In Italia In Italia Luca Casadei

Viaggio nella Romagna chiamata a rialzarsi dopo l’alluvione

Viaggio nella Romagna chiamata a rialzarsi dopo l’alluvione

Gli eventi estremi di metà maggio hanno colpito duramente l’agricoltura e modificato il paesaggio. Le testimonianze di vignaioli isolati e sommersi dal fango, ma aggrappati alla propria terra con le unghie e con il cuore.

C’era una volta la Romagna e forse, anzi sicuramente, continuerà a esserci, ma non sarà come prima. A meno di due settimane da un evento epocale che non ha pari in Italia per tipologia dei fenomeni tra frane e alluvioni, emerge con chiarezza che la terra del sorriso e del buon vivere è cambiata per sempre. Perché nonostante la tenacia di migliaia di volontari scesi subito in strada con stivali, pale e tira acqua per liberare dal fango case, imprese e attività commerciali è mutato il paesaggio che abitano e amano. Alcune strade, colline, vigne e distese di frutteti non ci sono più.

Futteti franati a Brisighella (Ravenna); un frutteto allagato a Bagnacavallo (Ravenna); i danni subiti dai vigneti di Tenuta Casali a Mercato Saraceno (Forlì-Cesena); e quelli di Tenuta Il Plino a San Carlo di Cesena; una strada franata nella Valle del Savio (Forlì-Cesena)

La fotografia di un disastro epocale

350 milioni di metri cubi d’acqua caduti in un territorio di 800 chilometri quadrati (l’areale più colpito); 100 comuni coinvolt; 23 fiumi e corsi d’acqua esondati e altri 13 che hanno superato il livello d’allarme; migliaia di frane tra collina e montagna. I numeri che fotografano la situazione sono impietosi. Dopo i 200 mm di pioggia registrati a inizio mese, il 16 e 17 maggio un territorio già fragile è stato investito da una quantità d’acqua impensabile. E a oggi presenta diverse situazioni di criticità non ancora rientrate.
Se a Conselice, in provincia di Ravenna, a causa della conformità particolare del territorio l’acqua è tuttora presente nelle strade, la città capoluogo si è salvata solo grazie al sacrificio dei terreni agricoli di una storica cooperativa di braccianti nata nel 1880 proprio bonificando le paludi preesistenti. Altri comuni, come Faenza, sono ancora lontani da un ritorno alla normalità; sulle colline delle province di Forlì-Cesena si fa la conta delle frazioni isolate a causa di frane che richiederanno tempi molto lunghi per essere risolte.

L’agricoltura romagnola in emergenza

Tra i 7 miliardi di euro di danni quantificati a oggi dalla Regione Emilia Romagna – ma la stima è in costante aggiornamento e potrebbe superare i 12 miliardi di perdite che causò il terremoto del 2012 – una fetta importante è alla voce agricoltura. Il Centro Studi di Unioncamere Emilia Romagna ha indicato almeno 15.000 aziende interessate dall’alluvione pari a oltre 30.000 occupati del settore che dovranno essere reinseriti. Neppure il bilancio provvisorio di Confagricoltura invita all’ottimismo. 2.000 ettari di peschi in Romagna sembrano condannati a morte dal ristagno d’acqua; la stessa sorte probabilmente toccherà a vastissime distese di kiwi, albicocchi e ciliegi.

Tra vigne allagate e isolate dalle frane

Tempi duri anche per i vignaioli romagnoli, con le situazioni più preoccupanti che si registrano nelle aree già duramente colpite dalle precipitazioni di inizio mese.
«Abbiamo i vigneti sott’acqua dal 3 maggio e non so dove stoccare la terra ammucchiata in cortile», ci racconta Daniele Longanesi dell’omonima Cantina “madre” del Bursön che sorge a Bagnacavallo, a pochi metri dal fiume Lamone. «Alcuni miei vicini hanno ancora l’acqua nei campi perché i fossi sono pieni di melma e non scaricano, altri combattono contro mezzo metro di fango. I frutteti andranno tolti tutti, per le vigne si dovrà valutare ogni singola situazione; è vero che sono piante resistenti, ma non sono pesci. Quei 20-30 cm di limo che ora coprono i campi quando si seccheranno non faranno respirare la terra».
Un altro terroir in grande difficoltà è quello di Modigliana. Qui l’emergenza numero uno è rappresentata dalle numerose frane che hanno isolato il paese, causando danni anche nelle vigne di diverse cantine – Lu.Va., Torre San Martino, Il Pratello, Villa Papiano, Menta e Rosmarino, Castelluccio, Fondo San Giuseppe – e rendendo impervi gli spostamenti.
Una testimonianza su quest’area arriva da Luca Monduzzi della Cantina Il Teatro, che ha scelto lo strumento delle dirette Facebook per aggiornare clienti e amici. «Da noi», spiega, «le frane hanno divelto il palo dell’alta tensione. Siamo senza elettricità e una parte delle nostre vigne non è raggiungibile perché le strade sono crollate. Siamo in una situazione di stallo. Il problema principale è il ripristino del fiume Trebbio; non si sa se e quando potremmo riappropriarci del Monte Violano e quindi riprendere a fare il nostro lavoro. In Appennino ci sono sfregi che lasceranno cicatrici, un segno indelebile di queste giornate».

Salvare il salvabile guardando al domani

Dai Colli bolognesi e imolesi a Cesena, passando da Castel Bolognese, Brisighella, Castrocaro, Predappio, Bertinoro e Mercato Saraceno, l’imperativo per tutti è lo stesso: contenere i danni e mettere in sicurezza ciò che si è salvato. Il Consorzio Vini di Romagna ha diramato a tutte le cantine un questionario per raccogliere informazioni dettagliate su ogni singola zona. «Vogliamo avere dati puntuali per poter interloquire al meglio con la Regione e sollecitare interventi mirati ed efficaci», spiega il Direttore Filiberto Mazzanti. «Ci siamo concentrati su cinque aspetti: la logistica per arrivare in azienda, le condizioni della cantina, quelle della parte abitativa, la situazione dei vigneti e la gestione operativa degli stessi».
Proprio su quest’ultimo fronte uno dei punti più spinosi è la difficoltà a effettuare i trattamenti nelle vigne irraggiungibili a causa di frane che hanno colpito le aree collinari.
«Gli smottamenti rendono difficile raggiungere i vigneti in una fase vegetativa delicata e il caldo di questi giorni paradossalmente non aiuta», sottolinea Alessandro Ramilli di Tenuta Il Plino a San Carlo di Cesena. «Pertanto occorre creare percorsi alternativi laddove è possibile, sperando di arrivare in tempo per poter avere qualcosa da vendemmiare nei prossimi mesi”.
I problemi alle infrastrutture stradali, tra crolli alla viabilità di accesso e interruzione dei collegamenti, hanno infatti isolato diverse cantine.
«Nella zona di Oriolo dei Fichi, sulle prime colline di Faenza, i terreni su cui sorgono le vigne hanno dimostrato buona capacità di drenaggio riducendo gli smottamenti», afferma Mauro Altini della Cantina La Sabbiona, «mentre alcune strade hanno ceduto, ma le stiamo sistemando e anche la via che conduce alla Torre di Oriolo, meta turistica del territorio, è stata ripristinata».

Turismo e wine lover: due risorse da cui ripartire

Così la corsa per rendere di nuovo agibile il territorio per chi lo abita si intreccia con quella per far ritornare pienamente ospitali le zone colpite dall’alluvione in un periodo dell’anno in cui le agende di agriturismi e Cantine erano solite in passato traboccare di prenotazioni. Mentre si moltiplicano gli appelli nazionali a scegliere la Romagna come meta delle proprie vacanze per sostenerne la ripartenza, sono sempre più numerosi anche quelli a consumare Sangiovese, Albana e gli altri vini di un territorio che, se in questo momento sta affrontando un’emergenza di portata enorme, già da diversi anni ha dimostrato di aver raggiunto una media qualitativamente alta nella sua proposta enologica, al di là di alcune rinomate produzioni d’eccellenza di lunga data.

Foto di apertura: a Bagnacavallo (Ravenna) c’è ancora l’acqua nei campi perché i fossi sono pieni di melma e non scaricano

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© Riproduzione riservata - 30/05/2023

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