Dall'Italia Dall'Italia Aldo Fiordelli

Vini di confine

Vini di confine

Alcune bottiglie nascono in zone che segnano il passaggio da un Paese o da una regione all’altra. Ecco come i vitivinicoltori gestiscono la produzione, cercando di evitare aggravi e tasse. Le aree del Collio-Brda e delle Alture del Golan sono le più sofferte.

A Oslavia ogni primo sabato del mese a mezzogiorno una sirena antiaerea risuona tra le colline della Ribolla gialla. Anacronistica, evocativa, angosciante. È la verifica che i dispositivi di sicurezza di una cava oltre confine siano funzionanti. Non ha niente a che fare con la storia di questa regione, ma la mente (e lo stomaco) vanno subito alla guerra. Qui ancora oggi sono sepolti i resti di 57.201 giovani soldati morti durante il Primo conflitto mondiale. Tra questi fu scelto anche il milite ignoto commemorato all’Altare della patria.

Oslavia, il paese della Ribolla gialla

Gorizia è stata per anni la Berlino dell’Europa meridionale, confine tra i blocchi e ancora trincea della Guerra fredda. Oggi è un esempio di convivenza tra etnie, ma sul vino resta una terra di confine. Ancora Friuli Venezia Giulia, ancora Collio, ma Oslavia è “il paese della Ribolla gialla” e produce un vino di trincea. Bianco macerato fino a prendere un colore orange e un’astringenza da rosso.
La tecnica di macerare le bucce della Ribolla gialla con il mosto come nei rossi è sopravvissuta ai bianchi moderni. Questi vini hanno un gusto profondo, non deglutisci e finisce il romanzo come in un best seller a lieto fine, chiudi il libro e continui a gustare la storia come in una cronaca di Rilke. Comprese asperità e ruvidità quando si bevono troppo giovani.

Il segreto è nella ponka

Il segreto non è solo la vecchia tecnica della macerazione. Il segreto si coglie scavando nella trincea e si chiama ponka. È il nome locale dello scisto o del galestro, un suolo fatto a scaglie che sembrano di pietra e invece si spezzano facilmente con le mani rivelandosi per argilla pressata quale sono. Un suolo friabile quel tanto che basta per spingere le radici delle viti in profondità, perfetto per una maturazione equilibrata della pianta. Tardi, in autunno, con le notti fresche.

La vite si alleva anche sulle Alture del Golan, occupate da Israele dal 1967
© Hermitis

Gli interpreti e i loro stili

Tra i produttori più estremi c’è Saša Radikon che esce sul mercato con un vino di cinque-sei anni il quale non andrebbe mai bevuto troppo giovane: quasi color rame nel bicchiere, secco e tagliente, molto umami, ideale con preparazioni a base di vino come gli stracotti.
Tra i più classici c’è Primosic il quale nello stile antico di questa denominazione produce una Ribolla elegante, più ortodossa e simile a un bianco caratterizzata da un palato più setoso e da profumi di pompelmo rosa. Il più equilibrato fra le varie scuole di pensiero, con uno stile senza sbavature, è il vino di Dario Princic. La sua Ribolla è come lui, cesellata dal tempo e dalla natura, tesa e vibrante, speziata fino a timo e curry, ma soprattutto sapida, quasi salata, pronta a mantenersi per anni in bottiglia, come si farebbe con la posizione in una trincea.

Di qua e di là dal confine: Collio-Brda

Questo suolo è di confine non solo per metafora. Ci sono alcuni produttori con vigne di qua e di là dal confine. La denominazione: caos. L’Europa? In altre faccende – si fa per dire – affaccendata. A spiegare la situazione, non più angosciosa a livello morale o politico, ma senza dubbio a livello legale e commerciale è Mateja Gravner in un ricco carteggio con Alessandro Torcoli, direttore di Civiltà del bere.

Nella foto: il vigneto Hum in Slovenia di Gravner © A. Barsanti

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© Riproduzione riservata - 20/09/2019

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