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Emilio Bulfon riscopre 24 vitigni autoctoni friulani

Emilio Bulfon riscopre 24 vitigni autoctoni friulani

Emilio Bulfon ha una Cantina nell’area pedemontana della provincia di Pordenone. Tra Castelnovo del Friuli e Pinzano al Tagliamento, la proprietà si estende su una superficie in parte collinare, costituita da 16 ettari di cui 11 vitati a varietà autoctone friulane recuperate. Cuore della filosofia aziendale è il recupero dei più antichi vitigni friulani, giunti negli anni Settanta del secolo scorso al limite dell’estinzione, fagocitati da rovi e incuria. Questo col supporto degli ampelografi dell’Istituto sperimentale di Conegliano. Oltre a ciò, vi è anche la volontà di perfezionare i vini che ne derivano, divulgandone la storia, valorizzandoli e tutelandoli.

Un lungo lavoro di ricerca

Grazie all’impianto sperimentale di 24 vitigni indigeni, Bulfon ha ottenuto numerosi riconoscimenti istituzionali, culminati con la pubblicazione del libro Dalle colline spilimberghesi nuove viti e nuovi vini (scritto con Ruggero Forti e Gianni Zuliani) dove per la prima volta figurano le schede ampelografiche delle principali varietà recuperate: Piculit-neri e Forgiarin (bacca rossa), Sciglian e Ucelut (bacca bianca). Cultivar ufficialmente riconosciute e iscritte al Catalogo nazionale delle varietà di viti nel 1991 e dal 2003 autorizzate per essere coltivate a Pinzano al Tagliamento, Castelnovo del Friuli e Forgaria nel Friuli. Ricerca che è poi seguitata con la riscoperta di altre varietà pordenonesi: la bianca Cividin e le rosse Cjanorie, Cordenossa e Fumat. Tutti vitigni recuperati e coltivati a partire dagli anni Novanta sui terrazzamenti aziendali.

 

Piculit-neri

 

Bulfon Etichetta nera, Piculit-neri in purezza

Da qualche tempo queste varietà sono anche imbottigliate in purezza e commercializzate. Per esempio il Piculit-neri, della famiglia dei Refosco, è proposto come un Etichetta Nera, delle Venezie Piculit-neri Igt. Si ottiene da uve raccolte tardivamente e fermentate e macerate sino a 10 giorni con il metodo Ganimede; dopo la svinatura il vino affina in acciaio e poi in botti di rovere di Slavonia e in tonneau. Ne scaturisce un nettare rubino intenso, dai profumi di frutti di bosco scuri, con ricordi di cannella. Il sorso è fresco di acidità, caldo di alcol, dal buon nerbo tannico.

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L’articolo completo è su Civiltà del bere 3/2018. Per continuare a leggere acquista il numero sul nostro store (anche in digitale) o scrivi a store@civiltadelbere.com

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