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È l’inizio della fine per le denominazioni del Vecchio Mondo?

È l’inizio della fine per le denominazioni del Vecchio Mondo?

«Alcune denominazioni del Nuovo Mondo stanno adottando regole in stile europeo», mi ha detto un giornalista italiano in Sardegna. «Pensi che sia una tendenza importante?». Ho risposto: «No, anzi. Penso che il sistema delle denominazioni del Vecchio Mondo sia sotto attacco e dovrà cambiare per sopravvivere».

Mi ha guardato come se fossi caduto da Marte. Questa non era chiaramente la risposta che stava cercando, ma penso che sia la verità. Non sono stato in grado di spiegare molto bene le mie ragioni nella fretta dell’intervista, quindi cerco di spiegarle qui.

Vecchio Mondo vs Nuovo Mondo: come funzionano le denominazionii

Le denominazioni dei vini del Nuovo Mondo sono indicatori geografici che specificano l’origine di un vino e contribuiscono a differenziare i prodotti di una regione. Alcune di queste denominazioni sono molto preziose (Napa e Sonoma, ad esempio) in termini di valore sul mercato. Altre sono di scarso valore economico, ma possono essere utili in altri modi. Il sistema delle denominazioni del Vecchio Mondo inizia con la denominazione d’origine e vi si aggiunge un sistema di regole che limitano la scelta dell’uva, i componenti e i rapporti di assemblaggio, le pratiche viticole e altri fattori. Le regole delle Doc possono letteralmente riempire un libro, come ci mostra Jancis Robinson in un famoso video.

Il principio di protezione alla base del sistema

Le Doc (Doc italiane, Do spagnole, eccetera) si sono evolute come strutture essenzialmente protettive basate sull’esperienza dello Champagne, che è stato il modello del sistema attuale. Il primo obiettivo era quello di proteggere i produttori regionali dalle frodi da parte di estranei che spacciavano i loro vini d’imitazione come originali. Il secondo obiettivo (e la ragione di una regolamentazione così dettagliata) era quello di proteggere i produttori di qualità della regione dai “vicini di casa” che avrebbero potuto sacrificare la qualità per aumentare il profitto, traendo beneficio dal “marchio” regionale.

Il nemico siamo noi

Rendimenti molto elevati, ad esempio, potrebbero aumentare il profitto di una particolare cantina, ma la qualità inferiore diluisce il valore della denominazione per tutti gli altri. La dinamica è spietata. La famosa massima del fumetto Pogo di Walt Kelly: “Abbiamo incontrato il nemico… ed eravamo noi” descrive questo aspetto del programma Aoc. I disciplinari cercano quindi di difendere il marchio regionale dalle minacce di chi non ha scrupoli sia all’esterno che all’interno della regione. Oggi, tuttavia, ci sono due potenti forze che minacciano questo sistema e lo costringeranno a cambiare. In effetti, sta già cambiando.

Problema 1: il mercato globale si conquista con l’innovazione

La prima forza è il mercato globale, dove i segmenti e le categorie in crescita più rapida non sono strettamente allineati con il sistema delle Doc e dove la sindrome da premiumization (cioè la tendenza dei consumatori ad acquistare prodotti di livello di prezzo superiore) è più forte. I consumatori americani hanno spostato il centro di gravità del loro mercato su fasce di prezzo più alte, ma non perché pagano più cari gli stessi prodotti. Spendono più di prima, ma il prodotto deve essere differenziato e attraente. Quindi l’innovazione, che non è un punto di forza del sistema Doc, è sempre più importante.

Vigneti in Valpolicella

Il caso della Valpolicella

Sue ed io l’abbiamo visto quando abbiamo visitato la Valpolicella qualche anno fa. Stando al sistema delle denominazioni italiane, il territorio offre sostanzialmente Valpolicella, Ripasso e Amarone, in ordine crescente di prezzo di vendita al dettaglio. Abbiamo incontrato tantissimi produttori che hanno risposto a questa situazione creando blend di uve “declassate” a Igt (perché questi blend non rispettano rigorosamente il disciploinare), ma migliorate in termini di prezzo per l’efficacia del marchio e l’alta qualità. Questi nuovi vini Igt sono stati progettati per adattarsi ai livelli di prezzo creati dalla premiumization che non erano facilmente raggiungibili con i prodotti Dop esistenti.

La rivincita dell’Igt

Non c’è nulla di nuovo nella scelta dell’Igt: ricordate il controverso fenomeno dei Supertuscan? Sembra passato così tanto tempo. E invece il trend degli Igt, che fondamentalmente scivola oltre i vincoli delle denominazioni, ha guadagnato uno slancio inarrestabile. Vediamo questi vini ovunque: in Francia, Italia, Spagna… ovunque. E alcuni sono fantastici. In un certo senso, l’ascesa di questi “super vini” rappresenta un cambiamento di mentalità che vale la pena di notare. Se il sistema Doc serve a difendere, il movimento Igt è imprenditoriale e cerca nuove opportunità, infrangendo le regole per ottenerle.

Problema 2: le sfide del cambiamento climatico

Le denominazioni del Vecchio Mondo possono anche resistere a queste forze del mercato, anche se alcune regioni si adatteranno per il loro interesse, come è accaduto nel Chianti di fronte al successo dei Supertuscan. Ma una seconda forza è più difficile da ignorare e rappresenta una minaccia maggiore sul lungo periodo: il cambiamento climatico. Le regole delle Doc sono spesso indicate come l’apice evolutivo: abbiamo impiegato centinaia di anni per capire quali uve e blend sono i migliori per il nostro terroir e trasformarli in regole! Il meglio del meglio. Non è possibile migliorare le norme dei disciplinari. È una bella argomentazione, ma cosa succede quando il terroir cambia a causa del nuovo andamento climatico? La risposta è che i vini devono adattarsi ed evolversi per continuare a rappresentare il meglio, cosa difficile da fare se il regolamento non cambia. Gli standard dei disciplinari devono evolvere insieme al clima o diventeranno irrilevanti o, peggio, controproducenti.

Vigne a Bordeaux

A Bordeaux ci si adatta

Alcune regioni del Vecchio Mondo già temono il peggio, come riportato da Jane Anson in Decanter all’inizio di quest’anno. I produttori di Bordeaux e Bordeaux Superieur stanno sperimentando varietà “accessorie” che possono resistere meglio ai cambiamenti climatici rispetto ai tradizionali (e designati) vitigni, come il Cabernet Sauvignon e il Merlot. “Le uve rosse in prova”, riferisce Anson, “saranno Marselan, Syrah, Zinfandel e Arinarnoa. Per i bianchi, saranno testati Liliorila, Chardonnay, Petit Manseng, Blanc e Chenin Blanc”. Un recente articolo di VinePair ha definito questa “una piccola rivoluzione“, ma io la vedo come qualcosa di più grande e questo è solo l’inizio.

Le sperimentazioni in corso in Francia

L’articolo di Anson continua così: “Veronique Barthe di Château la Freynelle, che sta lavorando al progetto con Bordeaux e Bordeaux Superieur Union, ha detto a Decanter.com che questo non è un sacrilegio. «Non stiamo cercando di produrre Syrah al 100% a Bordeaux, ma di verificare quali uve funzionano meglio e su quali terroir della regione, con l’intenzione di introdurle solo se offrono una qualità reale», ha detto”.

Il cambiamento è inevitabile e non è detto che sia un male

Sembra proprio quello che dovrebbe fare un produttore di vino, non credete? “Quando i fatti cambiano, io cambio la mia opinione. Tu cosa fai?”, dice il padre della macroeconomia John Keynes. Di fronte al cambiamento climatico, cosa faranno le denominazioni? In definitiva il sistema delle Doc è sotto attacco dall’interno, con i vini Igt, e dall’esterno a causa del cambiamento climatico. Il sistema si adatterà, ma non sarà lo stesso. Possiamo discutere se questa sia una cosa buona o no (io spenso sia positiva), ma sta per accadere. E questo è quello che avrei voluto spiegare a quel giornalista enogastronomico italiano.

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© Riproduzione riservata - 26/09/2019

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