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Schiacciamo l’acceleratore sempre nella stessa direzione

Schiacciamo l’acceleratore sempre nella stessa direzione

L’ uscita dalla crisi economica che attanaglia l’Italia è, da troppo tempo, l’argomento del giorno. Ora si parla di primi segnali incoraggianti, che indicherebbero la luce in fondo al tunnel. Peccato che l’industria alimentare, secondo settore manifatturiero del Paese, non intercetti nessuna, ma proprio nessuna, di queste avvisaglie. Lo dicono i dati del primo semestre 2013. La produzione alimentare mostra marginali cedimenti, attorno al -1%, come nel 2012. Le vendite alimentari interne scivolano, in termini di fatturato depurato dall’effetto inflazione, con oltre il -4%, che è il calo peggiore, dopo ben cinque anni di crisi. Se qualcuno pensava che il Paese, su questo fronte, ormai “avesse già dato” si sbagliava. Infine, l’export alimentare mostra un +7,2%, che non si smarca sostanzialmente dal trend del consuntivo 2012 (+6,9%). In fatto di scambi internazionali il comparto, anche per bilanciare la caduta del mercato interno, si aspettava un ritorno su tassi attorno al +10%, come nel biennio 2010-11. Ma così non è stato.

EXPORT: IL VINO TRAINA IL COMPARTO – Insomma, al giro di boa di metà anno, il quadro congiunturale offerto dall’industria alimentare (che pure ha retto molto meglio del manifatturiero nel suo complesso, in questi anni di crisi) non è migliorato. Anzi, ha visto un ulteriore, marcato peggioramento del mercato interno, e ha confermato i trend 2012 di produzione ed export. La diffusione di notizie circa l’affioramento di segnali di svolta nel sistema appare quindi, almeno per quanto riguarda il mondo alimentare, giocata essenzialmente su fattori psicologici, non reali. Qual è stato il comportamento, in questo contesto deludente, dell’esportazione di vino, che è la voce più importante del commercio estero del food and drink italiano? Diciamo subito che ha fatto meglio della media dell’industria alimentare del Paese. L’export di vino 2013 è riuscito, infatti, a mettere a segno quell’accelerazione sul trend 2012 che il settore nel suo complesso non è riuscito a imprimere. I dati parlano chiaro: il vino italiano ha raggiunto nel semestre gennaio-giugno un fatturato export di 2.428 milioni di euro, con un incremento del +8,5%, che significa 2,3 punti di vantaggio sul +6,2% con cui aveva chiuso il 2012.

SPUMANTI ANCORA IN TESTA – Siamo di fronte a un aumento significativo, tanto più nel contesto di cui si è detto. Ma cosa c’è dietro questa spinta? Guardiamo prima in chiave di prodotto. Si sono distinti anzitutto gli spumanti, che nel semestre hanno esportato 277 milioni di euro, con un rotondo +20,2% sullo stesso periodo 2012. In fondo, non è una novità: il passo brillante dell’export di bollicine non è un fenomeno episodico, ma strutturale. Nel 2012 esso aveva registrato un  +14,7%, contro il +6,2% del comparto aggregato vini. Nel 2011 aveva segnato un +19,1%, contro il +8,7% dei vini e mosti nel loro complesso. Ancora, nel 2010 gli spumanti avevano messo a segno un +19,4%, contro il +11,8% del comparto aggregato. Infine, nel 2009, l’anno di primo e forte impatto della crisi, gli sparkling erano riusciti a “galleggiare” segnando un incremento marginalmente positivo (+2%), mentre la voce vini e mosti aveva accusato un calo del -6%.

CHI SPINGE E CHI FRENA – Ma gli spumanti non sono stati i soli a “tirare” nei primi sei mesi 2013. I vini bianchi Igt, con una quota di 318 milioni, hanno registrato un +13,7%. Mentre i bianchi fuori dal mondo delle Doc e delle Igt hanno raggiunto quota 166 milioni, con un +30,8%. Buono anche il passo dei cosiddetti vini aromatizzati, che hanno raggiunto i 78 milioni (+9,4%). Non manca, come sempre, accanto agli spunti positivi, qualche zona in penombra. Il segmento strategico delle Doc ha raggiunto nel semestre la quota export di 890 milioni, con un +5,6% sul primo semestre 2012. In particolare, i Doc bianchi, con 239 milioni, sono saliti del +7,8%, mentre i Doc rossi, con 651 milioni, si sono fermati al +4,8%. In ogni caso, guardando alle quantità, l’export di vini e mosti del gennaio-giugno 2013 ha raggiunto la quota complessiva di 10.342.000 ettolitri, con un calo del -3,6% sullo stesso periodo 2012. Significa che, in media (con tutte le approssimazioni che caratterizzano le grandi medie), il valore unitario del vino esportato si è decisamente apprezzato.

CHI COMPRA IL VINO ITALIANO? – A livello Paese, vanno segnalate le variazioni interessanti dei primi tre sbocchi del nostro vino. Gli Stati Uniti, con 530 milioni, hanno segnato un +9,6%; la Germania, con 504 milioni, ha raggiunto un passo quasi uguale (+9,1%); il Regno Unito, con 277 milioni, è arrivato a una variazione a due cifre (+11,8%). La Svizzera, quarto sbocco, si è avvicinata al passo medio di comparto con 150 milioni (+8,1%), mentre il Canada, quinto con 133 milioni, si è quasi fermato (+1,9%). Buoni gli spunti di Francia, con 82 milioni (+16,5%); Svezia, con 68 milioni (+14,5%); Russia, con 54 milioni (+12,5%). Quest’ultima, per la verità, avrebbe potuto fare molto di più, ma rimane ferma all’undicesimo posto fra le nostre destinazioni, dietro nazioni europee di peso demografico enormemente inferiore, come Danimarca e Paesi Bassi.

DOVE BISOGNA LAVORARE ANCORA – Molto peggio della Russia, comunque, ha fatto la Cina, che malgrado le sue enormi potenzialità ha segnato il passo, con 33 milioni esportati nel semestre (-0,4%). Non era mai successo negli ultimi anni. È una stagnazione tanto più grave in quanto, su questo mercato, l’Italia dovrebbe riscattarsi dal ruolo di comprimario relegato al quinto posto tra i fornitori esteri, a distanza siderale dalla Francia che, da sola, copre più di metà delle importazioni di vino cinesi. Non va dimenticato, altresì, che nel primo semestre 2013 l’export di vino in Cina ha accusato un calo quantitativo pesante (-41,5%). Vuol dire che, quanto meno, il valore unitario del vino italiano su questo mercato si è apprezzato parecchio, alla ricerca forse di nuovi posizionamenti competitivi. Ancora. Il Giappone, settimo sbocco del vino nazionale, ha registrato nel periodo gennaio-giugno, con 72 milioni, una discesa del -8,1%. Mercati lontani, infine, come Australia e Corea, hanno realizzato percentuali promettenti, attorno al +24%, ma il loro impatto è ancora  modesto, con quote semestrali tra gli 11 e i 15 milioni. Mentre il Brasile, al contrario, è fermo dal 2010 su quote annue fra i 30 e i 35 milioni di euro.

NON SEMPRE FUNZIONA – C’è da dire, quindi, che non tutti i mercati di grande potenzialità rispondono bene all’appello. Clamoroso il caso di quello indiano, che oscilla da tempo attorno al livello annuale, “simbolico”, di 1,6 milioni di euro. È chiaro che le prospettive di export offerte da questo immenso sub-continente sono assolutamente teoriche. Tutto lascia presumere che, per i nodi doganali ed extradoganali che lo caratterizzano, esse potranno realizzarsi solo su tempi lunghissimi.

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© Riproduzione riservata - 27/12/2013

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