Parusso, la nuova annata (guardando al passato)

Parusso, la nuova annata (guardando al passato)

Marco Parusso ci ha raccontato la sua vita e la filosofia che sta dietro la nascita dei suoi vini: dal desiderio di scappare da Monforte all’incontro con due barolisti rivoluzionari che gli fecero cambiare idea. Il nuovo progetto di Vegliamonte, i suoi celebri Barolo e l’amato Metodo Classico.

«Sono nato contadino, ma non mi piaceva esserlo, 40 anni fa». L’incontro con Marco Parusso si apre con questa affermazione onesta e controcorrente. È facile infatti cadere nella retorica dell’Arcadia, specialmente oggi che milioni di persone sono serrate nei cubi di cemento delle città. «All’epoca chiunque sarebbe voluto scappare da Monforte. Mio padre aveva due ettari di vigna e poi nocciole e un allevamento. Voleva dire solo fatica!», continua. Sulla brochure aziendale c’è scritto che Marco cerca gusti autentici, e ancor prima di assaggiare i suoi prodotti ci crediamo: sarebbe curioso che una persona genuina volesse proporci qualcosa di artefatto.

L’incontro che ha cambiato una vita

Dunque alla fine Marco scelse la strada della Scuola enologica di Alba, ma non certo per vocazione: non sapeva cosa fare. Con gli amici non si beveva neppure vino, perché costava molto e poi aveva quell’odore lì… quello delle cantine dov’erano cresciuti. Odore di vecchio insomma. Tutto procedeva confusamente, dunque, come per tanti giovani, finché non incontrò due persone che lo convinsero che si poteva affrontare diversamente il conflitto generazionale: cambiando quell’odore, e quel sapore. Facendo insomma un Barolo nuovo. Quei due erano Alfredo Roagna e Domenico Clerico, e da allora comincia la fase dello studio appassionato e della scoperta, della Borgogna innanzitutto, e l’idea fissa di produrre vini puliti precisi dai tannini dolci. Nel 1996, dunque, d’accordo con la sorella Tiziana, comincia un nuovo percorso. Non avevano neanche un trattore… Mentre oggi alle porte bussa il prossimo futuro, quello del figlio diciannovenne Francesco e della nipote Giulia, figlia di Tiziana.

I rossi di Marco Parusso degustati “a distanza”

Vegliamonte, la nuova sfida

Nel 2015 hanno comprato anche una nuova azienda, in località Santa Rosalia ad Alba, un corpo unico 9 ettari, il che è raro da queste parti. Il nuovo progetto si chiama Vegliamonte, ed è il primo vino che assaggiamo.

Vegliamonte, Alba Doc 2016

Il vino è la risposta 2.0 a quelli che erano i “Super Piedmont” degli anni Novanta. Fino al 2000 anche Parusso ne aveva uno, il Bricco Novella Rosso (Nebbiolo, Barbera, Cabernet Sauvignon e Merlot), ma secondo Marco «questi vini global non avevano più senso», ragion per cui ha preso la strada del monovitigno. Talvolta però, il taglio è utile a trovare un equilibrio, come in questo caso. La Doc Alba, nata nel 2010, riproduce l’antico “taglio all’Albese”: la ricchezza e la rusticità della Barbera con l’eleganza e la lunghezza Nebbiolo.
Il Vegliamonte è 85% Nebbiolo e 15% Barbera, matura in barrique per 18 mesi. Ha profumo intenso di ciliegia, fragola, prugna, viola, spezie (cannella). L’annata è super, la maturazione dei tannini perfetta. Queste colline hanno una terra diversa rispetto alle Langhe: più argilla scura per vini generosi e intensi nel colore e nel profumo.

La filosofia di Parusso: farsi amico l’ossigeno

Marco Parusso lavora in iper-ossigenazione: come diceva Pasteur “è l’ossigeno che fa il vino ed è l’ossigeno che lo distrugge”. Prima te lo fai amico, più lento sarà l’invecchiamento (perché il vino è “allenato”). Marco stimola l’ossigeno sin dalle vigne, movimentando la terra, seminando erbe che danno dinamicità alla pianta, la quale non deve temere lo stress. In fermentazione poi, l’uso del raspo (pratica che sta tornando di attualità come abbiamo scritto anche qui) funge da spugna ricca di ossigeno che aiuta la fermentazione. In questa fase si fissano colore e profumi.
E per questo preferisce usare legno nuovo, che consente un maggior scambio di ossigeno con l’esterno, lasciando maturare i tannini.

I grandi rossi

Barolo Docg 2016

Il secondo vino ha colore rubino traslucente, come si confà a un Nebbiolo. «L’annata 2016 è eccezionale come le 2008 e 2001», secondo Marco. Il naso di questo, che è il suo Classico, cioè il Barolo d’entrata, è già eccellente, e molto tipico: fiore geranio e rosa, violetta, lampone, cenere, talco, buccia d’arancia; i tannini maturi, l’acidità moderata in rapporto al vitigno. Le uve provengono dalle tre Menzioni geografiche aggiuntive (MGA) di Mariondino (più sabbioso e fresco), Mosconi (più ricco di argille scure e che prende il sole del mattino) e da Bussia, dove Parusso ha due vigne (Rocche, col sole del mattino, di terra fine, bianca che sembra talco… e Vigna Munie, a sud-ovest, più grassa e calda). «Il Barolo Classico è un quartetto», dice Marco. E suona davvero bene. «È anche l’origine della famiglia, come per tutti».

Barolo Mariondino Docg 2016

Dal comune di Castiglione Falletto, è un vino balsamico, con nota di mentuccia, aperto, ricco di frutto rosso. Ritroviamo la definizione della zona d’origine, “più fresca e sabbiosa”. È balsamico anche al palato, con un tannino leggermente pungente e un intrigante finale di liquirizia. Un vino interessante, “un premier cru”, secondo Marco che infatti lo ha anche posizionato tra il Barolo “village” e il grand cru di Bussia, per parlare in borgognone. È elegante, piacevole e fresco.

Barolo Mosconi Docg 2016

Si trova nel comune di Monforte, si esprime con frutto più scuro, e note di sandalo, cedro, chiodo di garofano e cannella. Ha un tannino molto deciso, un po’ astringente, è caldo e intenso. al momento un po’ severo. Prima si chiamava “Le Coste Mosconi”, che erano due zone vicine, ma un po’ diverse. Oggi solo Mosconi da quando hanno venduto Le Coste ed è 100% Mosconi.

Barolo Bussia Docg 2016

Dal calice si sprigiona nel tempo un bouquet straordinario: polvere e talco, fragoline e lampone, terra bagnata; il tannino è assertivo, deciso, ancora asciugante, il vino è davvero profondo, ritorna la radice di liquirizia, è molto persistente. «Il calcare e il talco vengono dalle Rocche, mentre la terra calda e ricca è caratteristica delle Munie», spiega Marco.

Lo spumante

«Le bollicine sono il riassunto della mia filosofia», sostiene Parusso.

Metodo Classico Parusso

Per me, che non lo conoscevo, una sorpresa: lo verso nel calice ed è rosé, un bellissimo colore rosa antico. Non è scritto però da nessuna parte e questo potrebbe essere un inghippo, ma non per Marco. È sorprendentemente buono, con tenui note di ciliegia e fragola, un tocco di albume e di crosta di pane.
Al palato ha un perfetto equilibrio di acidità e dolcezza, il retrogusto ripropone la crosta di pane e i piccoli frutti. «Ho ripreso sistemi abbandonati, perché rischiosi e costosi. Nebbiolo da Barolo al 100%, le piante più giovani dalle zone minori, ovviamente, l’uva è raccolta a 11 gradi potenziali». La base spumante fermenta con lieviti indigeni e la rifermentazione si svolge non per l’aggiunta di zucchero, ma di mosto, non fresco (che porterebbe poco carattere) ma concentrato mediante appassimento. «È il Metodo Classico di Parusso, non è un vero rosé, è aranciato. Per questo non lo scrivo», sostiene Marco.

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© Riproduzione riservata - 01/05/2020

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