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Diciassette modi per dire Sicilia

Diciassette modi per dire Sicilia

La tendenza: più bianchi e gradazioni alcoliche ridotte – Il nuovo Marchio d’area del Nero d’Avola per tutelare la produzione bandiera dell’isola – Una ricerca sui diversi terroir dell’Etna a seconda dei versanti – Lieviti e biodiversità – Vinitaly, piazza affari e modello di aggregazione – Il piano di internazionalizzazione per l’estero – Donne protagoniste del Rinascimento enologico

Non esiste un altro luogo al mondo dove la vendemmia duri ben cinque mesi. Si possono iniziare a raccogliere le uve a luglio, soprattutto se si è vicini al mare, e terminare a novembre inoltrato quando l’Etna è già imbiancato di neve. Siamo in Sicilia, d’altronde, e la viticoltura non poteva che rispecchiare l’anima di questa terra così piena di contrasti e di ossimori e, proprio per questo, incredibilmente affascinante. La Sicilia è stata definita dalla stampa internazionale un “continente vinicolo”. Estrema varietà di paesaggi e di suoli, venti, influssi dei mari e del vulcano sono solo alcune delle variabili che contribuiscono a fare di questa terra un luogo dove fare vino è una vocazione naturale. «La Sicilia del vino può fare tutto», dice Attilio Scienza nella convinzione che da questa terra ci si debba ancora attendere grandi sorprese enologiche.
La vera ricchezza dell’isola è proprio la diversità che esalta la differenza tra i vini e rende riconoscibili i prodotti. Attualmente l’impegno delle Cantine e delle istituzioni è tutto rivolto all’esaltazione di questa diversità. Come? Valorizzando insieme vitigno e territorio, facendo in modo che chi arriva e decide di assaggiare un vino possa al tempo stesso riconoscere le tradizioni, ritrovare i paesaggi e la terra che gli ha dato vita. Le ultime tendenze della viticoltura dell’isola sono state riassunte da Leonardo Agueci, presidente dell’Istituto della Vite e del Vino (Irvv) della Regione Sicilia durante una conferenza stampa a Vinitaly. Si parla di decisa ripresa dei vini bianchi sui rossi con un utilizzo particolare di Grecanico, Grillo e Catarratto anche nelle versioni spumantizzate; abbassamento della gradazione alcolica e quindi prodotti con aromi e strutture migliori; tendenza all’eleganza con vini complessivamente gradevoli e profumati. Insomma, la Sicilia enologica entra nel prossimo decennio forte della sua essenza. E quando si è sicuri di sé, nulla può fermarci.

Un continente vinicolo dai volti tutti diversi

Messina: Sulle colline di Faro, Sant’Agata e Ganzirri attorno allo stretto di Messina, da sempre crocevia dei commerci, si producono rossi dalla spiccata personalità. Il vino simbolo del territorio è il Faro Doc, che nasce da Nerello Mascalese, Nerello Cappuccio e Nocera. La zona, che enologicamente in passato è stata un po’ trascurata, oggi risulta essere una tra le più promettenti. In un futuro assai prossimo assaggeremo molti vini provenienti da quest’area.

Il golfo di Messina

Etna: Quelli che nascono qui vengono chiamati “i vini del vulcano”. Ogni versante e ogni differente esposizione dona alle piante di Nerello Mascalese e Carricante, le più coltivate, caratteristiche differenti che fanno di questi luoghi un microcosmo. Comuni denominatori a tutti i vini etnei, però, sono longevità, acidità e tannicità. La zona è anche particolarmente vocata alle bollicine con un’ottima produzione di eleganti spumanti.

Siracusa: L’Orecchio di Dioniso e lo splendido teatro greco di Siracusa vegliano sui vigneti che si distendono alle spalle della città. Siamo nella culla del Moscato di Siracusa, un nettare giallo dorato, dal profumo floreale e intenso, oltre che con una piacevolissima nota dolce, mai stucchevole. Il vitigno ha origini antichissime. Eppure, per qualche tempo ha rischiato di sparire. Oggi la produzione si sta molto rivalutando e la superficie coltivata a Moscato bianco è di circa 35 ettari.

Noto: Siamo all’estremità della Sicilia sudorientale: Portopalo di CapoPassero, Marzamemi, Pachino, Noto sono solo alcuni dei luoghi che qui si possono visitare. Il territorio è vocato alla produzione di vini dolci, come il Moscato di Noto, ma anche di grandi rossi: Nero d’Avola, Pignatello e Frappato.

La rocca su cui sorge Vittoria

Vittoria: Patria raffinatissima del Barocco e del Liberty con capolavori architettonici tutelati dall’Unesco. Scicli, Modica, Ragusa Ibla e Caltagirone si offrono al visitatore in tutto il loro splendore. Enologicamente trionfa il Cerasuolo di Vittoria, unica Docg dell’isola. Il vino nasce dal Nero d’Avola e dal Frappato che, insieme, regalano il loro colore rosso ciliegia dai riflessi violacei con una nota olfattiva di fragola, ciliegia e marasca.

Agrigento: Tra i templi e i mandorli dell’Agrigentino, il Nero d’Avola ha trovato la sua casa ideale. Da Cattolica Eraclea a Licata, da Grotte a Canicattì, la vigna si mescola alla storia e alla cultura. Vitigno completo ed eclettico, il Nero d’Avola si è rivelato capace di risultati tra i più diversi: dai rossi di pronta beva ai Novelli fragranti e fruttati, fino a rossi strutturati dove trionfano la viola e lo speziato per terminare con l’abito da sera, come vino da dessert.

Piazza Armerina: Piazza Armerina è nota a tutti per lo splendore della villa romana del Casale del 320-350 d.C. e massimo esempio dell’arte romanica del mosaico. Ci troviamo nel cuore dell’isola. I vigneti che crescono in quest’area sono coltivati sia a varietà rosse che originano vini corposi e superbi, sia a varietà bianche con nettari caratterizzati dall’eleganza e dalle piacevoli note olfattive. Entrambe le tipologie incontrano il gusto del consumatore internazionale. Crescono sia autoctoni sia alloctoni.

Marsala: Mulini, saline, riserve naturali caratterizzano la parte più occidentale dell’isola. Siamo nell’area tra Marsala e Mazara del Vallo. La fama enologica del luogo è data dal Marsala. C’è molta innovazione e il Grillo, vitigno principe, dà vita a bianchi dal grande carattere.

Resti archeologici nel parco di Selinunte

Segesta: Fin dall’Ottocento il territorio è conosciuto in particolare per i i bianchi prodotti con uve di Catarratto. Il prestigio enologico di Segesta sta crescendo anche grazie all’introduzione di vitigni internazionali e alla valorizzazione degli autoctoni rossi. Tutt’attorno le chiese di Alcamo, i paesaggi di Castellammare e i reperti del tempio dorico del teatro greco.

Terre Sicane: Tra gli splendori archeologici del parco di Selinunte, la valle del Belice, le dolci  colline di Menfi e il lussureggiante lago Arancio, nascono vini rossi molto longevi e bianchi di spessore, strutturati e armonici. Chiamano quest’area delle Terre Sicane e dei luoghi de Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa un’“enoteca naturale” proprio perché l’habitat è idoneo alla crescita di molte varietà autoctone e internazionali.

Erice: Grillo, Inzolia e Nero d’Avola, sono tre i vitigni autoctoni che meglio si adattano al microclima dell’area. Non mancano comunque Müller Thurgau e altri alloctoni che hanno dato eccellenti risultati organolettici. Siamo nel fascinoso borgo di Erice che custodisce le tipiche strade, le antiche mura e le architetture della città sacra degli Elimi. Dalla sommità del colle di Erice lo sguardo spazia fino alla riserva naturalistica delle isole Egadi.

Monreale: A Nord di Palermo, Monreale con il suo duomo è un capolavoro d’arte normanna. Ma attorno sono molte le cose da vedere: gli scavi archeologici sul monte Jato, Piana degli Albanesi, il bosco della Ficuzza, il Gorgo del Drago. L’area viticola è una tra le più vaste. Crescono Chardonnay, Syrah, Cabernet Sauvignon, Merlot, Catarratto, Nero d’Avola e Perricone vinificati in purezza o in assemblaggio.

Madonie: Il parco delle Madonie abbraccia tre province: Palermo, Caltanissetta e Agrigento. L’altitudine delle colline è ideale per originare vini di grande finezza ed eleganza: bianchi anche in versioni spumantizzate e rossi con tannini nobili e di lunghissima persistenza. Da vedere, oltre al parco, la cattedrale normanna di Cefalù.

Castelli Nisseni: Si ritorna nel cuore della Sicilia, nelle zone archeologiche di Gibil-Gabib e di Sabucina con ben 13 castelli medioevali eredi di alcune grandi battaglie. Siamo, oltre che in una zona molto suggestiva dell’isola, anche in quella che è considerata una delle aree vitate più flessibili e adatte alla produzione di molte tipologie di vini diversi. Il principe, il Nero d’Avola, ad esempio, esprime qui il suo carattere più intenso insieme alla corposità e alla capacità di lungo invecchiamento.

Un ambiente alpino nell'area del Mamertino

Mamertino: L’area del Mamertino, territorio ricco di storia, natura e cultura, si affaccia sul mare delle isole Egadi. Ma non solo, qui coesistono ambienti totalmente diversi come quello alpino. Il territorio è colmo di suggestioni proprio perché unisce l’aspetto montuoso e dei Nebrodi con il fascino dell’area marina. Qui crescono piante da blasonati vitigni bianchi e rossi che traggono la loro suadenza dal contrasto fra i due differenti microclimi.

Isole Eolie: Lipari, l’isola di pietra pomice, Vulcano, quella dei fanghi sulfurei, Panarea, la più vivace, Stromboli con il suo vulcano attivo, Alicudi e Filicudi ancora incontaminate, e Salina, conosciuta per la Malvasia. Sono le Eolie, sette gioielli nel Mediterraneo. Chi giunge qui non può non conoscere la Malvasia che proviene dall’incontro tra l’oro del vitigno Malvasia e il nero della bacca del Corinto. Sono strepitose le sue note di albicocca matura e miele. Il vino è considerato uno dei tesori della viticoltura siciliana.

Pantelleria: È l’isola del vento immersa in quel mare che Luigi Pirandello ha definito “africano”. Arrampicate sui pendii scoscesi che arrivano a strapiombo sul mare, crescono le piante di Zibibbo. Le caratteristiche organolettiche che l’ambiente dona alle uve sono uniche e irripetibili. Nei vini passiti di Pantelleria c’è tutta la mediterraneità possibile. Ma non si fanno solo vini dolci. Da Pantelleria nascono anche alcuni rossi sorprendentemente pieni di luce, sole e mare

Nero d’Avola: è qualità

La ricchezza architettonica della cattedrale di Palermo

Viticoltura in cifre
In Sicilia la superficie vitata è di 115.686 ettari con l’aggiunta di 19 mila ettari in portafoglio. Lo dice l’Osservatorio dell’Istituto. Gli ettari a uve bianche sono 73.824 e occupano il 63,8% della superficie vitata; quelle a bacca nera sono coltivate in 41.596 ettari e coprono il 35,9%. L’incidenza della superficie a uve bianche, pur restando preponderante dopo anni di drastica diminuzione, si va pressoché assestando (63,6% nel 2010 e 63,9% nel 2009). La provincia più vitata è quella di Trapani con 66.557 ettari (57,53%). Tutte le altre seguono a grande distanza: si comincia con l’area agrigentina con 19.943,24 (17,24%) e con il Palermitano, 15.821,91 (13,68%). La provincia di Caltanissetta ne ha 5.539,54 (4,79%), Catania 3.176,77 (2,75%), Siracusa 1.876,85 (1,62%), Ragusa 1.513,8 (1,31%), Messina 879,58 (0,76%) ed Enna 376,22 (0,33%).
Nella Sicilia Occidentale prevalgono le uve bianche, mentre in quella Orientale le uve nere. I vitigni più diffusi sull’isola sono due autoctoni: il Catarratto bianco, con 32.903 ettari vitati e una quota del 28,44% sul totale, e il Nero d’Avola, varietà principe con 18.830. Proprio quest’ultimo, dopo anni di costante crescita, dal Duemila al 2008, ha registrato per la prima volta nel 2009 un lieve calo di superficie, ripetutosi anche nel 2010 in termini di superficie totale. Il Catarratto bianco, nonostante resti la cultivar maggiore, è in continuo decremento a favore invece del Catarratto bianco lucido con 6.239 ettari, che balza al decimo posto del 2009 al quinto del 2010. Nella classifica dei bianchi più quotati e in ascesa troviamo l’Inzolia con 7.084 ettari e il Grillo con 5.629 ettari. In discesa gli internazionali: lo Chardonnay occupa 5.035 ettari, il Cabernet Sauvignon 3.688 ettari. Si segnala anche il drastico dimezzamento degli ettari a Trebbiano Toscano, indice del miglioramento qualitativo della viticoltura dell’isola. Continua la crescita del Viognier (da 971 a 1.079 ettari), del Pinot grigio e del Petit Verdot. La classifica dei rossi procede con il Syrah coltivato in 5.461 ettari, il Merlot con 4.736 ettari, il Nerello Mascalese con 3.767 ettari, in lieve diminuzione, il Sangiovese con 1.639 ettari, il Frappato con 833 ettari e il Nerello Cappuccio con 723 ettari. Sale l’incidenza della superficie vitata allevata a spalliera e diminuisce invece quella ad alberello e tendone. La spalliera, infatti, permette di ottimizzare le spese colturali consentendo la meccanizzazione di molte operazioni nel rispetto delle caratteristiche delle uve.

Marchio d’area
Nero d’Avola Sicilia Qualità è il marchio d’area presentato durante l’ultimo Vinitaly finalizzato alla certificazione dei vini prodotti con questa varietà di uve e imbottigliati in Sicilia. Si tratta di un traguardo importante raggiunto dall’imprenditoria vinicola isolana, non solo per il mondo del vino, ma per l’economia in generale. Così facendo sono stati inseriti meccanismi di tracciabilità e di clausole di produzione che possono diventare un punto di riferimento per tutta la filiale dell’agroalimentare di qualità della Sicilia. Insomma, da oggi in poi chi acquisterà una bottiglia di Nero d’Avola che apporta in etichetta il nuovo marchio, sarà certo di bere un vino che proviene non solo da uve allevate in Sicilia, ma anche da vino lì vinificato e imbottigliato.
L’iniziativa nasce dall’Istituto Regionale della Vite e del Vino e da un gruppo di produttori siciliani concentrati in quei territori dell’isola a vocazione vitivinicola in cui il vitigno Nero d’Avola è tradizionalmente coltivato. «Il sistema vino di qualità siciliano oggi ha uno strumento in più per valorizzare l’autenticità del vitigno principe dell’isola garantendo al consumatore maggiore trasparenza e completezza d’informazioni, garanzie sull’origine e sull’imbottigliamento», ha detto Leonardo Agueci.
«Questo strumento ci consentirà di non disperdere quote importanti di valore aggiunto e ci permetterà di difendere il ruolo e l’iniziativa di viticoltori siciliani nella produzione del Nero d’Avola», ha precisato Agueci. Ora tutti si auspicano che il sistema produttivo di vino di qualità dell’isola aderisca diffusamente al progetto, chiudendo così gli spazi a quanti in questi anni e soprattutto fuori dalla Sicilia hanno abusato del buon nome e dell’ottima reputazione dello storico vitigno, imbottigliando vini sfusi di basso prezzo, di dubbia provenienza e realizzando un improprio vantaggio speculativo sulle produzioni e sulle aziende di qualità della Sicilia.
Già nella grafica prima ancora che nei contenuti a cui fa riferimento il Disciplinare a cui è possibile aderire su base volontaria, l’obiettivo è chiaro: legare in maniera indissolubile il Nero d’Avola al territorio. Infatti, il Marchio s’innesta sull’immagine geografica della Sicilia usando i colori del rosso, del nero e dell’oro. La certificazione sul prodotto sarà rilasciata solo ai vini in bottiglia che rispondono ai requisiti prescritti dal Disciplinare di produzione. I vini Nero d’Avola Sicilia Qualità devono essere ottenuti da uve provenienti da vitigni coltivati in Sicilia e per vini che contengano almeno un minimo di 85% di Nero d’Avola e un massimo di 15% di vitigni autorizzati nelle diverse zone vitivinicole siciliane. La resa massima di uva per ettaro non deve superare gli 8 mila chilogrammi e il titolo alcolometrico minimo naturale delle uve non deve essere inferiore al 12,5% vol. La resa massima dell’uva in vino finito non deve essere più alta del 70%.
Nella vinificazione e maturazione del vino devono essere seguiti i criteri tecnici più razionali ed effettuate le pratiche enologiche atte a conferire al vino le migliori caratteristiche di qualità. Le tecniche di vinificazione devono assicurare la massima estrazione possibile degli antociani e dei tannini dalle bucce ed eventualmente minimizzare il sapore amaro. Sarà compito dell’Istituto verificare che i soggetti che richiedono l’uso del Marchio abbiano i requisiti adatti e siano in grado di rispettare le condizioni previste dai regolamenti.

Ricerca orientata all’impresa

Microcosmo Etna
L’Etna è una delle 17 aree viticole siciliane tra le più promettenti. Ma in realtà questo territorio è sempre stato vocato alla produzione di vini di qualità; clima e suoli così particolari ne fanno un piccolo continente nel continente vinicolo siciliano. Le cultivar autoctone per eccellenza a bacca rossa sono Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio, mentre quelle a bacca bianca sono Carricante e Minnella. I vigneti sono impiantati tra i 400 e i 1.000 metri di quota. Accanto ai vitigni tradizionali, alcuni produttori stanno tentando la strada della sperimentazione anche degli internazionali; i risultati sembrano promettenti dato che ad esempio, sull’Etna, lo Chardonnay e il Pinot nero trovano condizioni climatiche ed escursioni termiche più simili a quelle dei loro Paesi d’origine.
Una recente ricerca dell’Università di Milano condotta dall’équipe di Attilio Scienza ha inoltre messo in luce un aspetto straordinario di questo terroir: ogni versante del vulcano produce effetti diversi sullo stesso vitigno. Gli studi hanno preso in esame il Nerello Mascalese e il Carricante. Ebbene, proprio quest’ultimo, sul versante nordest del vulcano, si esprime in vini dal complesso equilibrio tra sentori in cui prevalgono gli aromi fruttati oltre che una percezione dell’acidità, l’amaro, l’erbaceo e il secco. I vini del versante est hanno aromi floreali, erbacei e freschi, quelli del versante sudest hanno una prevalenza di erbaceo secco e quelli del lato sudovest si caratterizzano per una decisa nota alcolica. Il Nerello Mascalese coltivato a nordest regala vini equilibrati nei sentori con una percezione di aromi floreali; il versante est porta al Nerello l’astringenza, il tostato, il vegetale secco. A sudest le uve hanno un’acidità misurata e una maggior percezione alcolica, oltre a una lieve nota amara, mentre a sudovest prevale la nota balsamica supportata da freschezza, alcolicità e persistenza.

Lieviti e biodiversità
È dai primi anni Duemila che l’Istituto ha scelto di occuparsi di biotecnologie, mentre più di recente ha creato una specifica unità operativa per il settore vinicolo. L’obiettivo, oltre a fornire assistenza alle Cantine sociali e alle aziende vitivinicole sui controlli da effettuare per evitare gli inquinamenti microbiologici, è di studiare la biodiversità dei ceppi di lieviti, selezionandoli ai fini enologici. I protagonisti della fermentazione, cioè del processo naturale che consente la trasformazione del mosto d’uva in vino, sono proprio i lieviti che, venendo a contatto con il succo dell’uva pigiata, la provocano spontaneamente. Questi microrganismi sono di innumerevoli specie e sono presenti sui grappoli, sui terreni vitati, nelle stesse cantine ma anche nell’aria perché sono trasportati dal vento o dagli insetti, anche da molto lontano.

L'Etna

«L’Istituto si sta adoperando fortemente per aiutare i produttori nel loro impegno a progettare la loro diversità e, se possibile, la propria unicità», afferma Dario Cartabellotta, direttore generale dell’Irvv. «Investire sulla ricerca microbiologica, e in particolar modo sui lieviti utili alla vinificazione, significa cercare di arricchire l’esperienza sensoriale dell’assaggio, contribuendo alla creazione di vini diversi, restituendo alle etichette siciliane un altro elemento di tipicità e qualità».
Per questo in Sicilia si è optato per la strada degli antichi palmenti dove è possibile raccogliere dei lieviti indigeni (o selvaggi, ndr) che rappresentano una base di partenza per la loro produzione industriale. «La nostra scelta di andare a selezionare direttamente i lieviti, non modificandoli dal punto di vista genetico», spiega Daniele Oliva, microbiologo e dirigente dell’unità operativa sulle biotecnologie applicate alla viticoltura e all’enologia dell’Irvv, «qualifica i vini siciliani rispetto a quelli del Nuovo Mondo dove invece vengono utilizzati anche microorganismi geneticamente modificati». Il 4 e il 5 febbraio scorso al Castello Utveggio di Palermo, su invito dell’Irvv, si è riunito un nutrito gruppo di prestigiosi ricercatori provenienti da Francia, Portogallo, Spagna e Italia per discutere su “Qualità, innovazione e territorio: la ricerca microbiologica per i vini del futuro”. Il convegno, che è stato anche un riconoscimento del ruolo svolto dall’Istituto, ha fatto il punto sull’innovazione nell’ambito dei lieviti utilizzati in enologia ai fini di migliorarne l’impiego e verificarne i risultati. Gli studiosi, infatti, si sono confrontati sui lieviti indigeni, sui ceppi ibridi, sui metodi e sulle tecniche per poter interpretare quanto accade durante i processi fermentativi. Negli ultimi anni, infatti, per via dei cambiamenti climatici e della modernizzazione enologica ed agronomica, il ricorso alle nuove tecnologie e il sostegno alla ricerca applicata all’enologia sono diventate scelte strategiche per mantenere elevata la qualità dei vini.
«L’incontro ci ha permesso», ha commentato Leonardo Agueci, presidente dell’Irvv che ha fortemente voluto l’iniziativa, «di incrementare il nostro patrimonio di conoscenze anche perché le scoperte e le innovazioni di oggi sono la base dei vini del futuro. L’appuntamento, a cui hanno partecipato gli staff tecnici delle aziende vitivinicole siciliane, ha avuto proprio l’intento di fornire strumenti e conoscenze per migliorare e mantenere elevata la qualità dell’enologia mediterranea sulla scena internazionale». Tra gli studi in corso sono particolarmente interessanti quelli che puntano, in modo del tutto naturale, a creare dei ceppi di lievito in grado di ridurre significativamente il tenore alcolico del vino, ma senza modificarne le proprietà sensoriali oppure quelli capaci di limitare l’acidità volatile o ancora di incrementare la percentuale di glicerolo, per ottenere dei prodotti più profumati, leggeri, rotondi e con una caratterizzazione varietale più accentuata.
Un altro filone di ricerca è la fermentazione mista con l’impiego di lieviti della specie Saccharomyces e Candida. «Il vino è fatto con un tipo di lievito molto diffuso e utilizzato, che poi è il medesimo con cui si fa il pane», spiega Daniele Oliva. «Ci sono anche altri lieviti che normalmente non sono adoperati in enologia. Per tutti questi, non soltanto per la Candida stellata, c’è tuttavia grande interesse. Questa ricerca permette di studiare meglio come avvengono le fermentazioni. È dunque uno strumento», conclude Oliva, «al servizio, oltre che degli studiosi, anche di quelle cantine dotate di laboratori microbiologici». Questa ricerca dell’Irvv, valutata preventivamente da una commissione di esperti internazionali, sarà prossimamente pubblicata dalla prestigiosa South African Journal of Enology and Viticulture, con il titolo “A method to discriminate between the Candida stellata and Saccharomyces cerevisiae species in mixed fermentation on WLD and Lysine Agar media”.  A Palermo l’attività di ricerca e sperimentazione nell’ambito della microbiologia enologica si è arricchita negli anni di numerosi contributi. Nel periodo 2003-2007 è stata costituita una nuova collezione di lieviti Saccharomyces, ricca di 918 isolati tra cui sono stati identificati con metodi di analisi molecolare 384 ceppi diversi. Dal 2006 è disponibile sotto forma di lievito secco attivo uno di questi ceppi, specificamente selezionato per la produzione di rossi e in particolare del Nero d’Avola. Questo lievito – il primo creato nella regione – è stato isolato nel territorio della Doc Eloro situata nell’area di Noto, nella Sicilia sudorientale, zona che ha dato origine al Nero d’Avola. «I lieviti sono un fattore caratterizzante, alla stregua di ogni altro componente o strumento utilizzato in enologia», conclude Dario Cartabellotta, direttore generale dell’Irvv. «Cerchiamo di partire dai vitigni di casa nostra e dai loro lieviti autoctoni per affermare la vera identità vitivinicola dell’isola». Il futuro dei vini siciliani non sta solo nell’unicità, ma anche nell’innovazione sia di processo che di prodotto.

Le news dal Vinitaly

Il padiglione di Vinitaly dedicato alle aziende siciliane

Francia cerca Sicilia
Per due giorni, durante il Vinitaly, l’area business del padiglione Sicilia è diventata la piazza affari del vino siciliano. Una sessantina di importatori da tutto il mondo e 140 produttori sono stati protagonisti di incontri one to one della durata di 30 minuti ciascuno che hanno coinvolto tutte le zone vinicole dell’isola. Si tratta di una formula che rientra in una strategia che ha come obiettivo quello di migliorare l’export e più in generale l’internazionalizzazione del vino siciliano.
Le aziende hanno potuto programmare in anticipo gli incontri con i buyer pianificando al meglio la loro linea commerciale. Proprio loro sono stati ambasciatori dei 17 diversi contesti produttivi dell’isola e hanno potuto, oltre che far assaggiare i loro vini, raccontare l’immagine di una Sicilia fatta di cultura, passione, qualità e innovazione. Sono arrivati buyer sia dai mercati tradizionali come Stati Uniti, Germania e Svizzera, sia da Paesi insoliti per il vino siciliano quali Singapore, Danimarca e Cina. Ma a suscitare stupore sono stati gli importatori francesi che hanno contrattato con le aziende più rappresentative di ciascun territorio.
E Dario Cartabellotta, direttore generale dell’Irvv, ha acceso i riflettori della sua considerazione proprio su questa presenza: «Se i buyer francesi hanno chiesto e ottenuto di partecipare a questo BtoB, allora possiamo affermare che il vino siciliano come sistema ha compiuto grandi passi in avanti anche grazie a questi appuntamenti che danno un’immagine più professionale all’intero comparto», ha detto. «Gli imprenditori siciliani sono arrivati a questo appuntamento preparati e hanno puntato su quegli elementi di qualità che sono necessari per concludere le trattative. La Sicilia del vino si è fatta percepire come un territorio dal forte appeal, ma anche dalla grande professionalità».

Aggregazione modello
La Sicilia del vino si è presentata a Vinitaly mostrando le sue tante anime fatte di territori e tradizioni raccordate in un’immagine univoca, sinonimo di identità culturale, ricerca della qualità e dell’innovazione. Alla fiera di Verona la Sicilia si è posta come un modello di aggregazione e innovazione per l’intero sistema agroalimentare nazionale. A Vinitaly c’erano oltre 200 aziende distribuite su 170 stand aziendali o di gruppo in un padiglione di 8 mila metri quadrati, presentando complessivamente oltre mille etichette. La vera novità è stata la disposizione delle Cantine all’interno del padiglione; ha vinto, infatti, la formula territoriale che suddivideva la Sicilia in 17 aree, dall’Etna al Trapanese, raggruppando i produttori appartenenti a quel territorio. E non solo. Il padiglione era totalmente wi-fi. Ogni visitatore in possesso di uno smartphone poteva muoversi all’interno consultando mappe virtuali e ricevendo informazioni in tempo reale sulle Cantine e sui territori di appartenenza. Inoltre video in 3D e scatti fotografici sparsi qua e là gli permettevano di respirare un po’ dell’aria siciliana.
Il progetto denominato “Sicilia@Vinitaly 2011, Welcome to Sicily, the gate to Wine, World, Web” è stato realizzato grazie a un protocollo d’intesa tra l’Irvv e il Dipartimento di Ingegneria chimica, gestionale, informatica e meccanica dell’Università degli Studi di Palermo. Così facendo è stata data un’immagine e una percezione più forte dell’appartenenza territoriale dei vini siciliani oltre che maggiori opportunità commerciali grazie alla diffusione tecnologica delle informazioni aziendali. E, oltre alla tecnologia, i 150 mila visitatori che hanno attraversato il padiglione nelle giornate del Vinitaly avevano una garanzia di qualità assicurata. Tutti i vini presentati, infatti, erano stati esaminati e selezionati dall’Istituto assicurando così l’eccellenza qualitativa.

Out vino, in turismo
L’Istituto e le Cantine presenti, insieme, hanno messo in campo una logica economica e di comunicazione che dal prodotto si sposta al territorio: esportare vino e importare turismo. Questo anche grazie alla naturale vocazione dell’isola. E per favorire le attività di export dei vini locali è stato pensato il piano di internazionalizzazione. «Abbiamo previsto una pianificazione organica che poggia sulla consapevolezza del successo riscosso dal vino siciliano negli ultimi anni», ha spiegato Leonardo Agueci. «La Sicilia, grazie a una grande varietà di vini prodotti sulla sua terra, è pronta a essere competitiva in ogni singolo segmento di mercato. Nel dettaglio la strategia sarà articolata in momenti dove le aziende saranno protagoniste con la loro partecipazione diretta e azioni di marketing laterale in cui l’Istituto farà da traino alle azioni dei produttori. Nella prima categoria rientreranno incoming con trade e stampa specializzata dei Paesi target, partecipazione a fiere e seminari internazionali, viaggi esplorativi nei possibili nuovi mercati del vino e organizzazione di workshop BtoB».
I primi appuntamenti in calendario sono stati l’incoming con il trade e la stampa di Stati Uniti e Canada lo scorso 16 aprile. A seguire il 28 giugno la Sicilia del vino parteciperà al Definitive Italian Wine Tasting di Londra con una sezione interamente dedicata ai vini e ai 17 contesti produttivi regionali. Dal 26 al 28 ottobre è prevista la partecipazione di alcune aziende siciliane al Moscow International Wine Expo. Per il 2012 sono in programma viaggi esplorativi in Brasile e in India alla ricerca di partner credibili che potranno aiutare la diffusione del vino siciliano. E a ottobre si svolgerà a Taormina Winett Sicilia, il workshop commerciale BtoB.

Dario Cartabellotta, direttore dell'Istituto della Vite e del Vino di Palermo, con le imprenditrici siciliane protagoniste di quello che è stato definito il Rinascimento enologico del vino siciliano

Al timone le donne
Sono loro, le donne, le protagoniste dell’innovazione nel panorama dei vini siciliani. Dal prossimo luglio, le Case vinicole caratterizzate da una forte presenza femminile sono coinvolte in un’iniziativa che si chiama “Il circuito di Bacco nelle Cantine di Venere”. Parlare di vino attraverso le circa 30 imprenditrici siciliane significa offrire una chiave inedita, affascinante, suggestiva per avvicinarsi al cuore del Rinascimento enologico dell’isola. Queste donne-timoniere rappresentano con la loro sensibilità e la loro professionalità il cambiamento culturale di un modello imprenditoriale al servizio dell’innovazione, del territorio e della competitività. Il circuito di Bacco è un festival itinerante che partendo dall’accostamento della cultura alla tradizione vinicola siciliana propone spettacoli di teatro, musica e danze proprio nei luoghi legati alla cultura del vino e cioè le aziende. Quest’anno si comincia il 23 luglio con tre produzioni artistiche tutte al femminile che andranno in tour in nove province siciliane interessando 12 Cantine in 12 località, 12 aree di interesse artistico e culturale per un totale di 12 spettacoli in cui saranno coinvolti 28 artisti.
L’ensemble femminile d’archi del Conservatorio Bellini di Palermo presenta “Libiamo ne’ lieti calici”, la celebrazione del vino e del brindisi attraverso i più noti generi musicali. Il vino nella canzone italiana verrà interpretato con “Davanti a un fiasco de vin”, una carrellata di successi musicali tra romanze e canzoni; e, infine, “Amore, donne e vino”: il canto, le donne, le percussioni e la danza. Le 32 signore del vino coinvolte sono: Rosaria Castorina di Rocca d’Api, Benedetta Poretti di Cantine Florio, Corvo, Duca di Salaparuta, Maria Grazia di Francesco di Casa di Grazia, Luisa Melìa di Ceuso, Gera Ienna di Donnadicoppe, Elena Graci di Graci, Enza La Fauci di Tenuta La Fauci, Mariangela Cambria di Cottanera, Marilena Barbera di Cantine Barbera, Silvia Maestrelli di Tenuta di Fessina, Alice Bonaccorsi di Valcesara, Annamaria e Clara Sala di Tenuta Gorghi Tondi, Carmela Pupillo di Pupillo, Carolina Cucurullo di Masseria del Feudo, Caterina Tumbarello di Cantine Pellegrino, Flora Mondello di Gaglio Vignaioli dal 1910, Francesca Curto di Curto, Francesca Planeta di Planeta, Francesca Tonnino di Tonnino, Gaetana Jacono di Valle dell’Acate, José Rallo di Donnafugata, Laura Savoca di Tenute Gigliotto, Lilly Fazio di Fazio, Margherita Platania di Feudo Cavaliere, Mirella Tamburello di Tamburello, Nancy Astone di Cambria, Paola Lantieri di Punta dell’Ufala, Maria Rita Russo di Limonio, Silvana Conte di Conte d’Alambicco di Sicilia, Stefania Lena di Fatascià e Vinzia di Gaetano di Firriato.

150 vini per l’Unità
In occasione delle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia, la provincia regionale di Trapani in collaborazione con l’Irvv e con il patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri, ha organizzato “Un brindisi per l’Unità”. Si tratta di un percorso culturale che promuove 150 vini (di questi 18 siciliani) rappresentativi delle aree geografiche della penisola, come ci ha spiegato l’assessore provinciale Doriana Licata. L’evento si è svolto il 24 maggio tra Marsala e Salemi, definita da Garibaldi la prima capitale d’Italia. Degustando i vini si sono ripercorse anche le tappe principali del Risorgimento italiano con le vicende che hanno caratterizzato quell’area geografica.

Sicilia mediterranea
Promuovere e valorizzare l’immagine della Sicilia enoica, dei territori vitivinicoli e della cultura della vite e del vino dell’isola. Sono questi gli obiettivi del concorso “Sicilia terra mediterranea” promosso dall’Istituto Regionale della Vite e del Vino. Al premio sono ammessi i giornalisti e gli scrittori di qualsiasi nazionalità che avranno diffuso l’argomento tra il 1° gennaio 2011 e il 1° novembre 2011 attraverso giornali quotidiani e periodici cartacei di rilevanza nazionale e internazionale, programmi radio o televisivi, trasmissioni e articoli web e su canali informatici, fotografie. Gli elaborati dovranno far riferimento al territorio della vite e del vino siciliano oltre che al patrimonio naturalistico e storico-culturale della Sicilia per diffondere la specificità dei valori agroalimentari e gastronomici dell’isola.
La partecipazione al concorso è gratuita e gli elaborati, corredati da un breve curriculum vitae, dovranno pervenire entro il 5 novembre 2011 alla segreteria organizzativa del Concorso (Istituto Regionale della Vite e del Vino della Regione Sicilia – via Libertà 66, 90143 Palermo). Se in lingua straniera, gli scritti dovranno essere corredati da una traduzione italiana o in inglese. I premi previsti sono sette: sezione cartacea, primo premio da 7 mila euro e secondo premio da 3 mila euro; sezione radio-televisiva, primo premio da 7 mila euro e secondo premio da 3 mila euro; sezione web: un premio da 7 mila euro; sezione fotografica: un premio da 7 mila euro; e sezione specialistica enologica: un premio da 7 mila euro.

 

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© Riproduzione riservata - 20/06/2011

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