La nuova era delle denominazioni: al centro il terroir

La nuova era delle denominazioni: al centro il terroir

Con la variazione della Doc Bolgheri prende il via una moderna visione del vino ma anche del territorio – Docg e Doc sono le basi strutturali del nostro complesso sistema enologico – Perché i disciplinari di produzione si modificano e cosa ci aspetta nel prossimo futuro – Il dibattito in corso

Con il parere favorevole del Comitato nazionale vini alla modifica al disciplinare della Doc Bolgheri, avvenuta qualche tempo fa, per la denominazione della costa toscana di cui fa parte il Sassicaia, salvo contestazioni dell’ultimo minuto, si apre una nuova fase, perché in questo caso il terroir diviene l’elemento centrale. L’obiettivo per il quale in questi ultimi anni – la prima decisione in proposito del locale Consorzio di tutela risale al 2006 – si sono impegnate la maggioranza delle aziende, grandi e piccole, va nella direzione di interpretare nel miglior modo possibile le potenzialità del territorio bolgherese lasciando ampia libertà alle Cantine.

Il valore delle Doc

 

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Il celebre viale di Bolgheri. Con la modifica del disciplinare di questa denominazione della costa toscana, il terroir diventa elemento centrale

Per meglio capire ciò che comporterà questo cambiamento valga per tutti l’esempio di due vini famosi e apprezzati in tutto il mondo come il Masseto delle Tenute dell’Ornellaia o il Paleo de Le Macchiole.

Essendo ottenuti rispettivamente il primo da Merlot e il secondo da Cabernet Franc, sinora erano stati classificati sotto il generico ombrello dell’Igt Toscana – i due vitigni in questione, vinificati in purezza, non erano previsti dal disciplinare della Doc – nonostante fossero entrambi allevati a Bolgheri. Una palese contraddizione. D’ora in poi, i richiami a una varietà piuttosto che a un’altra sarebbero eliminati evidenziando la vocazione del territorio alla produzione di grandi rossi. Di fatto, i due vini menzionati e un’altra dozzina meno conosciuta si potranno fregiare della Doc Bolgheri. Con questa modifica, la strada di privilegiare il terroir diventa reale. D’altra parte sono anni che si discute di vitigno e territorio sostenendo giustamente l’importanza di quest’ultimo: le aziende bolgheresi hanno deciso che per loro nel futuro sarà questo il cammino da intraprendere e non più un argomento di dibattito nei convegni.

QUA SCANSANO

Scansano, nel Grossetano, è un territorio che rientra nella nuova Doc Maremma

Il valore del nome: quando un’Igt si veste da Doc

Sempre rimanendo in regione c’è un altro cambiamento in corso d’opera, anche questo assai atteso: il passaggio dell’Igt Maremma Toscana, che comprende l’intero territorio della provincia di Grosseto, al livello superiore di Doc Maremma Toscana. Se ne dibatte dai primi anni Duemila, ma solo ora si è trovato l’accordo – dopo non poche discussioni – tra tutte le denominazioni grossetane (Morellino di Scansano, Ansonica Costa dell’Argentario, Sovana, Capalbio, Bianco di Pitigliano, Parrina, Monteregio di Massa Marittima, Montecucco) di cui era un classico spazio di “ricaduta”. La suggestione e l’impatto di “Maremma Toscana”, un nome noto non solo in Italia ma anche all’estero, ha avuto un ruolo fondamentale. La sua maggiore riconoscibilità è sicuramente superiore rispetto a molte delle Doc esistenti (a esclusione di Morellino di Scansano e forse di Montecucco) e offrirà una chance a quei vini, anche da vitigni, Vermentino in primis, che attualmente non sono opportunamente valorizzati perché posti nell’ambito delle denominazioni, spesso, come si è detto, non molto conosciute.

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Il Consorzio del Cirò ha proposto una rettifica del vecchio disciplinare che è stata molto dibattuta. Si discuteva della possibilità di usare altri vitigni oltre al Gaglioppo

Un vitigno o più vitigni

A Cirò (Catanzaro), a fronte di una difficile condizione di mercato e con viticoltori decisamente in affanno, il locale Consorzio di tutela ha proposto una modifica del vecchio disciplinare che, pur essendo stata approvata, è stata molto contrastata. Il motivo del contendere era la possibilità di impiegare altri vitigni oltre al Gaglioppo per la produzione del Cirò. Il confronto è stato ampio, ma poi, alla fine, hanno prevalso i numeri e la linea delle cooperative proponenti è passata. Chi vuole però potrà continuare a produrre il Cirò con le uve Gaglioppo in purezza come si è sempre fatto.

Variare una denominazione dal 2012 toccherà alla UE

Dal momento della promulgazione i disciplinari di produzione subiscono, più o meno periodicamente, delle modifiche. Le motivazioni di tali cambiamenti, come per i casi descritti in precedenza, possono riguardare diversi aspetti.

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Paolo Castelletti, presidente della commissione tecnico normativa del Mipaaf

Paolo Castelletti, presidente della commissione tecnico normativa del Comitato nazionale vini, l’organismo espressione del Mipaaf (Ministero delle Politiche agricole e forestali), elenca una casistica ben definita: «Al primo posto c’è l’inserimento, nell’ambito del disciplinare, di nuove tipologie con lo spumante in pole position. Segue poi la variazione della base ampelografica (introduzione di nuovi vitigni, bilanciamento in percentuale della loro presenza, ecc.), l’ampliamento delle zone di produzione, la precisazione delle pratiche colturali o il cambiamento delle rese produttive, poi la delimitazione delle aree di vinificazione, l’aumento resa uva/vino e inoltre la possibilità di impiegare nuovi contenitori (bag in box, ecc.) oppure l’inserimento delle chiusure alternative».

GAB 3 Giuseppe Martelli

Giuseppe Martelli, presidente del Comitato nazionale vini

Finora l’accoglimento delle richieste era demandato dal Mipaaf all’esame del Comitato nazionale vini, una sorta di parlamentino rappresentativo dell’intera filiera produttiva. Adesso, con l’entrata in vigore della nuova Organizzazione di mercato del settore vinicolo (Ocm-vino), tale incombenza sarà di competenza dell’Unione Europea che nominerà un’apposita commissione. Attualmente il Comitato ha tempo, salvo proroghe, fino al 31 dicembre 2011 per dare i pareri che poi diventeranno normativa, sulle domande regolarmente presentate entro il 1° agosto 2009. Questo spiega perché tante denominazioni si sono affrettate a presentare le richieste di modifica, sapendo che i tempi di risposta sono brevi. Dal 2012 il Mipaaf si occuperà solo di piccoli cambiamenti, mentre le pratiche per il riconoscimento di nuove denominazioni o di sostanziali variazioni saranno inviate a Bruxelles e non più a Roma.

Spiega Giuseppe Martelli, presidente del Comitato nazionale vini: «Attualmente, delle 320 pratiche presentate, 25 riguardano il passaggio da Doc a Docg, 45 i nuovi riconoscimenti a Denominazione di origine controllata, 9 i nuovi riconoscimenti a Indicazione geografica tipica. A queste si aggiungono 23 modifiche a esistenti disciplinari Docg, 175 a attuali Doc e 46 a Igt». Le 175 modifiche a disciplinari di vini Doc afferiscono principalmente all’ampliamento della base ampelografica e all’inserimento di nuove tipologie monovarietali, mentre le 46 modifiche ai disciplinari Igt trattano soprattutto la delimitazione della zona di vinificazione.

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Federico Vecchioni, presidente di Confagricoltura

Osserva Federico Vecchioni, presidente di Confagricoltura, una delle più grandi organizzazioni degli agricoltori: «Le denominazioni sono certamente valide per la nostra struttura produttiva e il loro valore per il settore è fondamentale e non solo dal punto di vista economico. Ma il sistema va rivisitato e perfezionato. Però i disciplinari non possono essere considerati dogmi immodificabili. Sono un ottimo strumento di controllo della produzione e di garanzia per i consumatori, ma non possono diventare una camicia di forza per gli imprenditori».

GAB 5 Leonardo Raspini

Leonardo Raspini, direttore generale delle Tenute dell’Ornellaia

Un principio su cui sono in molti a essere d’accordo. Leonardo Raspini, direttore generale delle Tenute dell’Ornellaia, mette in evidenza come «Sulle denominazioni c’è un equivoco di fondo: i disciplinari sono degli strumenti di lavoro che non devono essere statici perché seguono la realtà produttiva e di mercato che invece è dinamica. Per questo non bisogna avere paura di cambiarli anche perché non servono a fare il vino buono».

Bilancio di salute

Lo stato di salute del sistema delle denominazioni in Italia è da tempo sotto osservazione e solitamente a essere sotto tiro è l’eccessiva proliferazione del numero: fino a oggi si tratta di 59 Docg, 332 Doc e 118 Igt. Secondo i dati Federdoc elaborati in base ai numeri forniti dalle Camere di commercio nel 2008, a parte il gruppo di testa formato da 10 tra Doc e Docg, tra cui Montepulciano d’Abruzzo, Prosecco, Chianti, Soave, Oltrepò Pavese, tutte con una produzione da 300 mila ettolitri sino a oltre 950 mila ettolitri, ne esistono diverse con un quantitativo al di sotto dei 500 ettolitri annui, tra cui una decina (Ostuni, Moscato di Sorso Sennori, Pentro d’Isernia, Strevi, ecc.) che non arrivano a 100 ettolitri. Inoltre, almeno 10 Doc hanno superfici iscritte all’albo dei vigneti inferiori ai 10 ettari.

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In Lombardia è stato rivoluzionato l’intero sistema dei vini Doc Oltrepò Pavese. È nata la nuova Casteggio

Insomma, una situazione molto complessa in cui convivono realtà e problematiche diverse tra cui anche quella di una sufficiente massa critica. Basti pensare che in Italia si contano 770 mila aziende vitivinicole. Tra queste, due terzi hanno una superficie vitata inferiore a 1 ettaro; 7 mila una superficie superiore ai 10 ettari e solo poche centinaia più di 50 ettari di vigneto. Nello specifico la grandezza media delle Case vinicole è di 2,15 ettari per i vini Docg e Doc e di appena 0,64 ettari per i vini Igt e comuni. Secondo il presidente del Comitato nazionale vini Giuseppe Martelli: «Un luogo comune da sfatare è che l’Italia abbia troppe Doc. Non è vero perché la Francia ne ha quasi 500 e, come nel nostro Paese, quelle che hanno successo sono un numero limitato. La soluzione degli accorpamenti di più denominazioni è una strada da percorrere», continua Martelli, «perché è bene che i produttori capiscano che i concorrenti non sono più i confinanti o gli altri italiani, bensì il resto del mondo. Per questo ribadisco che in Italia, oltre a potare le viti, occorre potare i “campanili”, ossia gli individualismi e i personalismi che non portano allo sviluppo e all’affermazione del nostro vino».

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Lucio Mastroberardino, presidente dell’Unione italiana vini

Il recente fenomeno dell’impennarsi del numero delle Doc preoccupa Lucio Mastroberardino, presidente dell’Unione italiana vini, importante organizzazione del settore, perché: «La sensazione è che quest’alluvione di denominazioni nuove e seminuove porti a uno svilimento identitario della produzione vitivinicola italiana. Bisogna che le Doc siano riconoscibili, distinguibili, identificabili e che offrano vini stilisticamente firmati dal produttore e tra loro abbiano un’identità “genetica” omogenea». E poi aggiunge: «Nessuna Doc italiana si pone la domanda di che cosa il consumatore si aspetta da essa, se non semplicemente di essere il vino migliore».

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Riccardo Ricci Curbastro, presidente di Federdoc

Riccardo Ricci Curbastro, presidente di Federdoc, l’organizzazione che riunisce i Consorzi di tutela, sostiene che si tratta di: «Limitare il rischio che l’eccessivo numero banalizzi il concetto stesso di denominazione perché meno denominazioni significano più possibilità di protezione in ambito internazionale, più possibilità di valorizzazione e di promozione». Infatti, su scala mondiale si scontrano logiche assai diverse in proposito. Se nei Paesi europei il concetto di denominazione è legato a un territorio e a una collettività, negli altri Stati prevale l’idea del marchio d’impresa, cioè di un singolo prodotto creato da un’azienda. Giuseppe Liberatore, direttore del Consorzio vino Chianti Classico e presidente del consiglio direttivo dell’Aicg (Associazione italiana Consorzi Indicazioni geografiche), ribadisce che: «L’eccessivo numero di Doc/Dop sta banalizzando il concetto di denominazione, che se non ha alle spalle un reale retroterra produttivo è destinato a rimanere una scatola vuota. Però», continua Liberatore, «i disciplinari, che prevedono una serie di parametri, di limitazioni e di controlli, oggi sono più che mai un valore aggiunto rispetto ai prodotti senza nessun riconoscimento. Questa differenza di prezzo e di qualità però va comunicata e spiegata ai consumatori, altrimenti non serve.

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Giuseppe Liberatore, direttore del Consorzio del Chianti Classico

Il futuro sta sia nella capacità di programmare e gestire le denominazione salvaguardandone l’economicità sia nel lavorare sempre più con risorse proprie». Oggi la sfida del vino si svolge più che mai in un contesto globale dove sono tanti i bravi produttori. L’origine del vino – la denominazione – con tutto ciò che una bottiglia riesce a evocare (storia, cultura materiale, paesaggi, vicende di uomini e di imprese, ecc.) spesso è l’elemento decisivo per la scelta di un consumatore. Però: «Sebbene ogni nostra denominazione sia importante e vada salvaguardata a livello internazionale», afferma Federico Vecchioni, «il sistema va necessariamente rivisitato, perfezionato e modernizzato, partendo proprio dalla sistemazione e riorganizzazione del vigneto tricolore con un approccio severo e allo stesso tempo moderno».

Sì, le denominazioni funzionano e sono un patrimonio da difendere, ma hanno bisogno di una messa punto. Spesso si ha proprio l’impressione che manchi una regia di lungo respiro. Questa, però, per l’Italia non è una novità.

Il valore delle Doc

Da quando nel 1963 è stata promulgata la prima legge (n° 930) sulle denominazioni di origine, il vino italiano ha spiccato il volo. Basti pensare che in precedenza una bottiglia di Valpolicella poteva essere prodotta a Siena, ma anche a Milano o a Catania, indifferentemente. Secondo la Commissione Agricoltura del Senato erano i fatti stessi a dimostrare che “In qualunque Paese d’Italia” era possibile produrre vini classificati “impunemente” con “nomi d’origine”, senza possedere “il titolo di provenienze e tanto meno le caratteristiche” che ne avevano “accreditato e accresciuto il consumo” (Senato della Repubblica, Atti Parlamentari, Commissione Agricoltura, seduta del 27 giugno 1952). La percentuale d’export era assai scarsa – appena 1.830.000 ettolitri mosti compresi – e il vino, a parte rarissime eccezioni, era assai poco qualificato sebbene i consumi interni, se rapportati a quelli attuali, erano quantomeno gagliardi. Basti pensare che nel periodo 1961-1970 si consumavano 110 litri pro capite contro i 40 attuali.

Il merito delle denominazioni, oltre a offrire un quadro completo dell’Italia del vino, è stato quello di rimettere in moto un settore, allora assai poco competitivo, fornendo una cornice – la garanzia dell’origine e della territorialità – a quel profondo processo che ha trasformato l’intero mondo del vino in tutti i suoi aspetti: dalle modalità di produzione in cantina e nel vigneto all’affrontare, seppur timidamente e con mezzi limitati, la pubblicità e la promozione. Il motivo del successo è anche legato all’affermarsi del concetto di made in Italy e al ruolo di alcuni nomi – dalla moda alle auto sino al vino – che hanno fatto da apripista. La qualità enologica nel corso di questo lasso di tempo si è continuamente incrementata e le esportazioni, nonostante i morsi della crisi e la concorrenza di nuovi Paesi produttori (Argentina, Australia, Nuova Zelanda, ecc.), inimmaginabili nei primi anni Sessanta, sono cresciute sino ad arrivare a 17,6 milioni di ettolitri (Fonte: Assoenologi ottobre 2010). Certamente è stata una crescita non priva di battute d’arresto anche drammatiche (vedi lo scandalo del metanolo nel 1986) ma oggi più che mai si lavora per consolidare i risultati raggiunti mentre il sistema delle denominazioni si è ulteriormente evoluto. Attualmente il vino italiano, che con oltre 47 milioni di ettolitri copre il 17% della produzione mondiale e il 30% di quella dell’Unione Europea, è giustamente considerato un simbolo del nostro Paese e un traino per tutto il nostro settore agroalimentare di qualità nel mondo.

Le denominazioni:come sono diventate

Nel 2008, con la riforma dell’Ocm-vino la UE ha allineato la normativa vitivinicola, che ha sempre viaggiato su un binario separato, a quella degli altri prodotti agroalimentari. In questo modo si è stabilita un’unica classificazione dei prodotti di qualità con le Dop e le Igp (art. 34 del Reg. 479/08). In etichetta continueranno a essere indicate le nostre menzioni tradizionali – Docg, Doc, Igt – ma con la possibilità di riportare anche Dop o Igp (dlgs. 61/2010, art. 3).

Lo scopo generale della riforma è stato di semplificare, rendendo più competitivo il comparto e ottenendo una maggiore protezione a livello internazionale. Le denominazioni d’origine, in Italia come all’estero, sono dei marchi collettivi che individuano un certo prodotto e quindi dipende dai produttori salvaguardarne la qualità e l’immagine, valorizzando il loro patrimonio e difendendolo da chi vuole speculare, ovvero premiando chi lavora bene e cercando di eliminare drasticamente chi non si attiene alle regole che gli stessi produttori si sono dati. I vini che godono di questo riconoscimento sono automaticamente inseriti nel registro E-Bacchus europeo, una sorta di banca dati delle denominazioni, e protetti dalla UE a livello internazionale. Ecco come vengono definite:

– “Denominazione d’origine protetta”
“Il nome di una regione, di un luogo determinato o, in casi eccezionali, di un paese che serve a designare un prodotto agricolo o alimentare: originario di tale regione, di tale luogo determinato o di tale paese, la cui qualità o le cui caratteristiche siano dovute essenzialmente o esclusivamente ad un particolare ambiente geografico, inclusi i fattori naturali e umani, e la cui produzione, trasformazione ed elaborazione avvengano nella zona geografica delimitata”
– “Indicazione geografica protetta”
“Il nome di una regione, di un luogo determinato o, in casi eccezionali, di un paese che serve a designare un prodotto agricolo o alimentare: come originario di tale regione, di tale luogo determinato o di tale paese del quale una determinata qualità, la reputazione o altre caratteristiche possono essere attribuite a tale origine geografica e la cui produzione e/o trasformazione e/o elaborazione avvengano nell’area geografica determinata”. (art. 2 del Regolamento CE n. 510/06 del 20 marzo 2006)

 

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© Riproduzione riservata - 08/04/2011

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