In Italia In Italia Emanuele Pellucci

Le Cantine che hanno fatto l’Italia (3): Michele Chiarlo

Le Cantine che hanno fatto l’Italia (3): Michele Chiarlo

Uno scambio di vocali, una “o” al posto di una “i”, costò a un produttore piemontese, a metà anni Settanta, il primo contratto di esportazione negli Stati Uniti, il mercato più ambito dalle aziende vinicole italiane. A raccontarcelo è Michele Chiarlo, protagonista in prima persona del curioso episodio: «Dopo aver aperto vari mercati europei avevo una gran voglia di esportare i miei vini oltreoceano. Presi l’aereo e andai a New York, senza avere alcuna idea da dove cominciare a cercare un importatore. Decisi allora di rivolgermi all’ufficio Ice, a capo del quale era Lucio Caputo. “Tenga la lista degli importatori”, mi disse, “e buona fortuna”. In una settimana ne visitai diversi, ma nessuno era interessato ai vini piemontesi: volevano tutti il Lambrusco, che allora spopolava negli Usa».
«Mi ero quasi rassegnato a rientrare», continua Chiarlo, «quando fi nalmente un importatore, che avevo precedentemente incontrato a un ricevimento, mi chiama fi ssandomi un appuntamento. Caspita, penso, questo è interessato! C’incontriamo, gli parlo dei nostri vari vini, fi nché a un certo punto mi chiede: e il Lambrusco? “Ma io non faccio Lambrusco, faccio Barolo e Barbera”, gli rispondo. Purtroppo, aveva creduto di parlare con Chiarli e non con Chiarlo. Capito il malinteso, mi ha licenziato velocemente».

La-Court

I cipressi de La Court

Storie simili a questa ne sono capitate tante ai nostri produttori nei primi anni di ricerca di sbocchi all’estero. Per fortuna poi le cose non sono andate sempre male. E lo stesso Michele Chiarlo ne è testimone, visto che oggi la sua azienda è tra i marchi piemontesi più apprezzati e diffusi nel mondo. Cinque generazioni di viticoltori, un padre (Pietro) che già aveva avviato un’apprezzabile commercializzazione dei vini monferrini, mentre lui, Michele, frequentava la Scuola enologica di Alba avendo come compagni di studi nomi che avrebbero valorizzato la vitivinicoltura italiana: Renato Ratti, Giacomo Tachis, Ezio Rivella, Franco Ziliani e altri ancora.

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Michele Chiarlo con Antonio Zaccheo a Singapore nel 1992

«Purtroppo era l’epoca dove la fi losofi a produttiva privilegiava la quantità alla qualità. La mia svolta arriva agli inizi degli anni Sessanta quando mi recai casualmente in Francia, in Borgogna, e lì rimasi colpito dall’alone di prestigio che circondava i loro vini. Vi ritornai spesso per capire qualcosa sia dal punto di vista tecnico che commerciale e di marketing. In Borgogna ebbi anche l’ispirazione per praticare la fermentazione malolattica sulla Barbera, che nessuno faceva. Sono stato il primo, e per questo vino è stata una vera rivoluzione. In quegli anni il mercato dei vini piemontesi era limitato alla nostra regione e alla Lombardia, per cui decisi di tentare di vendere in Germania».
Il debutto dell’export di Chiarlo avviene nel 1966. «In Germania si vendevano prevalentemente vini veneti di basso livello, in bottiglioni, e poi Lambrusco e Chianti in fi aschi. Non conoscevano le etichette piemontesi e all’ Anuga, la fi era di Colonia, spesso ero l’unico produttore piemontese presente. È stata une vera sfi da, che alla fi ne ho vinto. Poco dopo ho iniziato a esportare anche in Svizzera, anche se in quantità limitate».

Finalmente Michele Chiarlo riesce a sbarcare anche negli Stati Uniti. «Nel 1976 ho conosciuto la società Kobrand»,

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Michele Chiarlo con i colleghi del Consorzio Grandi Vini a Praga nel 1989

racconta, «che non aveva in portafoglio vini italiani e l’intenzione era di selezionare alcune aziende che avessero determinate caratteristiche partendo proprio dal Piemonte. La scelta doveva avvenire tramite una selezione molto severa: partimmo in 16 pretendenti e, dopo un anno e mezzo di selezione, scelsero la mia azienda. Tra le varie caratteristiche richieste, anche quella di possedere almeno due fi gli maschi, a garanzia della continuità dell’impresa! Per tutto il tempo non mi chiesero neppure il prezzo dei vini: lo fecero solo al ballottaggio fi nale. Ebbene, la Kobrand è tuttora il nostro importatore».
Chiarlo è stato tra i pionieri anche sul mercato russo e questo gli ha permesso di consolidare nel tempo la presenza dei suoi vini, tanto che è tuttora il terzo mercato in ordine di grandezza dietro a Stati Uniti e Germania. «L’occasione del mio

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Michele Chiarlo con Pino Khail durante un viaggio di lavoro a Mosca nel 1988

primo viaggio a Mosca mi fu offerta da Italo Zingarelli, che aveva organizzato una sorta di joint-venture cinematografi ca tra Roma e Mosca. Qui era stato costruito un palazzo del cinema con al piano terra un ristorante dal nome italiano, Arlecchino, e per l’occasione veniva consegnato un premio a Ugo Tognazzi. Zingarelli coinvolse nel viaggio alcuni produttori, me compreso, accompagnati anche da Pino Khail. Quell’incontro mi permise di allacciare rapporti commerciali». Quasi nello stesso periodo, primi anni Ottanta, il debutto in Cina. «All’inizio mi chiedevano vino rosso sfuso, poi li abbiamo convinti ad acquistare vini in bottiglia e oggi la nostra azienda è il marchio piemontese leader in quel mercato».
Venendo all’attualità, Michele Chiarlo si dichiara soddisfatto di come stanno andando le cose. «Se nel 2009 abbiamo registrato un calo vendite di poco più del 10%, nel 2010 abbiamo recuperato largamente e in questi primi mesi dell’anno siamo già intorno all’8-10% di incremento. Se il Barbera d’ Asti è di gran

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La bottiglia di Barbera nel 1971

lunga il nostro vino più venduto, sul piano del valore il Barolo vi si avvicina molto, mentre molto bene vanno anche il Gavi e il Moscato d’ Asti. Quest’ultimo, in particolare, ci sta dando grosse soddisfazioni negli Stati Uniti dove è conosciuto più come Nivole, il nome del vino, che come Chiarlo. Qui siamo riusciti a inserire il Moscato nella ristorazione dove prima non c’era e lo abbiamo fatto con bottiglie da 0,375. Ottime performance per il Nivole anche in Canada, in particolare nella provincia del Québec dove è leader di tipologia. In Canada vendiamo molto bene anche il Barbera d’ Asti e un rosso del Monferrato».
Altro mercato in espansione è quello della Corea del Sud, dove Chiarlo è presente soprattutto con i vini rossi e naturalmente con il Moscato d’ Asti, una tipologia molto gradita al palato dei consumatori sudcoreani tanto che proprio il Moscato è il vino italiano più venduto nel Paese. «Le nostre quantità sono limitate», ammette Michele Chiarlo, «perché il prezzo del nostro Nivole è decisamente superiore a quello della maggior parte dei Moscati che si trovano in Corea, però è importante essere presenti».

1956 Anno di fondazione dell’azienda Michele Chiarlo a Calamandrana, nel Monferrato.

1966 Le etichette della Chiarlo iniziano a volare all’estero. Sono di questi anni le prime esportazioni dei vini aziendali in Germania e Svizzera.

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Michele Chiarlo con Umberto Cesari davanti alla muraglia cinese durante un viaggio a Pechino nel 1991

1977 Le vendite negli Stati Uniti sono affidate alla società Kobrand.

1980 La Cina è sempre di più un mercato strategico.

OGGI Export: 70% – Bottiglie più esportate: Barbera d’Asti, Moscato d’Asti, Gavi e Barolo – Primi mercati: Stati Uniti, Canada, Russia, Germania e Svizzera.

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© Riproduzione riservata - 12/09/2011

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