Dall'Italia Dall'Italia Fabio Piccoli

Il caso del Catarratto. È giusto cambiare un nome scomodo?

Il caso del Catarratto. È giusto cambiare un nome scomodo?

Il passaggio del vitigno Catarratto alla più semplice denominazione Lucido fa riflettere sull’opportunità che ciò avvenga anche per altri autoctoni. I più indicati? Quelli di difficile pronuncia e dalla reputazione non coerente con il profilo qualitativo.

Sono passati oltre dieci da anni da un evento organizzato dall’Istituto Vite e Vino (che in quel periodo era l’ente responsabile della promozione dei vini siciliani nel mondo) a Shanghai per promuovere il vino siciliano in Cina. Una due giorni molto intensa durante la quale ci proponemmo un paio di degustazioni dedicate al vitigno bianco siciliano più diffuso sull’isola, il Catarratto. Far pronunciare il nome Catarratto ai diversi buyer cinesi presenti fu un’impresa epica. Realizzammo anche una serie di video, molto divertenti per la verità, dove invitammo ogni partecipante al tasting a pronunciare il difficilissimo, per loro, nome del noto vitigno siciliano.

Il Catarratto è diventato Lucido

Fu in quel periodo che iniziammo a pensare dell’opportunità di cambiare nome ad alcuni nostri vitigni che pagavano pegno nel mondo non solo per la loro scarsa notorietà, ma anche per avere nomi difficilmente pronunciabili. Onestamente non ci saremmo mai aspettati che circa 10 anni dopo in Sicilia si sarebbe arrivati (con decreto pubblicato in Gazzetta Ufficiale a fine novembre 2018) al cambio del nome Catarratto (sia il bianco comune che il bianco Lucido) in Lucido.

Una piccola rivoluzione a partire da un vitigno storico

La possiamo definire una vera e propria rivoluzione. Per la prima volta si è riconosciuta la possibilità di sostituire il nome di un vitigno, quasi un’eresia fino a poco tempo fa. E lo si è fatto con un’uva di estrema importanza e storicità. Il Catarratto a tutt’oggi rappresenta, con i suoi oltre 30.000 ettari investiti, quasi il 30% della viticoltura siciliana.

L’obiettivo deve essere una migliore comunicazione

I puristi potrebbero anche indignarsi di fronte ad una scelta di questo genere. Noi proviamo ad affrontare questa tematica con un approccio laico, non ideologico, cercando di valutarne l’impatto sul fronte del marketing e della comunicazione. Prima di addentrarci sugli aspetti sopra indicati, è opportuno provare, seppur in maniera molto sommaria, a fare una valutazione di quanti sono in Italia, tra i nostri circa 530 vitigni autoctoni registrati, quelli dal nome “limitante” dal punto di vista comunicativo.

Il Catarratto rappresenta il 30% del vigneto Sicilia

Difficili, diffusi, ma poco conosciuti

È impossibile, ovviamente, fare un’analisi approfondita ed esaustiva dell’appeal comunicativo di ogni vitigno. Vi sono numerosi fattori che andrebbero presi in esame, non solo quello fonetico (cioè legato alla possibile difficoltà di pronuncia soprattutto in certi Paesi). Contano la notorietà del vitigno, la sua storicità, il suo legame con brand aziendali importanti. E anche quanto sia riconosciuto e apprezzato dalla critica enologica internazionale.

Catarratto, il candidato perfetto

Già quanto sopra scritto fa emergere come il Catarratto avesse le caratteristiche ideali per un cambio di nome: fonetica difficile, notorietà sempre limitata nonostante la sua storicità, poche aziende siciliane che pur utilizzandolo l’avessero valorizzato con il nome del vitigno.
Lo si poteva quindi definire una sorta di vitigno “orfano”, cioè storico, molto diffuso ma sostanzialmente “sconosciuto”, senza “padri” riconosciuti.
Se quindi dovessimo selezionare dei vitigni in Italia con caratteristiche similari al Catarratto, dobbiamo pensare a quelle varietà che hanno magari una buona diffusione produttiva, buone (se non ottime) potenzialità qualitative, ma sono tutt’oggi limitate da nomi “difficili” e spesso anche con un retaggio (legato al passato) non propriamente positivo.

Una scelta da fare insieme a chi produce e tutela il vitigno

Ma per fare valutazioni sull’opportunità o meno del cambio del nome va anche verificata la disponibilità da parte del territorio di produzione (fondamentale il coinvolgimento del sistema produttivo, del Consorzio, ecc.) per capire se vi sono nuove progettualità attorno al vitigno designato. Nel caso del Catarratto, ad esempio, era da tempo che si sentiva la necessità di dare una nuova dignità a questo vitigno per troppo tempo riconosciuto solo come la varietà delle grandi produzioni quantitative in Sicilia.

Foto di F. Gambina

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