Il vino naturale è libero e selvaggio

Il vino naturale è libero e selvaggio

In una recente dichiarazione Stella Kyriakides, commissario europeo per la Salute e Sicurezza Alimentare, sottolinea come la definizione di “vino naturale” sia volontaria e non regolamentata dalle norme europee. Le considerazioni di Massimo Zanichelli, da sempre attento all’acceso dibattito sul tema.

Mai uscito dal dibattito pubblico e privato del nostro tempo, il termine “naturale”, connesso ai prodotti alimentari e dunque anche al vino (oltre agli spiriti e agli aceti), torna a far parlare di sé con la recente dichiarazione di Stella Kyriakides, commissario europeo per la Salute e la sicurezza alimentare. Sollecitata da più parti, tra cui l’Unione Italiana Vini, Stella Kyriakides ha affermato che la Commissione Europea, ai sensi del Regolamento CE n. 1942/2006, non considera il termine “naturale” come un’indicazione nutrizionale o salutistica, ma come un’informazione volontaria, disciplinata in materia dagli articoli 7 e 36 del Regolamento UE n. 1169/2011. Di conseguenza, la liceità del suo uso sulle etichette di un prodotto alimentare sarà singolarmente verificata dalle autorità nazionali dei rispettivi stati membri dell’Unione Europea.

Né normato…

Kyriakides ha così ribadito quanto già era contenuto nella lettera della Direzione generale dell’Agricoltura e dello Sviluppo rurale della Commissione Europea del 7 settembre 2020, la quale affermava due punti.
Innanzi tutto che il “vino naturale” non è definito né regolamentato dalla legislazione europea. Rientra dunque, al pari degli “altri” vini, nell’allegato VII parte II e nell’articolo 80 (che rimanda a quanto dice in merito l’Oiv, l’Organizzazione Internazionale della Vigna e del Vino) del Regolamento UE n. 1308/2013, in cui sono indicate le pratiche enologiche consentite per produrre vino e per preservarne le caratteristiche essenziali.

…né riconosciuto

In secondo luogo che non è ufficialmente consentito l’uso della parola “naturale”, perché potrebbe trarre in inganno il consumatore suggerendo l’idea di un vino di qualità superiore, “attribuendo al prodotto alimentare effetti o proprietà che non possiede” e/o “suggerendo che l’alimento possiede caratteristiche particolari, quando in realtà tutti gli alimenti analoghi possiedono le stesse caratteristiche”. Aspetti evidenziati nei punti b) e c) dell’articolo 7 (“Pratiche leali d’informazione”) del già citato Regolamento n. 1169/2011, il cui articolo 36, a sua volta, asserisce che il vino naturale non rientrerebbe in quelle informazioni su base volontaria che “non sono ambigue né confuse per il consumatore” (punto b) e che “sono basate sui dati scientifici pertinenti” (punto c).

Il paradosso degli aromi “naturali”

Al di là degli interessi in gioco (produttivi, ideologici, soprattutto economici), non c’è da sorprendersi delle posizioni ufficiali della Commissione Europea se nello stesso Regolamento n. 1169/2011 (Allegato VII, punto D) ammette “il termine “naturale” per descrivere un aroma utilizzato conformemente all’articolo 16 del regolamento (CE) n.1334/2008″. Tale articolo, intitolato Disposizioni specifiche per l’uso del termine “naturale” fa coincidere la parola “naturale” con termini quali “aromi” e “sostanze aromatizzanti”; ovvero prodotti di sintesi, che dovrebbero invece esserne la negazione, affermando che “il termine “naturale” può essere utilizzato per descrivere un aroma solo se il componente aromatizzante contiene esclusivamente preparazioni aromatiche e/o sostanze aromatizzanti naturali” (punto 2). È evidente che non può esserci conciliazioni tra le parti.

Vino naturale, spirito ribelle

Tutto questo è l’ulteriore riprova che il “vino naturale”, per la sua identità “elastica” e “liquida”, non potrà essere riconosciuto da certificazioni o disciplinari ufficiali. È il suo destino, com’è nella sua indole non essere istituzionalizzato, normato. Nelle sue manifestazioni più pure, ovvero genuine e autentiche, il “vino naturale” è uno spirito anarchico, libero e selvaggio. Chi mai lo vorrebbe imbrigliato nelle museruole di una legislazione?

La qualità è un fatto individuale

Se è corretto sottolineare come l’espressione “vino naturale” non sia necessariamente sinonimo di “qualità” e di “qualità superiore”, è altrettanto doveroso rimarcare come nemmeno i disciplinari di produzione lo siano. La qualità, intesa come espressione (di un vitigno, di un territorio), è un fatto individuale non un protocollo; non è dunque quantificabile riducendola agli elementi primi che la compongono (che nei “vini naturali” sono per statuto, o almeno nei migliori dei casi, garantiti sul piano della salubrità).

Una questione di credibilità

Il “vino naturale”, al pari degli altri, misura la propria lealtà attraverso la credibilità, ovvero attraverso chi lo produce. Per scegliere bisogna conoscerlo. Dire di aver bevuto un “vino naturale” è esattamente come dire di aver bevuto un Barolo, di aver visto un thriller o letto un romanzo. Il vino naturale, il Barolo, il thriller, il romanzo di chi? L’esperienza della qualità, personale quanto replicabile da terzi, non sta nelle categorie, nelle generalizzazioni, nelle sigle, ma nelle individualità. Ci sono “vini naturali” scadenti come eccelsi “vini convenzionali” (e viceversa). La differenza – quella differenza che produce piacere ed emozione – è tutta nei nomi e nei cognomi dei suoi interpreti.

Per un approfondimento vi rimandiamo a un altro articolo di Massimo Zanichelli uscito per Civiltà del bere: “Il vino naturale è un punto di approdo, non d’arrivo”.

Foto di apertura: il vino naturale, secondo Massimo Zanichelli, «misura la propria lealtà attraverso la credibilità», che è data da chi lo produce. È un fatto individuale e non generalizzabile © Tim Mossholder – Unsplash

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© Riproduzione riservata - 24/04/2021

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