Dall'Italia Dall'Italia Jessica Bordoni

L’alberello Banfi. Il Sangiovese cambia forma in vigna

L’alberello Banfi. Il Sangiovese cambia forma in vigna

Se oggi il Brunello è considerato uno dei più grandi rossi italiani e il borgo di Montalcino gode di fama mondiale, molto si deve all’intuito di John e Harry Mariani, tra i primi a investire in questo territorio alla fine degli anni Settanta. Assemblando una proprietà di poco meno di 3 mila ettari fra vigneti, uliveti, boschi, susini e altre colture, i due fratelli di origine italo-americana (già proprietari della Banfi Vintners, azienda leader nell’importazione di vini negli Stati Uniti) diedero avvio al progetto Castello Banfi, che ad oggi resta la più grande realtà vitivinicola ilcinese.

Nei vigneti della Cantina il Sangiovese, a partire dal 2002, è protagonista di un progetto di sperimentazione legato alla forma di allevamento.

La messa a punto dell’alberello Banfi per il Sangiovese

L’agronomo Gianni Savelli ci spiega il nuovo progetto di sperimentazione sul Sangiovese: «Accanto al classico cordone speronato, che coinvolge i tre quarti dei nostri impianti, abbiamo messo a punto una sorta di alberello modificato o cordone speronato aperto. Noi lo chiamiamo “candelabro”, perché ne ricorda la forma»,  spiega Savelli. «In dieci anni di studi abbiamo compreso che dà il meglio di sé nei cosiddetti terreni marginali, poveri. Ha pochi tralci, circa 4-5 per pianta, e quindi non necessita di molte sostanze nutritive. Le dimensioni della vite restano limitate e i grappoli bene esposti, quindi servono meno trattamenti e meno ore di lavoro».

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Viglierchio racconta l’alberello Banfi

Come precisa Enrico Viglierchio, direttore generale di Banfi: «Si tratta di un sistema decisamente ecosostenibile, che ci regala anche ottimi risultati in termini di qualità. È la prima volta che ne parliamo alla stampa: abbiamo voluto prenderci il giusto tempo per valutare le performance sulla lunga distanza e devo dire che siamo molto soddisfatti. Il nostro alberello non ha ancora un nome, per ora possiamo definirlo “alberello Banfi”». E in futuro? «Abbiamo intenzione di incrementare di circa 60 ettari la superficie vitata con questo sistema, sempre sul Sangiovese».

La centralità del Sangiovese

«Gli 850 ettari di vigna si trovano sul versante sud della collina di Montalcino», precisa l’agronomo Gianni Savelli. «Di questi oltre il 50% è allevato a Sangiovese, per un totale di circa 50-60 unità complessive. Per la precisione 171 ettari sono interessati alla produzione dei Brunello di Montalcino Docg, mentre 40 sono legati ai Rosso di Montalcino Doc». Oltre al Sangiovese, in vigna crescono Merlot, Syrah e Cabernet Sauvignon tra le varietà a bacca rossa; mentre sul versante dei bianchi ci sono in prevalenza Chardonnay, Pinot grigio, Sauvignon blanc e Vermentino.

Parole chiave: eccellenza e sperimentazione

La mission aziendale di Castello Banfi è da sempre chiara: produrre vini di eccellenza, capaci di raccontare l’unicità del terroir e il grande potenziale espressivo che il Sangiovese rivela tra queste colline. La sperimentazione viene dunque messa al servizio della qualità, con numerose ricerche sia sul fronte agronomico che su quello enologico. In vigna sono stati effettuati rigorosi studi di selezione clonale del Sangiovese e le zonazioni di tutti i vigneti; mentre la grande cantina è stata costruita con le migliori tecnologie per preservare l’integrità e la ricchezza aromatica delle uve.

Il direttore generale Enrico Viglierchio

Il direttore generale Enrico Viglierchio

La terza generazione

Oggi al comando c’è la terza generazione rappresentata dai cugini Cristina Mariani-May e James Mariani, che portano avanti la filosofia Banfi con nuovi progetti di ampio respiro coadiuvati da uno staff dirigenziale affiatato: il presidente Remo Grassi, il direttore generale Enrico Viglierchio, l’enologo Rudy Buratti, l’agronomo Gianni Savelli e la responsabile pubbliche relazioni Lorella Carresi.

Le migliori tecnologie al servizio della qualità

Ad accoglierci in cantina c’è l’enologo Rudy Buratti, alla Banfi dal 1983. «Gli edifici sono stati costruiti a partire dal 1982 e l’inaugurazione ufficiale risale al 1984, con un successivo ampliamento nei primi anni Duemila. Le imponenti dimensioni, di circa 12 mila metri quadrati, e il grande livello di tecnologia degli impianti furono davvero rivoluzionari per l’epoca. Siamo una grande azienda che produce milioni di bottiglie, ma cerchiamo di mantenere un’impostazione per molti aspetti artigianale, completamente aliena dalle standardizzazioni.

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Il tino di fermentazione composito

Seguiamo tutto l’iter della filiera, compresa la produzione delle barrique, scegliendo il legno e il tipo di stagionatura». Nel 2007 è stato presentato Horizon, un sistema di produzione votato all’eccellenza grazie a una serie di accorgimenti e di soluzioni di alto livello dalla vigna alla cantina, per migliorare ogni passaggio. «Al centro del c’è un’idea ben visibile anche a chi visita la Cantina: il tino di fermentazione composito inventato e brevettato da Banfi fatto metà di legno di rovere e metà di acciaio, che prende riunisce i pregi della vinificazione in rovere e di quella in acciaio».

Marchigiana, Marrucheto e Tavernelle alla prova del tasting

Il viaggio alla scoperta del mondo Banfi prosegue con una degustazione di tre diversi Sangiovese provenienti da altrettanti vigneti. «I nostri Sangiovese sono tutti vinificati separatamente, in tutto una sessantina di partite, per poi procedere agli assemblaggi», prosegue Enrico Viglierchio. In assaggio c’erano le vinificazioni degli appezzamenti Marchigiana, Marrucheto e Tavernelle targati 2016, 2015 e 2013. In tutto nove calici, espressioni dei diversi terroir e delle tre annate.

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Le annate degustate

«Il vigneto La Marchigiana sorge su terreni magri mentre Marrucheto è caratterizzato da suoli prevalentemente argillosi e sciolti e Tavernelle è più ricco, generoso», racconta Rudy Buratti. «Quanto alle annate, la 2016 si è rivelata molto importante, con un andamento climatico che ricorda il decennio Ottanta: non troppo calda, con una pioggia settembrina che non ha fatto danni. Il 2015 invece dimostra un’acidità maggiore con un andamento complessivo molto buono. La 2013, infine, risulta equilibrata ma non così esplosiva come le successive». Se i Sangiovese da Marrucheto rivelano una speciale eleganza e dolcezza, i tre campioni della Marchigiana risultano più muscolosi, strutturati e I Tavernelle con una spinta acida assai interessante.

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