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Lo studio di Management DiVino sui bilanci delle nostre Cantine

Lo studio di Management DiVino sui bilanci delle nostre Cantine

Nella sua analisi sui bilanci di oltre 500 Cantine italiane, Management DiVino svela che la perdita complessiva dei ricavi 2020 nel settore è stata “solo” del –2,99%. Sulla redditività vincono piccole e grandi aziende, mentre soffrono le medie.

Dopo un anno passato a navigare a vista nella tempesta perfetta del Covid 19 siamo in grado di misurare, oggi, la reale portata dei danni provocati dai mesi di lockdown sui bilanci 2020 delle imprese vinicole? La risposta l’ha data il Centro Studi di Management DiVino e i dati consuntivi, ufficialmente registrati alla Camera di Commercio, sono meno funesti delle previsioni. Anche se non per tutti.

Una contrazione minore del previsto

“Cosa dicono i bilanci delle imprese del vino italiano” è il titolo del rapporto che fa una radiografia dei conti economici presentati da 539 imprese: l’88% delle 614 che fatturano oltre 3 milioni di euro in Italia. La diagnosi è che la contrazione complessiva dei ricavi 2020 è stata del -2,99% sul 2019: da 10,1 a 9,8 miliardi.
«Un risultato che testimonia come la tenuta del settore sia risultata maggiore del previsto», commenta il direttore di Management DiVino, Luca Castagnetti. «Più sensibile, ma comunque meno negativa del temuto, la riduzione delle marginalità, espressa da indicatori come l’Ebidta (utile prima delle tasse, degli oneri finanziari, delle svalutazioni e degli ammortamenti, ndr) in flessione del -5,99% e dell’Ebit (utile prima delle tasse e degli oneri finanziari, ndr) in contrazione del -9,99%».

Bilancio Cantine
Luca Castagnetti, direttore del Centro Studi Management DiVino e autore del rapporto “Cosa dicono i bilanci delle imprese del vino italiano”, in cui ha esaminato lo stato di salute di 539 Cantine

Analisi che va oltre i dati aggregati

Ma l’indagine del team di consulenza ha molto altro da aggiungere: analizzando i numeri in modo critico lo studio è capace di descrivere una realtà più sfaccettata. «Non solo il panorama viticolo italiano ha una ricchezza sterminata di uve e denominazioni, ma possiede anche una varietà incredibile di modalità con cui le aziende vengono gestite, gli investimenti realizzati e finanziati, i conti economici strutturati. Per questo osservare i dati in modo aggregato rischia di non fornire un quadro realistico», spiega Castagnetti. «Il valore aggiunto dell’indagine è quello dunque di essere riuscito a segmentare le imprese vinicole, individuare i dati in controtendenza e le ragioni sottese a queste variazioni».

Veneto e Toscana, modelli (vincenti) agli antipodi

E allora, se nella geografia dei ricavi primeggia per distacco il Veneto, con oltre 3 miliardi di euro, davanti a Emilia Romagna (1,27 miliardi) Trentino (1,08 mld) e Piemonte (1,064 mld), a livello di marginalità, e dunque di valore aggiunto, le aziende della Toscana appaiono nettamente le più performanti, con un Ebitda del 19,66%, seguite da quelle di Liguria (14,27%) e Umbria (13,78%). In pochi dati appare la sintesi di due modelli che si confermano antitetici (lo dice anche il dato sul fatturato per addetto: 678 mila euro in Veneto e appena 259 mila in Toscana) ma virtuosi allo stesso modo, anche attraverso il periodo di crisi.

Senza vie di mezzo

Stringendo il campo dalle regioni alle singole realtà produttive, in tema di marginalità ha molto da dire anche l’analisi per classi di fatturato. Balza all’occhio, per esempio, come per le piccole Cantine sotto i 5 milioni di euro la redditività sia cresciuta dall’8,8% del 2019 al 9,4% del 2020. E lo stesso è avvenuto per le aziende sopra i 50 milioni di fatturato, per le quali è passata dall’8,9% del 2019 al 9,6% del 2020. «Nelle piccole Cantine ha pesato positivamente il risparmio sulle voci commerciali, che incidono in modo molto pesante sui bilanci. Le realtà più grandi hanno tenuto la loro crescita come se nulla fosse accaduto. Un’evidenza che spinge a considerazioni sulla formazione di grandi realtà aggregative, che agiscono con sempre maggior forza sui mercati internazionali».

L’incidenza delle immobilizzazioni sulla marginalità

E ancora due mondi distinti sono le «aziende innamorate dei beni di proprietà, come vigneti e strutture produttive, che ragionano su un’ottica di lunghissimo periodo, e quelle più snelle, che investono maggiormente in brand e commercializzazione». Le seconde, definite light, con una percentuale di immobilizzazioni sul totale degli asset inferiore alla media, hanno mostrato indicatori di marginalità in netta crescita rispetto al 2019, specie nella fascia di fatturato oltre i 50 milioni di euro (Edibda da 11,51% a 14,49%, Ebit da 8,49 a 11,19%). Al contrario, le cosiddette strong, in particolare quelle di “classe” 20-50 milioni, hanno restituito indici più sensibili alla crisi, ma ben più alti in valore assoluto.

Caccia alle best practice

Un trend quest’ultimo che si accentua in particolare in una regione, come la Toscana, dove le imprese di tipo strong, e per giunta con una fiscalità agricola, vantano un Ebitda al 28,59%. «Questi risultati», ha concluso Castagnetti, «ci permettono di proseguire sulla strada verso l’individuazione di imprese o gruppi di imprese che hanno caratteristiche “ottimali”. Su queste sarà possibile nei prossimi mesi concentrare la nostra attività di ricerca anche con survey dirette per evidenziare le best pratice all’origine del loro successo».

Foto di apertura: la perdita complessiva dei ricavi 2020 nel settore è stata “solo” del -2,99%, decisamente minore di quanto ci si aspettasse © A. Klassen

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© Riproduzione riservata - 27/10/2021

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