Nella mappa degli autoctoni localizziamo i vitigni tipici

Nella mappa degli autoctoni localizziamo i vitigni tipici

La definizione pertinente di vitigno autoctono non c’è. Tant’è che il professor Antonio Calò, che è stato docente di Viticoltura all’Università di Padova ed è autore di diverse pubblicazioni sui vitigni italiani, li ha chiamati italici. Secondo la consuetudine comune, per autoctono si intende un vitigno che fa parte della storia della vitivinicoltura di un territorio e più la sua presenza è lontana nel tempo più ha ragione di essere chiamato tale. Realizzare una mappa degli autoctoni (che puoi acquistare qui) significa capire quali possono appartenere a questa categoria. Vista la vastità del tema la prima cosa da fare è stata escludere le varietà di sicura provenienza estera, pur se presenti sul territorio da parecchio tempo. Non sono stati considerati gli incroci, in quanto frutto recente della mente umana con un’eccezione che sarà trattata più avanti. Rimaneva sempre il problema di reperire una fonte scritta attendibile e aggiornata sugli autoctoni.

Come risolvere il problema dei sinonimi

Le pubblicazioni disponibili, a volte firmate da autori esteri, sono sostanzialmente per ordine alfabetico, con vitigni non necessariamente iscritti al Registro nazionale delle varietà di vite, il riferimento ufficiale dei vitigni ammessi a produrre vino. La mappa, nelle nostre intenzioni, doveva dare indicazioni regionali e comprendere solo i vitigni ammessi a produrre vino, diventando così uno strumento sia per gli appassionati sia per i produttori. Sicché la prima ricerca è partita dalla lettura dei disciplinari delle Doc e Docg, dove sono elencati i vitigni protagonisti dei vini. Qui, però, lo stesso vitigno può avere nomi diversi e si è quindi reso necessario un controllo incrociato sul Registro ma anche qui mancavano corrispondenze. Questo perché le varietà sono state registrate in periodi che vanno dagli anni Sessanta del secolo scorso ad oggi, con conoscenze molto diverse. Solo ultimamente, attraverso la lettura del codice genetico, è stato possibile scoprire che alcuni vitigni sono uguali e che i loro nomi sono in realtà sinonimi. Come nel caso del trio Vermentino/Pigato/Favorita. A questo punto era necessario collegare le conoscenze del passato con quelle del presente, le informazioni delle denominazioni con quelle del Registro, e con quelle delle ultime scoperte. Di interprete ce n’è stato più d’uno, e poiché questo è un mondo in continua evoluzione c’è da aspettarsi che le cose cambino ancora. Mario Pecile del Crea (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria) di Conegliano, che si occupa dell’aggiornamento on line del Registro assieme a Carmelo Zavaglia, spiega che spetta alle Regioni informare il Mipaaf sulla classificazione dei vitigni e che, pur essendoci un buon rapporto tra i due enti, non sussiste l’obbligo della trasmissione dei dati. Per quanto riguarda altri testi di riferimento, sono stati presi in considerazione pubblicazioni inerenti agli anni 1990, 2000, 2008, 2010, quando c’è stato il Censimento dell’agricoltura. Con un lavoro lungo e minuzioso si sono fatte scoperte, incontrate curiosità e affrontati enigmi, non sempre risolti. Questo, per esempio, è uno.

 

Il Sangiovese è romagnolo o toscano? … e altri dubbi e curiosità

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Pigato (in Liguria) e Favorita (in Piemonte) sono in realtà lo stesso vitigno

Il Sangiovese, che è il vitigno rosso maggiormente diuso sul suolo italiano, ha origine ancora incerta: Romagna o Toscana? Si sa solo che, se i romagnoli se lo sono tenuto con un solo nome, i toscani no. Paolo Storchi, direttore dell’Unità di ricerca per la viticoltura del Crea di Arezzo, precisa che si tratta di una famiglia di vitigni con nomi che a volte sono legati alle dimensioni del chicco e più spesso alla zona di coltivazione. Così è chiamato Brunello a Montalcino e Prugnolo gentile a Montepulciano. Nomi che appaiono nei disciplinari di produzione ma non nel Registro, in cui il vitigno è iscritto come Sangiovese con sinonimo Sangioveto, termine usato dai vecchi contadini toscani. Il Trebbiano di Lugana, che ha come sinonimi Turbiana e Trebbiano di Soave, ha anche quello di Verdicchio bianco che si trova a parecchi chilometri di distanza, visto che è considerato tipico marchigiano. Il Vermentino, amante del mare, ha come sinonimi Pigato in Liguria e la Favorita piemontese. La Verdea che è tipica dell’Oltrepò Pavese è chiamata anche Colombana bianca, in onore del Santo che fondò l’omonimo ordine religioso. Sembra che la sua origine sia toscana. E ancora, la Croatina, tipica del Piemonte e della Lombardia, dà vita in Oltrepò Pavese a un vino chiamato Bonarda, che non ha niente a che fare col vitigno Bonarda. Un’altra situazione di questo genere riguarda il vitigno Prosecco, che con questo nome da due anni non esiste più. A seguito di decisioni politiche-territoriali, si chiama Glera e può dare il vino Prosecco.

I misteri “calabresi” e non

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Il Calabrese (o Nero d’Avola) non deve il suo nome alla regione

Tra i diversi misteri ancora irrisolti c’è quello del vitigno Calabrese sinonimo di Nero d’Avola: il nome Calabrese non deriverebbe dalla regione ma avrebbe origini diverse. Per il vitigno Magliocco, che ormai si ritiene diverso dal Gaglioppo, è un vero guazzabuglio. È registrato solo come Magliocco canino, ma ci sarebbe anche un’altra varietà da inserire chiamata Magliocco dolce. Questa sarebbe uguale al Greco nero, Castiglione e Marsigliana nera, che invece sono tutte iscritte al Registro, separatamente. Altro mistero da sciogliere, sempre in Calabria, è quello di Montonico e Mantonico. Secondo Anna Schneider, ricercatrice del Cnr (Centro nazionale ricerche) di Grugliasco (Torino) si tratta di due vitigni molto diversi tra loro. Il primo è legato all’Abruzzo e al Centro Italia e dà vini bianchi classici, il secondo è tipico della Calabria e dà uve adatte a essere appassite. Ennesimo punto da chiarire, ma ce ne sarebbero ancora diversi, riguarda il Greco e Greco bianco, confusi tra nome di vitigno e vino, perché il Greco bianco può dare il vino Greco. Il ricercatore Massimo Gardiman del Crea di Conegliano sottolinea che i due vitigni hanno territori diversi: il Greco sarebbe da ascrivere alla Campania (Greco di Tufo), mentre l’altro è più presente in Lazio, Puglia e Calabria. Piemonte e Sardegna sono tra le regioni che hanno dato pochissimo spazio ai vitigni internazionali e hanno valorizzato i loro autoctoni in modo chiaro e preciso, rendendoli spesso protagonisti singoli delle denominazioni. Giocando bene la “carta” degli autoctoni, partimonio unico, le regioni possono crescere in immagine, come sta accadendo al piccolo Molise, da quando ha deciso di puntare sull’unicità del suo Tintilia. A tal proposito si è scelto di inserire l’Albarossa nella mappa, pur trattandosi di un incrocio, perché per molti ha carattere tipico della sua terra, il Piemonte. Esso è stato creato da Barbera e Nebbiolo dal professor Giovanni Dalmasso a metà degli anni Trenta del secolo scorso. Stefano Chiarlo, che è stato uno dei primi ad apprezzarlo, racconta che da 1 ettaro piantato poco più di 10 anni fa si è arrivati a 50 tra Langhe e Monferrato e a una trentina di aziende coinvolte. La cosa positiva è che è stato studiato in vigna e in cantina per valorizzarne e rispettarne le caratteristiche, per presentarlo oggi sul mercato con uno stile comune.

Come leggerla

Nella nostra cartina sono riportati i vitigni autoctoni presenti nelle Doc e Docg più gli autoctoni minori, questi ultimi riconoscibili dalla sigla della provincia in cui la loro presenza è più significativa. Si è deciso di inserirli perché potrebbero essere i protagonisti del futuro, dal momento che anch’essi sono iscritti al Registro. Dopo il nome del vitigno si trovano: il colore della bacca , in quale territorio è maggiormente presente (se il nome della regione è in rosso) e in quali altre regioni è allevato. La bandierina indica se è coltivato in più regioni. Inoltre si può sapere in quali Doc e Docg esso è presente guardando il numerino che fa riferimento alla posizione della denominazione nella Cartina enografica di Civiltà del bere. Alla mappa è allegata anche la legenda con l’elenco delle denominazioni d’Italia. Le chiavi di lettura sono molteplici e ognuno può scoprire le sue. La più semplice è l’importanza del vitigno sul territorio nazionale dal numero delle regioni in cui è presente. Un’altra interpretazione è quella dell’unicità del vitigno che, se non ha il tricolore, si trova solo nella regione segnalata.

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© Riproduzione riservata - 29/04/2016

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