Dal mondo Dal mondo Emanuele Pellucci

Vino svedese? Si può fare!

Vino svedese? Si può fare!

Oltre a sciogliere irreversibilmente i ghiacci dell’Artide, il cambiamento climatico in atto contribuisce ad allungare sempre di più l’elenco dei Paesi produttori di vino. Una di queste new entry è la Svezia.

Se fino a qualche anno fa destava curiosità sapere che anche in Inghilterra, in Belgio e perfino in Danimarca si piantavano vigne per fare vino, adesso anche la Svezia può vantarsi di essere un Paese produttore.

Le 20.00 bottiglie di Murre Sofrakis

Tutto questo grazie a una trentina di coraggiosi viticoltori, tra cui spicca il cinquantenne Murre Sofrakis, barba lunga nera e tanta passione, che nel 2001 è partito piantando due ettari di vigna nella provincia di Skåne, nei dintorni di Malmoe, nella Svezia meridionale. Dai vigneti delle sue due proprietà a Klagshamn e Flädie produce 20 mila bottiglie all’anno, circa un terzo della produzione nazionale che si aggira intorno ai 100 ettari vitati complessivi.

Un’immagine dei vigneti di Murre Sofrakis

Con lui, altri viticoltori appassionati stanno ora iniziando ad ingaggiare specialisti esteri, e lo stesso Sofrakis si avvale di un giovane enologo cinese, Jixing Ding. Ma non solo: nella tenuta di Flädie Murre può contare anche su un centinaio di “amici del vino”, volontari che vengono ad aiutarlo durante il tempo libero. Giusto per fare un esempio, alla fine di questa estate, due pensionati hanno potato le viti per consentire una migliore esposizione al sole delle uve prima della raccolta.

Le nuove varietà richiedono meno calore

Certo è che fare vino nei Paesi nordici non è semplice: il sole è avaro, la bella stagione è breve e i viticoltori che hanno deciso di avventurarsi in questo settore faticano molto. Ciò nonostante la viticoltura in Svezia si sta sviluppando. Per Sveneric Svensson, presidente della Swedish Wine Association, questa tendenza non può essere spiegata solo dal cambiamento climatico, ma anche dallo sviluppo di nuovi vitigni che richiedono meno calore. Uno di questi è il Solaris, un ibrido tedesco a bacca bianca che ben si è adattato al clima scandinavo e il cui periodo di maturazione è breve. «Si tratta di una varietà resistente alle malattie e relativamente vigorosa», spiega Torben Andersen, professore all’Università di Copenaghen ed esperto di viticoltura nei Paesi freddi.

Grappoli di Solaris

Il lavoro in vigna è tutto manuale

Tra i produttori c’è anche chi si cimenta nel biologico, anche se sono rare le aziende con etichette certificate, perché le procedure sono considerate troppo costose e richiedono molto tempo. «Tutto il lavoro in vigna è fatto a mano», dice Murre Sofrakis, «e non usiamo prodotti chimici, ma solo preparati biologici. In Svezia, infatti, come anche in Danimarca, è vietato usare il rame nella lotta contro la muffa e altre malattie delle piante perché ritenuto pericoloso per il suolo». Da notare che solo un vigneto nordico, a Dons, in Danimarca, può fregiarsi della denominazione di origine protetta.

C’è ancora tanto da fare, ma non mancano volontà ed entusiasmo

Ma come sono a livello qualitativo questi vini? Per Andrew Reynolds, professore di viticoltura alla Brock University (Canada), “la loro qualità è più che accettabile e migliorerà nel tempo con l’introduzione di altre varietà”. Quanto al mercato, questo è prevalentemente locale, ma se in Danimarca è consentita la vendita alla proprietà, questa invece è vietata in Svezia e in Finlandia, dove l’alcol è distribuito dai negozi del monopolio statale. Obiettivi per uscire sui mercati esteri? Non c’è dubbio che ci vorrà del tempo, forse grazie anche al lavoro di comunicazione da parte dei sommelier nordici presenti nelle competizioni internazionali, tra cui lo svedese Jon Arvid Rosengren, incoronato nel 2016 miglior sommelier al mondo.

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© Riproduzione riservata - 10/10/2019

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