In Italia In Italia Alessandro Torcoli

Vent’anni di Paleo rosso: evoluzione di un vino e di un territorio

Vent’anni di Paleo rosso: evoluzione di un vino e di un territorio

È il momento dei ventennali, e volentieri partecipiamo a questi festeggiamenti con batterie da 16 annate in degustazione. Il 24 settembre a Roma per il 5 Stelle (leggi l’articolo Sfursat 5 Stelle, la leggenda in 16 annate), ieri a Milano per il Paleo rosso, il fuoriclasse de Le Macchiole di Bolgheri (Castagneto Carducci, Livorno). Vertiginose verticali, che talvolta rischiano di confondere l’assaggiatore, specialmente alle ultime battute.

La degustazione di Paleo rosso per il ventennale

Le due esperienze non potevano essere più diverse, per territori d’origine (Valtelina Vs Bolgheri), per uve (Nebbiolo Vs Cabernet Franc), per dimensioni aziendali (la Nino Negri del Gruppo Italiano Vini, il più grande produttore italiano Vs Le Macchiole, 22 ettari, una famiglia). Un’altra, apparentemente minore, differenza: con lo Sfursat siamo andati a ritroso nel tempo, dall’ultimo 2009 indietro fino al 1989, con il Paleo all’inverso: dal 1992 al 2009.

GIOVANI PROMETTENTI – Risultato? Senza offesa, e a prescindere da un giudizio tecnico, ma all’indietro si gode del fascino del vino – uno dei pochi beni che invecchiando migliora e aumenta il proprio valore, mentre quando si procede dal millesimo più anziano al tempo presente le annate giovani enfatizzano la propria immaturità e, perdonateci, ma ci ricordano un bambino travestito Superman. La verità, forse, è che siamo inadeguati (enologi e produttori a parte) a giudicare seriamente un vino troppo giovane, un adolescente in piena tempesta non tanto ormonale quanto tannica e “barricosa”. Detto ciò, il Paleo meriterebbe la medaglia al valore, per aver dimostrato agli scettici che 1. il Cabernet Franc non è il fratello minore del maestroso Cabernet Sauvignon, al contrario, è la sorella da sposare, elegante, bella e pure simpatica, per quella freschezza unica che non ti stanca. 2. il futuro del Cabernet Franc italiano è in Maremma, a Bolgheri.

Cinzia Merli

LA SVOLTA DEL CABERNET FRANC – A queste fondamentali considerazioni ci porta Cinzia Merli, che prima con il marito Eugenio e oggi con il fratello Massimo Merli, ha trascorso vent’anni alla ricerca della massima valorizzazione del suo territorio, senza sottrarsi ai rischi, tra i quali la scelta coraggiosa di cambiare l’anima del suo vino bandiera, il Paleo rosso appunto, che fino al 2000 era composto in prevalenza (tra il 90 e il 70%) da Cabernet Sauvignon, con apporto sensibile di Sangiovese e che dal 2001 è un autentico Cabernet Franc in purezza. Si rischia di spiazzare i già numerosi appassionati di questo bolgherese di razza. Il percorso è travagliato e soprattutto meditato: il “Franc” si insinua nelle pieghe del vino nel 1995 (con un impercettibile 2%), che diventa 5% l’anno successivo, 15% nel 1999 e 30% ne 2000. Poi la svolta eclatante: il Paleo sarà un Cabernet franc 100%. Punto.

L'enologo Luca D'Attoma

DARE COMPLETEZZA AL VINO – Cinzia Merli spiega così, in sintesi, i motivi della scelta: «I Cabernet Sauvignon a Bolgheri sono avvolgenti, esplosivi, ma spesso mancano di acidità. Perciò ogni azienda ha trovato una sua formula, un modo per dare completezza al vino». Accade anche che alle Macchiole, dopo qualche anno con Vittorio Fiore, cui va il merito di aver contribuito alla nascita dell’azienza e ai primi successi, nel 1991 entra in scena Luca D’Attoma, che ovviamente cambia direzione. Gli viene richiesto di trovare una strada particolare, per non seguire il tracciato delle leggende intorno, Sassicaia e Ornellaia in primis. Si comincia a vinificare il Cabernert Franc da una porzione di vigneto piantato nel 1984 (3,5 ha non tutti a Cabernet Franc, con terreno e microclima speciale, che dona vini freschi e profumati). Qusta varietà, in quel luogo, è così entusiasmante che nel 1993 Le Macchiole realizzano un intero vigneto a Cabernet franc.

DAL 1992 AL 2000 – Venendo alla degustazione, chiaramente lo spartiacque è il 2000, per età e per essenza del vino. Dal 1992 (le annate precedente non sono più disponibili) al 2000 apprezziamo la finezza e l’equilibrio di un vino, giocato anche nelle versioni più mature tra frutta ancora evidente e aromi terziari, tostati, con liquirizia e cioccolato. Nonostante le debolezze (denunciate da Cinzia Merli) del Cabernet in Maremma, il vino è vivo e piuttosto fresco, con piacevoli note balsamiche leggere. A proposito di menta e vaniglia, cioè di conferimenti aromatici della barrique: Le Macchiole l’hanno sempre utilizzata, anche negli anni in cui questa era più demonizzata, con spirito sperimentale, selezionando provenienze, tonnellerie e tostature.

La vendemmia manuale delle uve nella tenuta de La Macchiola

CABERNET FRANC IN PUREZZA – Dal 2001 cambia tutto, e la trasformazione avviene in una delle più fortunate vendemmie del Secolo (ci vuole anche un pizzico di Fattore K quando si rischia così tanto). Il Paleo acquisisce potenza, è vibrante e intenso con una freschezza non comune. Dice Cinzia Merli: «Il Cabernet Franc è sapido, energico ma mai troppo potente, dà complessità senza pesantezza». Sottoscriviamo la dichiarazione. Certamente sarebbe interessante trasporre dieci anni in dientro questi recenti millesimi, poiché le ultime espressioni, per quanto intriganti e ricche, sono ancora giovani, in particolare il legno deve acquisire la saggezza del tempo e farsi un po’ da parte. In ogni modo, alzandomi pensavo: «Quale mi porterei a casa per cena?». Il Paleo rosso 1994: persistente, fresco e morbido all’insegna dell’equilibrio, Al naso è finissimo, con profumi di fragoline, frutti di bosco, lampone, menta, legno di cedro, con una piacevole nota minerale. Caso vuole, ha 18 anni, l’età in cui si può esprimere un voto, quindi: 10 e lode.

Lo staff de Le Macchiole all'evento

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© Riproduzione riservata - 03/10/2012

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