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Si riaccende la polemica sulle etichette anti-cancro per il vino. Il punto della situazione

Si riaccende la polemica sulle etichette anti-cancro per il vino. Il punto della situazione

Il silenzio-assenso dell’Ue a Dublino fa scoppiare di nuovo il caso sugli health warning sulle bottiglie di alcolici, vino e birra compresi. Provocando una nuova insurrezione di produttori vinicoli, enti e istituzioni. I nodi, le tappe del caso e cosa può succedere ora.

Altro che tempesta in un bicchiere. Uno tsunami mediatico si è (ri)abbattuto sulle etichette anticancro per le bottiglie di vino. La spinosa faccenda agita da mesi i rapporti tra Bruxelles e Stati membri dell’Unione europea, con i Paesi mediterranei a vocazione vinicola in prima fila nell’opposizione. A far rifermentare la polemica su questo neo-proibizionismo di matrice europea è la “questione irlandese”; il via libera dato dall’Ue all’iniziativa promossa da Dublino per adottare una normativa che di fatto equipara il vino alle sigarette, almeno in termini di avvertenze nell’etichettatura. E che prevede l’obbligo di mettere su vetro, anche per birra a superalcolici, ammonimenti simili a quelli che compaiono sui pacchetti di bionde: “Il consumo di alcol provoca malattie del fegato” o “alcol e tumori mortali sono direttamente collegati”.

Politica italiana contro il silenzio-assenso di Bruxelles

Per fronteggiare il problema dell’alcolismo nel Paese, l’Irlanda aveva deciso un giro di vite sull’alcol già nel 2016. A giugno 2022 ha inviato all’Unione la legge che introduce etichette con health warning. Il silenzio-assenso della Ue ha scatenato il caso.
«Un’assurda decisione contro il vino», l’ha battezzata il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani. «Una spinta a condizionare i mercati e non a tutelare la salute», secondo il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida. E alla voce di Palazzo Chigi, che ha già inviato il commissario per il mercato interno dell’Ue Thierry Breton la richiesta di un «intervento contro le misure arbitrarie e distorsive dell’Irlanda», si è unito il coro di produttori e associazioni italiane del settore per disinnescare sul nascere un eventuale processo di imitazione che potrebbe spingere altri Paesi a seguire l’esempio irlandese.

Le spine del piano anti-cancro dell’Ue

Per inquadrare il tema giova fare un paio di passi indietro. Ispirato dai preoccupanti numeri sui casi di cancro in Europa (secondo i dati Ue sono stati 2,7 milioni quelli diagnosticati nel 2020 e 1,3 milioni i decessi collegati alla malattia) il cosiddetto Europe’s Beating Cancer Plan è stato presentato come uno degli impegni cardine della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen nel novembre 2020.
Frutto del lavoro di un’apposita commissione speciale (BECA) il piano strategico ha visto la luce il 3 febbraio 2021. La prima stesura, assieme a indicazioni per la prevenzione e per la salute, conteneva anche obiettivi di riduzione del consumo di tabacco e alcol. Nonché, appunto, le discusse indicazioni rivolte a Paesi membri che rischiavano di abbattersi sul vino, le sue imprese e i suoi appassionati; etichette con alert sanitari, limitazioni sulla pubblicità, divieto di sponsorizzazione di eventi sportivi, aumento della tassazione, revisione della politica di promozione.

Emendamenti dei paesi produttori

Dopo un anno di polemiche, il 15 febbraio 2022 il Parlamento europeo aveva trovato un punto d’equilibrio tra l’esigenza di preservare la salute pubblica comunitaria e la necessità di proteggere l’economia di diverse nazioni europee. Accogliendo l’emendamento sostenuto dall’Italia e dalla Francia, si era deciso di cancellare i riferimenti al cancro sulle etichette, sostituendole con l’invito a fornire informazioni su un consumo responsabile, in virtù della riconosciuta “differenza tra uso nocivo e moderato di bevande alcoliche”. Contestualmente era stata approvata una formulazione meno rigida in merito al divieto di sponsorizzazione degli eventi sportivi e bocciata la modifica che cambiava il riferimento al ricorso alla tassazione tra le opzioni per scoraggiare il consumo nocivo di bevande alcoliche. Una vittoria per l’industria del vino che ora tuttavia rischia di venire nuovamente messa in discussione dalla “questione irlandese”.

Alcolismo, una piaga in Irlanda

La battaglia di Dublino per un health warning sulle etichette di alcolici (compresi vino e birra) è una mossa intesa a contrastare il problema dell’alcolismo. Secondo i dati dell’Oms l’Irlanda è uno dei paesi col più alto consumo medio pro capite, non solo in Europa, ma al mondo: 12,75 litri di alcol puro annui per i cittadini con più di 15 anni, contro gli 8 ad esempio dell’Italia.
Notificata a giugno 2022 a Bruxelles, la Public Health Alcohol Labeling Regulations – che prevede l’obbligo di accompagnare la vendita di bevande alcoliche ad indicazioni relative a cancro, rischi per le donne in gravidanza e malattie del fegato – ha solo dovuto attendere la scadenza della moratoria, giunta a fine dicembre 2022, per poter essere applicata dalle autorità nazionali.

Ricadute sulla libera circolazione (e non solo)

Il silente via libera della Commissione europea, secondo produttori vinicoli, enti e istituzioni mette in dubbio principi fondanti dell’Ue, come il mercato comune, e potrebbe avere importanti ripercussioni sull’export. Non solo. La non decisione di Bruxelles tocca altri due aspetti della faccenda. Da un lato potrebbe indurre la Direzione Generale Salute ad adottare un approccio simile a livello comunitario, imponendo dunque agli stati membri le stesse direttive irlandesi; dall’altro indirizzare in maniera decisiva il dibattito, tutt’ora aperto, sull’etichettatura alimentare, il cosiddetto Nutriscore.

Un coro di dissensi dalle associazioni del vino

Secondo il presidente di Uiv, Lamberto Frescobaldi «il silenzio assenso di Bruxelles a Dublino rappresenta una pericolosa fuga in avanti da parte di un Paese membro». E in particolare il mancato intervento della Commissione europea «mette a repentaglio il principio di libera circolazione delle merci in ambito comunitario e segna un precedente estremamente pericoloso in tema di etichettatura di messaggi allarmistici sul consumo di vino».
«Un sistema unilaterale che spacca il mercato unico europeo», gli fa eco Micaela Pallini presidente di Federvini, «una modalità discriminatoria perché non distingue tra abuso e consumo e criminalizza prodotti della nostra civiltà mediterranea senza apportare misurabili ed effettivi benefici nella lotta contro il consumo irresponsabile».
«Non ci sottraiamo certo al confronto sulla tutela della salute e sul consumo moderato, che da sempre promuoviamo in Italia e in Europa», ha sottolineato il presidente di Fivi Lorenzo Cesconi, «ma è necessario che i legislatori europei e nazionali capiscano che la strada del proibizionismo è un vicolo cieco. È necessario distinguere il vino dalle bevande alcoliche in generale e dagli spirits. Il tema dei consumi alimentari andrebbe affrontato in modo complesso, partendo dai tanti determinanti della salute e abbandonando le crociate; che uccideranno il vino ma non porteranno certamente un aumento dei livelli di benessere della popolazione».

Condanna della deriva proibizionistica sul vino

«È del tutto improprio assimilare l’eccessivo consumo di superalcolici tipico dei Paesi nordici al consumo moderato e consapevole di prodotti di qualità ed a più bassa gradazione come la birra e il vino», sottolinea Ettore Prandini, presidente di Coldiretti. L’associazione di rappresentanza e assistenza dell’agricoltura italiana definisce il fatto un «pericoloso precedente che rischia di aprire le porte a una normativa comunitaria allarmistica e ingiustificata, capace di influenzare negativamente le scelte dei consumatori». E anche il presidente Confagricoltura, Massimiliano Giansanti, alla notizia della non opposizione odierna allo schema di regolamento irlandese, si è detto «particolarmente preoccupato per la deriva proibizionistica che il settore vitivinicolo europeo sta affrontando». 

Serve il via libera dell’Omc

E ora che succederà? Le schermaglie sono destinate a durare almeno altri due mesi, il tempo a disposizione dell’Organizzazione mondiale del commercio (Omc) per dare o no il via libera alle etichette con l’allarme. «Il via libera non è definitivo», spiega infatti Paolo De Castro, membro della Commissione Agricoltura dell’Ue e tra i parlamentari firmatari degli emendamenti al Cancer Plan. «Ora l’Irlanda dovrà essere autorizzata anche dall’Organizzazione mondiale del commercio, poiché questa normativa rappresenta una barriera anche a livello internazionale. Un processo che prevede una durata di circa 60 giorni. Se da un lato la Commissione pare abbia scelto di voler condizionare le scelte dei consumatori europei, come Parlamento lavoreremo invece per informarli di più e meglio, con sistemi di etichettatura delle bevande alcoliche più trasparenti, che forniscano informazioni sul consumo moderato e responsabile».

Foto di apertura: © L. Alexe

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© Riproduzione riservata - 16/01/2023

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