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Vino e pittura, dall’arte antica al neoclassicismo

Vino e pittura, dall’arte antica al neoclassicismo

Fin dall’antichità gli artisti si sono sempre confrontati con il mondo del vino, dipingendo momenti di vendemmia, brindisi e scene con il dio Bacco come protagonista. In questo articolo approfondiamo l’argomento, analizzando quattro capolavori di Tiziano, Caravaggio, Velàsquez e Veermer.

La storia del vino nella pittura spazia dall’antichità sino ai giorni nostri. Le prime testimonianze del nettare di Bacco nell’arte pittorica si trovano nelle rappresentazioni degli antichi Egizi. Per loro il vino possedeva un importante valore sacrale, curativo, funerario. Furono i primi a raffigurare scene di forme di allevamento della vite, vendemmia e vinificazione. Con le decorazioni delle loro famose anfore (kratḕres), furono quindi i Greci a rappresentarlo; a questi ultimi si deve il culto di Dioniso, che ha conferito al vino una connotazione divina. Un’iconografia poi “copiata” dai Romani, attraverso il loro Bacco: un giovane indolente, dai tratti androgini, dio arcaico del vino e dell’ebbrezza. Che ha continuato a ispirare a lungo gli artisti classici e di epoche successive.

Dopo l’edonismo greco-romano, il vino nell’arte si lega al cristianesimo

Con il Medioevo e i Longobardi la viticoltura conobbe un periodo di decadenza; le dominazioni arabe nel sud dell’Europa (600-1000 d.C.) causarono un ulteriore ridimensionamento di questa forma di agricoltura e delle sue rappresentazioni artistiche. Sebbene l’anticlassicismo dell’arte medioevale disconobbe il patrimonio dell’iconografia classica, legata all’esaltazione dell’edonistica ebbrezza conferita dal vino, esaltandone gli aspetti legati al motto benedettino Ora et labora, il monachesimo si fece però custode della viticoltura e della sua inedita rappresentazione pittorica nei Tacuina sanitatis: miniature che rappresentavano il vino come protagonista della liturgia eucaristica.

Con il Rinascimento torna in auge il piacere dei sensi

L’“iconoclasta” iconografica classica dovette attendere il Rinascimento per ritrovare un proprio spazio su tele e affreschi, con Dionisio che torna a esser musa di artisti quali Michelangelo, Tiziano e poi Caravaggio. Vino e arte tornano a simboleggiare raffinatezza ed edonismo, compiacendo l’aristocrazia, casato dei Medici in primis. Tra il ’400 e il ’500 vi sono innumerevoli testimonianze di opere che vanno in questo senso: dal “Bacco” michelangiolesco (scultura) al “Bacco e Arianna” di Tiziano, dal “Bacco” di Leonardo a quello di Caravaggio del 1596, commissionato a quest’ultimo dal cardinale Francesco Maria Bourbon del Monte per regalarlo a Ferdinando I de’ Medici.

Barocco tra vita bucolica, nature morte e introspezione psicologica

Con il Barocco l’ispirazione classica si evolve, acquisendo una più complessa introspezione psicologica. Al proposito, da menzionare il “Baccanale: fauno molestato da cupidi” del Bernini (scultura), i “Satiri di Pieter” di Rubens, il “Trionfo di Bacco” di Velázquez. Ancor più smarcato dal classicismo, il “Bicchiere di vino” di Jan Vermeer. Dal XVI secolo il vino trova spazio nell’arte fiamminga e italiana: opere d’arte raffiguranti banchetti e momenti quotidiani del consumo del vino. Nel Barocco, vino e uva ricorrono spesso nelle nature morte di pittori italici (Caravaggio nel ’600 e Bartolomeo Bimbi nel ’700). Vino, vita bucolica, nature morte, imperverseranno anche nel Neoclassicismo, tra ’700 e ’800, con un ritorno anche dell’iconografia dionisiaca. Naturalmente anche l’arte moderna ha dato una sua interpretazione dell’universo bacchico, ma il discorso è lungo e abbiamo deciso di affrontarlo in una seconda puntata. Qui di seguito, in ordine cronologico, quattro (fra le tante) delle opere più interessanti, dal XVI al XVIII secolo.

Bacco e Arianna

Autore: TIZIANO – Anno: 1520-1523 – Corrente: scuola veneziana, tonalismo, manierismo – Tecnica: olio su tela – Dimensioni: 176,5×191 cm – Collocazione: National Gallery, Londra

Per lo studiolo di Alfonso d’Este, Tiziano dipinse tre opere con soggetto mitologico. Una di queste è “Bacco e Arianna”, nella quale il dio si innamora della giovane appena abbandonata da Teseo. Arianna osserva la nave di Teseo che si allontana sul mare. Intanto da destra giunge Bacco in testa al corteo. Il dio si lancia verso di lei dal carro guidato da due ghepardi. La giovane nel vedere il dio slanciarsi nudo verso di lei ha un moto di paura e alza una mano come a proteggersi. L’episodio classico fu probabilmente ispirato dai testi di Ovidio, Catullo e Filostrato il Vecchio.

Colori preziosi e vividi

Il dipinto è strutturato diagonalmente: il cielo con la costellazione che porta il nome della protagonista si trova nella metà diagonale di sinistra. La parte terrena invece, con i protagonisti e il corteo è nella metà di destra. Sulla diagonale che segna il confine tra i due regni avviene l’incontro tra Arianna e Bacco. I colori del dipinto sono molti e preziosi: i blu, gli arancioni, i bruni, i verdi; i pittori veneziani erano favoriti dai commerci e potevano ottenere con maggiore facilità pigmenti preziosi e di difficile smercio.

vino e pittura

Bacco

Autore: CARAVAGGIO – Anno: 1596-1598 – Corrente: caravaggismo (naturalismo), prebarocco – Tecnica: olio su tela – Dimensioni: 95×85 cm – Collocazione: Galleria degli Uffizi, Firenze

Il Bacco del Caravaggio si smarca dall’iconografia tradizionale, presentandosi seduto su un triclinio, coperto da un lenzuolo in forma di tunica che scopre parte del torso. Il dio offre la coppa di vino appena versato con la mano sinistra. Che il pittore abbia usato uno specchio per riflettere la propria immagine? La mano che tiene il calice pare incerta: è probabile che il pittore volesse inserire un indizio di ubriachezza. Ignoto il modello dell’opera: per alcuni si tratta dello stesso Caravaggio; per altri Mario Minniti, compagno del Merisi.

Tante interpretazioni diverse

V’è chi dà un significato omosessuale all’opera, come se Caravaggio volesse riferirsi al rapporto tra lui e il presunto modello (il Minniti). Secondo un’altra ipotesi, qui Bacco è in realtà il Cristo redentore che offre il suo sangue. In base a un’altra allegoria, il dio del vino è anche lo “sposo” del “Cantico dei Cantici”. Allora forse il pittore voleva riferirsi a questa figura? La mano destra del Bacco tiene un fiocco, posto in corrispondenza dell’ombelico: potrebbe essere il nodo che unisce Dio all’uomo. Nel corso di una fase di restauro, sofisticate analisi hanno permesso di scoprire, all’interno della caraffa di vino, il volto di uomo. Un autoritratto dell’autore?

vino e pittura

Trionfo di Bacco

Autore: VELÁZQUEZ – Anno: 1628-1629 – Corrente: barocco – Tecnica: olio su tela – Dimensioni: 165,5×227,5 cm– Collocazione: Museo del Prado, Madrid

L’opera, commissionata dal re di Spagna e mecenate Filippo IV, mostra Bacco circondato da ubriachi. Il dio del vino è qui rappresentato come una persona al centro di una piccola festa, dalla pelle particolarmente pallida che lo distingue dal resto dei personaggi, che – a parte la figura nuda fino alla vita dietro il dio – insolitamente indossano i costumi degli spagnoli poveri del ’600. Qui Bacco è il dio che premia o dona vino agli uomini, alleviandoli dai loro problemi. Nella letteratura barocca era infatti considerato un’allegoria della liberazione dell’uomo dalla schiavitù della vita quotidiana.

L’analisi del dipinto

La scena può essere così partita: a sinistra la figura di Bacco, in posa dominante ma rilassata, con la tradizionale veste larga, portata anche dal personaggio retrostante; l’idealizzazione del volto del dio è evidenziata dalla luce che lo illumina. Il lato destro, invece, presenta alcuni ubriaconi di strada, dai volti grandi e “vissuti”, che sembrano voler invitare alla loro festa l’osservatore; solo il tizio inginocchiato davanti al dio è più giovane e meglio vestito. Qui la luminosità di Bacco è assente, tutto è giocato sul chiaroscuro, gli stessi ebbri hanno una carnagione più carica. Non mancano spunti naturalisti, come la bottiglia e la brocca ai piedi del dio, a rifrangere in parte la sua luce: quasi un inserto di natura morta.

Bicchiere di vino

Autore: JAN VERMEER – Anno: 1659-1660 – Corrente: barocco fiammingo, pointillé – Tecnica: olio su tela – Dimensioni: 66,3×76,5 cm – Collocazione: Gemäldegalerie, Berlino

L’opera raffigura una donna che sorseggia del vino da un bicchiere di vetro e un uomo, al suo fianco, pronto a riempirle nuovamente il calice. Sulla sedia in primo piano si può osservare uno strumento musicale. Nel 1700 musica e vino erano erano due elementi attorno ai quali ruotavano le “conversazioni amorose”. Vermeer, nei suoi dipinti, amava far risaltare gli stati d’animo e le emozioni dei protagonisti, il loro rapporto psicologico.

Un invito alla temperanza

La donna, col volto parzialmente coperto da velo e bicchiere, pare schivare le attenzioni dell’uomo: un invito dell’autore Vermeer al pudore amoroso e alla moderazione nel consumo del vino. Messaggio che si ritrova nella figura femminile raffigurata sulla vetrata piombata: la Temperanza. La luce che l’attraversa illumina i due protagonisti facendo risaltare i particolari con cui il pittore era solito impreziosire i propri quadri. Vermeer era in grado di ottenere colori vividi grazie alla tecnica del pointillé (tecnica decorativa con la quale i motivi espressi su di una superficie sono realizzati mediante una serie di puntini ravvicinati): in questo modo le figure appaiono terse e precise; quasi delle nature morte con esseri umani.

Foto di apertura: S. Johnson – Pexels

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© Riproduzione riservata - 27/09/2021

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