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Nomi insoliti (6): le sottozone dagli etimi più bizzarri

Nomi insoliti (6): le sottozone dagli etimi più bizzarri

Che cos’hanno in comune i comprensori di Bolgheri, Ofena e Pantelleria? Custodiscono cru dai toponimi emblematici, la cui storia affascinante testimonia il legame indissolubile con il territorio.

Parlando di cru dai nomi inconfondibili, come non citare Sassicaia? Una vigna di esclusiva proprietà della Tenuta San Guido, che di fatto – dal 1994 – è diventata una sottozona “aziendale” nell’ambito della Doc Bolgheri, per divenire poi denominazione autonoma dal 2013, in quel di Castagneto Carducci. Negli anni Quaranta il marchese Mario Incisa Della Rocchetta, grande appassionato di vini francesi, importò alcune barbatelle di Cabernet Sauvignon e di Cabernet Franc. La decisione di piantare questi vitigni su di un aerale che doveva ancora dimostrare tutto il suo potenziale fu presa per via delle sue caratteristiche pedoclimatiche, simili a quelle di Bordeaux. Il marchese notò infatti che i grandi rossi bordolesi dell’Aoc Pessac-Léognan nascevano da viti le cui radici affondavano su suoli molto sassosi, chiamati in francese graves. E parte delle sue proprietà avevano le medesime caratteristiche, tanto da essere chiamate dai contadini sassicaie. Terreni incolti e, fino ad allora, tanto meno impiegati per la viticoltura. Da qui la decisione: piantare proprio sulle sassicaie della Tenuta San Guido, le barbatelle acquistate a Bordeaux.

Niente pane dal “Forno d’Abruzzo”, ma nettari sontuosi

Ofena (L’Aquila) è in una conca – detta “Forno d’Abruzzo” – a 450 metri di altezza alle pendici del Gran Sasso. Un cru esteso su 4 ettari che deve il suo nome all’eccezionale esposizione solare di cui gode, associata alle sensibili escursioni termiche, dovute al fatto che si tratta di un calderone posto al di sotto di un frigorifero: l’unico ghiacciaio dell’Appennino. Un’area, sia per il clima sia per i suoli ricchi di scheletro, perfetta per la viticoltura. Proprio qui infatti si impiantarono secoli fa le prime vigne di Montepulciano. È un cru da sempre poco produttivo, ma capace di infondere nei vini un’assoluta originalità. Oltretutto l’acidità dei suoli, spessi 25 metri, lo rende adatto a produrre vini di lungo corso.

Le arabeggianti origini dei cru panteschi

Se c’è un posto dove immediatamente si percepisce il legame segreto tra la lingua e il passato vissuto dalla sua gente, questo luogo è Pantelleria. A partire dalla sua più antica denominazione Bent el rion (figlia del vento) e successivamente Qawsarah, tutti lemmi di origine araba. I millenari rapporti tra italiano e arabo iniziano ancor prima della nascita della nostra lingua, con l’arrivo degli arabi in Sicilia all’inizio del Medioevo. Ecco perché, appena sbarcati a Pantelleria, ci si trova repentinamente immersi in un mondo sonoro di parole vagamente gutturali, di accenti inusuali che evocano atmosfere mediorientali. Le contrade che suddividono l’isola hanno infatti nomi particolari, per esempio Bukkuram, Rekhale, Karuscia, Khamma, Gadir, Khaggiar, Khattibuale, Nicà… Alcune delle quali coincidono con preziosi cru viticoli da cui si ottiene il noto Passito di Pantelleria Doc; come Bukkuram, dove il prefisso bu significa “padre” e la radice karm “vigna”, ossia padre della vigna; o come Muéggen, da muagen, ossia “cisterne”.

Foto di apertura: alberello pantesco di Donnafugata

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© Riproduzione riservata - 13/02/2023

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