavoro continua tuttora alla ricerca di vecchi vigneti in diverse aree, raccogliendo materiale e analizzandolo per identificare altri genotipi attraverso lo studio del Dna. È opinione dell’INTA, infatti, che queste varietà resistenti a siccità, salinità e malattie possano dare in prospettiva vini di qualità utilizzando le nuove tecnologie.

L’impegno per valutare il potenziale enologico

Proprio grazie all’analisi del Dna i ricercatori argentini hanno individuato 28 diverse varietà creole, 18 delle quali corrispondono a genotipi finora sconosciuti. Tra queste molte non sono coltivate nei vigneti di aziende in attività, tanto che si ritiene che le piante della collezione siano le uniche esistenti. Questi cinque anni di studio hanno permesso però di identificare circa 10 varietà con un potenziale enologico promettente grazie alla loro composizione polifenolica, al profilo aromatico e all’acidità e che consentono di garantire che ci siano altre varietà creole, oltre ai Torrontés Rioja, che hanno un alto potenziale enologico. Attualmente l’INTA sta moltiplicando queste varietà per stabilire una sperimentazione più ampia e produrre i loro vini su scala più ampia.

Figlie del Moscato di Alessandria e del Listán Prieto

Alcuni anni fa altri ricercatori dell’Università Nazionale di Cuyo (Argentina) e del Cile hanno stabilito che la maggior parte di queste varietà ha come “genitori” il Moscato di Alessandria e lo spagnolo Listán Prieto, vitigno originario delle Canarie e che in Cile ha preso il nome di País. Queste due varietà sono state incrociate ripetutamente e hanno dato origine alle varietà creole più conosciute finora. Si tratta quindi di ceppi che sono stati coltivati ​​nell’ambiente argentino per quasi 400 anni e adattati all’ambiente locale.

Tra i possibili progenitori, anche il Malbec

Dai risultati dell’INTA si evince inoltre che altre varietà possono essere considerate all’origine di quelle creole. Tra queste anche il Moscato piccoli grani e addirittura il Malbec, poi assurto a vitigno emblematico della vitivinicoltura argentina. Il fatto che il Malbec sia ritenuto il progenitore di due varietà creole indica che il processo di ibridazione è proseguito fino all’arrivo delle varietà francesi a metà del XIX secolo.

Negli anni Cinquanta le varietà creole erano 50

All’inizio degli anni Cinquanta esisteva una collezione con 50 varietà creole iniziata negli anni Settanta. Molte di queste si trovano nella collezione ampelografica dell’INA Mendoza, che è rimasta a lungo dimenticata per l’interesse quasi esclusivo suscitato dalle varietà europee. Si tratta di un lavoro condotto in collaborazione con un gruppo di ricercatori dell’INRA francese, presso la quale si trova del resto la più grande raccolta di varietà di viti al mondo, che ospita oltre 7.800 accessioni, materiali di piante di vite raccolte da luoghi diversi.  

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© Riproduzione riservata - 24/10/2019

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