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Federvini, in 20 anni boom dell’export di vino italiano

Federvini, in 20 anni boom dell’export di vino italiano

L’Italia è il secondo operatore mondiale per il vino con una crescita a valore in due decadi del 188% e una quota passata dal 17% al 22%. I dati dell’Osservatorio Federvini, in collaborazione con Nomisma e TradeLab.

In 20 anni il vino italiano ha fatto segnare una crescita di export a valore del +188% conquistando una quota di mercato che oggi è seconda solo a quella della Francia e che è passata del 17% nel 2003, al 22% nel 2023. I dati, elaborati dell’Osservatorio Federvini, in collaborazione con Nomisma e TradeLab, sono stati presentati in occasione dell’assemblea generale Federvini, svoltasi a Roma lo scorso 5 giugno. Un’occasione di celebrazione del quinquennio di legislatura appena chiuso, ma soprattutto di riflessione sulle sfide che riguardano il mondo del vino, tra il calo dei consumi e il cambiamento climatico, nel contesto degli attuali delicati scenari internazionali.

Leadership del vino italiano in 46 Paesi

Il comparto del vino ha oggi un fatturato di 21,5 miliardi di euro, conta 2.600 imprese e 30 mila occupati, e rappresenta il 21% dell’export del food & beverage italiano. Nel 2023 le esportazioni hanno toccato gli 8 miliardi di euro, un dato rimasto in linea con quello, da record, registrato nel 2022.
Nell’arco di due decadi, il cammino virtuoso del vino italiano lo ha portato a una posizione di leadership in 46 Paesi (20 anni fa erano appena 9) e a ridurre sensibilmente il gap con la primatista assoluta, la Francia, passata ad avere la leadership da 41 a 51 Paesi, ma con un valore dell’export mondiale sceso dal 38% al 33%.

Buone performance anche per spirits e aceti

Una parabola simile è quella che hanno avuto anche spirits e aceti italiani negli ultimi 20 anni: secondo Nomisma, l’export dei primi ha registrato un incremento del +300% per un valore di 1,7 miliardi di euro (oggi l’Italia è il quinto top exporter globale).
L’andamento positivo delle vendite oltre frontiera si conferma per il comparto degli aceti (+180% a valore negli ultimi venti anni). In generale, anche in considerazione di un calo strutturale dei consumi interni, le esportazioni assumono un carattere strategico, rappresentando un fatturato del 50% per i vini, del 35% per gli spirits e del 48% per gli aceti.

Ceta col Canada come modello

L’export, ha sottolineato Federvini, resterà anche in futuro la chiave per una crescita strutturale del comparto ed è dunque necessario attivare adeguate leve per tutelarlo in un contesto di cambiamento politico, con le elezioni europee appena avvenute e le presidenziali americane alle porte, e di tensioni commerciali ed economiche.
«Per affrontare la dimensione delle sfide internazionali», ha dichiarato la presidente di Federvini Micaela Pallini, «c’è bisogno di regole certe, capaci di assicurare una competizione chiara e libera sui mercati, che non cedano a tendenze neo proibizioniste e che superino la logica ritorsiva dei dazi che nel recente passato ci hanno ingiustamente penalizzato».
Accordi commerciali come il Ceta, definito dall’Ue col Canada, rappresentano un esempio da seguire. Basti pensare che per i vini italiani il tasso di crescita verso questo specifico mercato nordamericano è stato del +7,6% tra 2018-2022 rispetto al +3,7% del 2013-2017. Mentre il comparto aperitivi, amari, liquori e distillati made in Italy ha registrato, sempre verso il Canada, un tasso del +13,1% rispetto al +2,9% del periodo precedente.

Il fuoricasa continua a guidare i consumi

Federvini ha ricordato i principali dossier affrontati corso del quinquennio di legislatura appena chiuso, dalle iniziative di Irlanda e più recentemente del Belgio sugli health warnings, alla revisione della direttiva sugli imballaggi, fino alla normativa sull’etichettatura e al Regolamento relativo alle Indicazioni geografiche. Partite dall’impatto potenzialmente decisivo in un settore alle prese anche con una evoluzione dei consumi.
Consumi che secondo i dati elaborati da TradeLab restano guidati dal “fuoricasa”, che per la stragrande maggioranza degli italiani fa rima con convivialità.

La socialità come chiave per leggere i dati

L’80% degli italiani sceglie di bere principalmente durante occasioni sociali in accompagnamento al cibo distribuite lungo tutta la settimana, con il 27% che sostiene di consumare sempre la stessa tipologia di bevanda e il 40% che effettua la propria scelta in base alla particolare occasione di consumo. Il 95% del campione intervistato consuma bevande alcoliche in compagnia, un’abitudine che conferma il fattore della socialità quale elemento decisivo nelle scelte di consumo. Una tendenza che vede nell’aperitivo serale un fenomeno in netta crescita, con 14 milioni di italiani che lo organizzano in occasioni fuori casa, per un giro d’affari complessivo di 4,5 miliardi di euro.

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© Riproduzione riservata - 26/06/2024

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