Dal mondo Dal mondo Riccardo Oldani

Brexit, i primi impatti sul trading del vino

Brexit, i primi impatti sul trading del vino

Un mese dopo la Brexit cominciano ad affiorare le prime magagne sul commercio dei prodotti enologici. La burocrazia impone costi occulti fino a 2 euro la bottiglia. E chi si rivolge a distributori britannici per raggiungere i mercati del Nord Europa è costretto a pagare dazio. A trarne vantaggio i produttori del Nuovo Mondo, come i neozelandesi.

Il governo britannico aveva assicurato gli operatori del settore che la Brexit non avrebbe avuto impatti sul commercio del vino in Regno Unito. Ma a un mese dall’entrata in vigore delle nuove discipline doganali, le cose non paiono stare proprio in questi termini, con conseguenze anche per i produttori italiani ed europei. Il mercato britannico fa gola. È uno dei più interessanti per il vino: il decimo al mondo per volume. E non può contare su una produzione nazionale di grandi quantità, per quanto l’OIV abbia di recente celebrato il ritorno del Paese come quarantottesimo membro attivo.

Alle prese con il modello VI-1

In Gran Bretagna ha avuto un certo risalto su quotidiani e siti specializzati la sfuriata di Daniel Lambert, uno dei più importanti distributori. Lambert ha elencato su Twitter una serie di motivi per cui non è assolutamente vero che il suo business non sarà gravato da costi aggiuntivi. In particolare Lambert denuncia il fatto che l’uscita dall’Europa comporta per la sua attività la compilazione di un modulo, il cosiddetto “Chief” (o modello VI-1, di cui avevamo parlato qui), per ogni container di vino proveniente dall’Europa importato nel Paese. Si tratta dello stesso formulario usato in precedenza per i prodotti non-UE, il cui meccanismo, però, è particolarmente complesso. Gestibile per volumi non elevati, diventa estremamente macchinoso ora che al traffico extraeuropeo si aggiunge anche quello del Vecchio Continente.

La burocrazia di Sua Maestà

Occorre compilare 64 voci e inserire codici per ogni tipologia di vino. E se qualcosa non è chiaro, come è naturale in queste fasi iniziali di gestione post-Brexit? Ci vogliono 5 giorni per avere una risposta dall’ufficio che gestisce le procedure, l’HMRC (Her Majesty’s Revenue Customs). Secondo Lambert occorre un intero giorno di lavoro di una persona espressamente dedicata a compilare scartoffie per sbloccare l’importazione di un container di vino. I costi si ripercuoteranno sul pubblico in termini di una sterlina a bottiglia per i prodotti di fascia medio-bassa e fino a 1,5/2 sterline per quelli di fascia alta. Non proprio un’operazione indolore, quindi.

Il problema dei vini in transito

Ma c’è di più. In un’analisi proposta da Harpers UK emerge anche il fatto che tutti i vini che transitano attraverso il Regno Unito per raggiungere altri Paesi europei sono ora soggetti a tariffe doganali, di cui si può richiedere il risarcimento, attraverso il Returned Good Relief Scheme messo a punto dal governo britannico, ma che in ogni caso vanno pagate, senza conoscere con certezza i tempi delle pratiche. La cosa non riguarda soltanto vini extraeuropei distribuiti in Europa da gruppi con sede in Gran Bretagna, ma anche produttori europei e italiani che si affidano a distributori di Londra per raggiungere i mercati del Nord Europa, come quelli scandinavi o della Danimarca.

Brexit


La bottiglia celebrativa ideata nel 2019 per la Brexit dall’azienda di beni di lusso Gold Emotions

I rischi per la Gran Bretagna

I proclami che il mercato sarebbe stato libero da tariffe non fotografano quindi correttamente la situazione che si è venuta a creare dopo la Brexit. Il Regno Unito si era affermato negli ultimi anni come una sorta di “hub” del vino, un po’ come è avvenuto anche per molte materie prime di interesse industriale, che hanno sempre avuto nella City londinese il punto di riferimento commerciale a livello europeo e mondiale. Ma adesso le cose potrebbero cambiare, perché conviene indirizzare i prodotti da importare nel Paese nella Repubblica d’Irlanda o in Irlanda del Nord, che gode di un particolare regime d’esenzione.

La riscossa nel Nuovo Mondo

Una cosa è certa. Finché queste incertezze burocratiche resteranno irrisolte (si parla di tempi fino a luglio per avere una versione online del modulo VI-1) i costi per chi esporta vino in Regno Unito lieviteranno in maniera consistente. Anche perché tutti i prodotti dovranno essere sottoposti a test di laboratorio, che possono costare da 300 a 400 sterline per ogni vino. A trarne vantaggio saranno probabilmente molti produttori del Nuovo Mondo, in particolare quelli dell’area del Commonwealth, come i neozelandesi o i sudafricani.

I neozelandesi brindano

Le Cantine della Nuova Zelanda, per esempio, beneficiate anche dal fatto che nel loro Paese il contrasto al Covid-19 è stato più efficace che altrove, osservano soddisfatti i dati di mercato del 2020. Un’indagine condotta in collaborazione con Nielsen dall’associazione dei New Zealand Winegrowers indica per l’anno appena concluso una crescita delle bottiglie vendute nel Regno Unito del +23% rispetto al 2019. Le performance premiano tutte le tipologie di vini; in particolare spiccano i rosé, i cui volumi di export sono più che raddoppiati nel 2020 rispetto a soltanto tre anni prima, passando da 2,4 milioni di litri nel 2017 a 5,6 milioni di litri. Per il 2021, grazie alla Brexit, i risultati potrebbero essere ancora migliori.

Foto di apertura di H. Ayoade per Unsplash

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© Riproduzione riservata - 02/02/2021

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