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Addio a Luciano Sandrone. La storia e i vini di uno dei più grandi barolisti

Addio a Luciano Sandrone. La storia e i vini di uno dei più grandi barolisti

A due settimane dalla scomparsa, ecco il nostro ricordo di Luciano Sandrone, indiscusso protagonista della scena langarola degli ultimi cinquant’anni. Un vignaiolo discreto, ma concreto, rimasto sempre fedele alle sue idee e alla sua terra.

Il 5 gennaio scorso è stato un giorno triste per il mondo del vino. Nella sua casa di Barolo si spegneva Luciano Sandrone, vitivinicoltore illuminato e capace di grandi realizzazioni. Se n’è andato in silenzio, senza clamori, com’era nel suo stile di uomo schivo, ma concreto che preferiva l’azione all’apparenza, la sostanza alla forma, il lavoro in cantina alla presenza sui palcoscenici di tutto il mondo, dove i suoi vini si sono da tempo affermati.

Figlio di un falegname di Barolo

La vita di Luciano Sandrone si può raffigurare con una retta orientata verso l’alto, da quando ha visto le sue origini sulle colline del Barolo fino all’ultimo tratto del suo cammino. A Barolo Luciano era nato il 12 febbraio 1946 da una famiglia senza particolari radici nel vino. Il papà Ottavio lavorava il legno e la mamma Rosa Corino era casalinga. Dopo di lui sarebbero nati due fratelli, Bruno nel 1950 e Luca addirittura nel 1967, quando Luciano aveva già ventun anni.
Ma un nesso tra il papà Ottavio e il vino c’era: vivere a Barolo e fare il falegname significava occuparsi anche delle botti di legno che popolavano le cantine di allora, quando molti di questi lavori venivano fatti dagli artigiani del posto. E Luciano accompagnava volentieri il papà nel suo peregrinare da un’azienda all’altra.

Galeotto fu l’indirizzo agrario

Ma ciò che ha orientato Luciano alla vigna e al vino sta nel suo percorso scolastico. Terminati i cinque anni di elementari presso il Castello di Barolo, Luciano voleva continuare lì gli studi, dove i padri Comboniani gestivano anche le medie. Ma, verso la metà del primo anno, i religiosi interruppero la loro presenza nel paese lasciando i ragazzi, Luciano compreso, in mezzo al guado. Dopo qualche titubanza, Luciano si iscrisse alle medie di Monforte d’Alba, che avevano un orientamento agrario. Man mano che frequentava le lezioni, si accorgeva che i temi dell’agricoltura gli erano sempre più congeniali. E a Barolo il lavoro nei campi voleva dire vigna e vino. Non furono anni facili, ma si rivelarono assai proficui. Alla fine del triennio, trovò le porte spalancate alla Cantina Giacomo Borgogno, allora una delle più prestigiose della zona.

Dalle Cantine degli altri alla sua

Alla Borgogno lavorava in cantina, ma – come capitava allora – doveva collaborare anche in altri settori, dai lavori in vigna fino alle consegne ai clienti. E lui aveva subito rivelato un’ottima versatilità nelle varie occupazioni. Al rientro dal servizio militare, nella seconda metà degli anni Sessanta, cedette alle lusinghe del cavalier Felice Abbona e dalla Borgogno passò alla Marchesi di Barolo, dove sarebbe rimasto fino al 1990. Fu un’esperienza entusiasmante: presto divenne responsabile della cantina, in sinergia con i vari enologi, pur frequentando anche gli altri settori aziendali. Gli stimoli erano molti, non ultimo quello di cercare confronti internazionali che gli avrebbero fatto frequentare sovente la Borgogna, la regione vitivinicola francese più simile alla Langa.

I primi anni

Intanto, il Barolo permeava sempre di più i suoi pensieri e alimentava i suoi progetti. Nel 1974 acquistava la prima vigna di Nebbiolo da Barolo e già quella vendemmia ne vinificava le uve. A distanza di poco tempo ne acquistava una seconda. Come mai? Solo fortunate coincidenze o tappe successive, magari non totalmente razionalizzate, di un progetto destinato a tradursi in una cantina di proprietà?
La prima vinificazione, nel 1974, fruttò solo 1.570 bottiglie, facilmente vendute con il passaparola. Ma, nelle vendemmie successive, la produzione cresceva e bisognava pensare anche al mercato.
Erano anni eroici in cui, grazie al confronto con altri giovani produttori in Confcoltivatori (l’attuale Cia), Luciano intuì come indirizzare la sua attività. Nel 1982, per commercializzare il Barolo del 1978, decise di aderire a uno stand collettivo al Vinitaly a Verona. Fu la sua fortuna perché conobbe i primi importatori.
Strategici sono stati anche gli incontri con i giornalisti di allora: primo fra tutti Gino Veronelli che lo convinse a vinificare in purezza le singole vigne del Barolo; e poi Robert Parker che addirittura assegnò al suo Barolo Cannubi Boschis 1990 il punteggio stratosferico di 100/100.

Il successo e le scelte stilistiche

Alla definitiva consacrazione di produttore di Barolo Luciano Sandrone giunse negli anni Novanta, quando l’azienda si irrobustì sotto tutti i punti di vista. In ambito viticolo con l’acquisizione di nuove vigne; in ambito organizzativo con il coinvolgimento in azienda della moglie Mariuccia, della figlia Barbara e del fratello Luca; infine in ambito strutturale con la costruzione della nuova cantina in via Pugnane a Barolo, dove a partire dal 1999 un supporto tecnico d’avanguardia rese ancora più efficace la vinificazione delle sue uve e la produzione dei suoi vini.
Tutti i vini di Luciano, i tre Barolo (Le Vigne, Aleste e Vite Talin), il Dolcetto d’Alba, la Barbera d’Alba e il Nebbiolo d’Alba Valmaggiore sono il frutto della meditata interazione tra le sue vigne, della strategia aziendale legata alle radici della Langa e dell’abilità produttiva che nel tempo si è affinata. Luciano è rimasto ostinatamente fedele ai caratteri della terra e agli insegnamenti della tradizione, producendo solo e sempre vini rossi.

I vini di Luciano Sandrone

Il Barolo Le Vigne è ispirato al classico metodo di produzione in assemblaggio che ha fatto la storia del Barolo. Il Barolo Aleste è il frutto di una storica vigna in Cannubi Boschis a Barolo e dedicato nel nome ai due nipoti (Alessia e Stefano) destinati in futuro a condividere le sorti aziendali. Infine il Barolo Vite Talin è il risultato di una sperimentazione di anni che ha tolto dall’oblio un prezioso clone di Nebbiolo ben adattato alle colline di Barolo.
Il Dolcetto d’Alba e la Barbera d’Alba sono il tributo alla tradizione piemontese che in Langa ha avuto un forte baluardo nel vitigno Dolcetto e in Monferrato nel vitigno Barbera.
Il Nebbiolo d’Alba Valmaggiore è nato dalla volontà di mettersi alla prova nel Roero, un’altra terra di grandi Nebbioli, dove la fantastica collina di Valmaggiore rivela da sempre il suo primato di qualità e prestigio. Solo sei vini, ma sono gli interpreti di quel grande sviluppo di qualità e immagine che ha caratterizzato gli ultimi 40 anni della Langa.

Adesso Luciano riposa, ma il suo lavoro e le sue intuizioni non si perderanno. Proseguiranno la sua opera coloro che sono stati al suo fianco: la moglie Mariuccia, la figlia Barbara, il fratello Luca e i nipoti Stefano, Alessia e Giacomo. A tutti loro vanno le più sentite condoglianze della direzione e della redazione di Civiltà del bere.

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© Riproduzione riservata - 19/01/2023

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