Dall'Italia Dall'Italia Alessandro Torcoli

VINITALY in the World: USA e Hong Kong – con la partecipazione delle “Cantine che hanno fatto l’Italia”

VINITALY in the World: USA e Hong Kong – con la partecipazione delle “Cantine che hanno fatto l’Italia”

In questa immagine riepilogativa, alcuni dei momenti salienti del Vinitaly in the World 2010. La consegna del “Big check” da 33.000 dollari all’American Cancer Society, cui è stato donato il ricavato dei biglietti venduti per Vinitaly@Eataly (New York). Nella foto a destra, la tappa di Hong Kong delle “Cantine che hanno fatto l’Italia”; da sinistra, il caporedattore di Civiltà del bere Alessandro Torcoli, che ha moderato i seminari, Stefano Bassanese per Marchesi de’ Frescobaldi, la master of wine Debra Meiburg, ospite d’onore, Stevie Kim, “regista” di Vinitaly in the World, Francesco De Alessi, responsabile Asia Pacific per Santa Margherita, Jacopo Pandolfini, export manager Asia Pacific della Marchesi Antinori, e Martin Li, per Masi

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25 ottobre – NYC

Si parte dalla città che non dorme mai

Seminari di approfondimento, un affollato wine tasting per lanciare anche piccole nuove aziende, una cena per celebrare sei Cantine che hanno creato il made in Italy enologico. Un buon inizio…

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Una folla ha partecipato al Vinitaly Day di New York, nel nuovo megastore dell’enogastronomia italiana Eataly, situato a Manhattan tra la Fifth Avenue e la 23ª Strada: circa 700 persone, tra operatori (fino alle 18) e pubblico di appassionati (fino alle 21). La scelta di Eataly è stata apprezzata anche perché si tratta ancora di una novità, essendo stato inaugurato a fine agosto

Nel pensare a una nuova formula del Vinitaly Tour, oggi denominato Vinitaly in the World, gli organizzatori si sono trovati di fronte, come prima tappa, la più ostica di tutte: New York City. Che fare per rendere più concreto il sostegno alle aziende che desiderano entrare o espandersi in un mercato così importante, ma già saturo come gli States? In sintesi, alle aziende emergenti è stato offerto il contatto con veri esperti del business, attraverso due apprezzatissimi seminari, e un bagno di folla (e di contatti) in un luogo un po’ caotico, ma decisamente trendy, come Eataly New York, il megastore dell’enogastronomia inaugurato a fine agosto tra la mitica Fifth Avenue e la 23ª Strada. Missione compiuta: oltre 50 aziende, alcune in cerca di importatore, si sono fatte un’idea di che cosa significhi l’America, con le sue opportunità e le sue difficoltà. Tra i vinicoli, anche una distillatrice, Lisa Tosolini.

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Tra i produttori di vino presenti al Vinitaly US Tour, anche una distillatrice: Lisa Tosolini, a sinistra mentre racconta l’arte della grappa. Sotto, Giulia Luccioli, export manager del Gruppo Novelli (Umbria), con i due “big”  di Wine Enthusiast: Jay Spaleta e Adam Strum

E se per i nuovi arrivati sono stati realizzati contatti e occasioni formative, per i “big” è stato creato un momento speciale.

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Nel primo pomeriggio il palcoscenico di Eataly era riservato al trade. Marco Irato della Empson Inc: «In soli tre anni questa città è cambiata moltissimo. Prima si vendeva di tutto a qualsiasi prezzo, ora la selezione è attenta e la gente scopre vini mai considerati prima»

Alla vigilia delle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia, Veronafiere, con la nostra collaborazione, ha voluto tributare un ringraziamento ad alcuni imprenditori che hanno contribuito, con almeno 40 anni di attività sui mercati esteri, a costruire il successo del made in Italy: Le Cantine che hanno fatto l’Italia (tradotto “Wineries that changed history”) è un progetto itinerante che ha debuttato proprio qui, a Eataly, con una cena al Ristorante Manzo. Protagoniste le aziende Antinori, Banfi, Masi, Pio Cesare, Santa Margherita e Zonin con i loro vini più rappresentativi degustati da autorità, opinion leader e operatori del trade. Tra i momenti più significativi della giornata ricordiamo la consegna del “Big check”, l’assegno gigante, quale simbolo della donazione all’American Cancer Society, alla quale è stato devoluto il ricavato dalla vendita dei biglietti per partecipare al Vinitaly Day: 33 mila dollari.

A zonzo tra i tavoli degli espositori della manifestazione, che ha registrato circa 700 visitatori, abbiamo avuto modo di intervistare giornalisti, ristoratori e importatori, tutti molto positivi sulle sorti del vino italiano negli Usa.

Anthony Mazzola, ristoratore, sostiene che sempre più persone apprezzano il vino italiano, che bevono magari due volte la settimana, e la nostra ristorazione, molto più “friendly” della francese. Secondo Mazzola non è vero che le regioni classiche come la Toscana abbiano meno appeal, sono sempre “in trend”, e crescono certamente come novità Calabria e Puglia.

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Brian J. DiMarco della Barterhouse (nella foto con Enrico de Alessandrini, agente Usa della piemontese Bergaglio): «Il vino italiano va bene, ora si apprezzano di più le differenze. Io sto cercando etichette venete e siciliane, non più “di moda” ma nuovi classici»

L’importatore Marco Irato della Emp­son ha visto un grande cambiamento a New York in soli tre anni: «Ora il rapporto qualità-prezzo è fondamentale; vanno i vini da 30-40 dollari, che significa 5 o 6 euro dalla Cantina. In compenso il momento storico porta alla riscoperta di regioni come la Basilicata, la Puglia, la Campania e la Sicilia. La gente segue meno le mode e si informa di più su Internet, blog compresi».

Della stessa opinione è il collega Brian J. DiMarco della Barterhouse: «Dopo la crisi i consumatori stanno apprezzando le differenze, le curiosità». Intanto Andrea Fassone di Enotria Wine Imports è qui, «per comprare. Dopo un’esperienza presso un’altra azienda, nel 2008 mi sono messo in proprio. Cerco Cantine fuori dal circuito, nuove piccole realtà. Per ora importo solo 140 mila bottiglie, ma sono all’inizio».

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Andrea Fassone di Enotria Wine Imports: «La nostra è una ditta giovane e nel 2010 abbiamo importato 140.000 bottiglie. Sono qui per comprare vini da collocare a 30-40 euro, di piccole realtà»

Dan Amatuzzi, invece, è di casa. Seleziona il vino per Eataly e ci snocciola qualche cifra: l’enoteca propone circa 750 referenze, 6 o 7 per produttore. In questo angolo di italianità si consumano circa 35 casse di vino al giorno (400 bottiglie) e 75 casse (900 bottiglie) per il servizio al calice… Un successo confermato da Joe Bastianich, amministratore delegato di Eataly, figlio di Lidia, chef ormai celebre per le sue lezioni in tv. Nel weekend transitano di qui tra le 12 e le 15 mila persone, «italiani incuriositi dalla novità, certamente, ma anche tanti newyorkesi. La location fa la sua parte: ci abbiamo messo due anni per trovare questo posto fortunato, tra la 5ª e la 23ª, disposto su 5 mila metri quadrati conquistati di negozio in negozio.

«Gli scontrini medi sono di 47 dollari per il vino, 32 per pizza o pasta, 87 al Ristorante Manzo. Il fatturato annuo sarà di 75 milioni di dollari, impieghiamo 530 persone e l’anno prossimo apriremo a Toronto in Canada».

Di certo la scelta apparentemente bizzarra di Eataly – un megastore gastronomico – quale luogo per presentare il nuovo format di Vinitaly in the World non poteva destare più curiosità. Pena un leggero caos (previsto), in mezza giornata, con altri eventi concomitanti dedicati alle bottiglie italiane, l’attenzione del business vinicolo si è concentrata qui.

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Debutto americano per il Lambrusco della Cantina di Sorbara (nella foto il presidente Carlo Piccinini). A sinistra, Emanuela Lacqua e Salvatore Brando della Cantina Sant’Evasio di Nizza Monferrato (Asti

Il tributo alle Cantine che hanno fatto l’Italia

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Il marchese Piero Antinori, un pioniere dell’enologia pluripremiato in tutto il mondo. Durante la cena dedicata alle “Wineries that changed history” ha spiegato il significato del Tignanello per sé e per la sua azienda

Stanno per cominciare le celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia; Vinitaly lancia una nuova formula per accompagnare le nostre aziende nella promozione all’estero. In questo contesto nasce l’idea di creare un momento “aulico” per ringraziare gli imprenditori che da oltre 30 anni valorizzano l’immagine del vino italiano nel mondo. Così, con la collaborazione della nostra rivista, Veronafiere seleziona una squadra che, a rotazione, presenta storie di successo, proponendo in degustazione alcuni vini-simbolo.

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Il saluto di Giovanni Mantovani, direttore generale di Veronafiere. A destra, la coinvolgente Cristina Mariani-May, proprietaria della Banfi, la Casa che ha fatto esplodere la fama del Brunello di Montalcino nel mondo

La prima tappa del tour “Le Cantine che hanno fatto l’Italia” è stata New York: nel Ristorante Manzo di Eataly sei leader sono stati protagonisti di una cena-degustazione.

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Augusto Boffa, cugino di Pio Boffa, il titolare della piemontese Pio Cesare, la Cantina simbolo del Barolo classico. Al centro, Ettore Nicoletto, amministratore delegato del Gruppo Santa Margherita, sinonimo di Pinot grigio specialmente negli Stati Uniti, un fenomeno da manuale. A destra, Francesco Zonin, vicepresidente della Casa Vinicola Zonin, azienda e famiglia che con 1.800 ettari di vigneto è il più grande produttore privato italiano

Dopo i saluti di Giovanni Mantovani, direttore generale di Veronafiere, e di Joe Bastianich, amministratore delegato di Eataly, sono intervenuti Piero Antinori, con il suo classico-rivoluzionario Tignanello 2006; Cristina Mariani-May, titolare di Castello Banfi, con il Brunello di Montalcino Poggio all’Oro 2004; Raffaele Boscaini della Masi (Costasera, Amarone della Valpolicella Classico 2006); Augusto Boffa della Pio Cesare, portabandiera del Barolo (2006); Ettore Nicoletto, AD di Santa Margherita, che ha raccontato il caso eclatante del Pinot grigio negli Usa; Francesco Zonin, vicepresidente dell’omonima Casa vinicola, che con 1.800 ettari di vigneto è il più grande produttore privato italiano.

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Il saluto di Joe Bastianich, amministratore delegato di Eataly Usa, figlio di Lidia, ristoratrice celebre a New York sin dagli anni Settanta e anche noto volto televisivo. Più a sinistra, il verbo dell’Amarone divulgato da Raffaele Boscaini (Masi). Sotto, un brindisi tra Stevie Kim, Gianni Bruno (responsabile Pianificazione sviluppo controllo marketing strategico di Vinitaly) e Aniello Musella, direttore dell’ufficio Ice di New York. Nella foto a destra, Piero Antinori con il console Francesco Maria Talò e il ristoratore Tony May

USA: dove le enoteche non si assomigliano

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L’enoteca di Eataly New York

In Europa abbiamo un’idea piuttosto standard dell’enoteca, generalmente organizzata per aree geografiche. In America, dove comanda il mercato, i wine stores sono assai diversi tra loro, caratterizzati da precisi approcci con il consumatore.

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Il buyer-sommelier dell'enoteca Eataly di New York, Dan Amatuzzi, che ha anche un suo blog Wine for the student

Per chi non lo sapeva, o voleva aggiornarsi, Vinitaly ha organizzato un vero e proprio “tour” tra New York, il New Jersey e la Pennsylvania, dove il liberismo sfrenato cede il passo al monopolio. Qui infatti abbiamo visitato il negozio più centrale del Pennsylvania Liquor Central Board (PLCB), di fatto uno dei più importanti importatori del mondo, con un fatturato di 1,8 miliardi di dollari. All’opposto possiamo citare la Wine Library di Springfield (New Jersey), intuizione del giovane Gary Vaynerchuk, che attraverso i social network e una web tv ha costruito un piccolo impero. Il suo negozio espone 3.400 etichette. Con un approccio molto “business” la Wine Library propone offerte di vario tipo, dal last minute sino alla “bottiglia segreta”: ti dicono solo la tipologia, un prezzo super conveniente, prendere o lasciare…

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Un caso incredibile: la Wine Library di Springfield (New Jersey), nata da un’intuizione del giovane Gary Vaynerchuk che muove milioni di dollari grazie alla web tv. A destra, il padre di Gary con Brandon Warnke, vicepresidente dell’aziend

Due “masterclass” per capire il mercato

Ravole rotonde, seminari, chiamiamoli come vogliamo, sta di fatto che l’idea, che può essere snobbata dagli habituée del mercato, è stata molto apprezzata dalla maggior parte delle aziende partecipanti al Vinitaly US Tour, mediamente medio-piccole e da poco tempo affacciatesi Oltre­oceano.

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Molto apprezzati i seminari sul mercato americano per le aziende che vi si affacciano. A sinistra, Paolo Battegazzore (Folio Wine), il ristoratore Gianfranco Sorrentino del Gruppo Ristoratori Italiani, Steven P. Raye (Brand Action Team), Nunzio Castaldo (Winebow) e William Ippolito (The Charmer Sunbelt Group)

Importatori, distributori, ristoratori, agenti, giornalisti di importanti realtà statunitensi hanno cercato di condensare in  due ore “tutto ciò che dovresti sapere” per esportate negli Usa. Ad esempio, ricorda Nunzio Castaldo di Winebow che «il prezzo si moltiplica per quattro dall’Italia al ristoratore, il quale poi applica il suo ricarico e con il primo bicchiere deve pagarsi la bottiglia intera». Secondo Paolo Battegazzore di Folio è fondamentale che ciascuno trovi il “suo” importatore secondo le proprie esigenze e dimensioni. «Noi per esempio cerchiamo marchi affermati, a gestione familiare, con fatturati oltre il milione di dollari. Un suggerimento: cominciare con un importatore locale e poi crescere». Gli esperti, in fin dei conti, suggeriscono alle aziende di fare i propri “homeworks”, i compiti: 1. dare il massimo della qualità, oggi scontata, dalla vigna al packaging; 2. seguire i trend; 3. considerare gli opinion leader; 4. tessere molte relazioni, accogliendo tante persone in cantina.

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Gino Colangelo (Colangelo Public Relations), Enore Ceola (Mionetto Usa), Jay Spaleta (Wine Enthusiast), Susanne Bergstrom (PR Folio Wine), Robin Kelley O’Connor (Sherry-Lehmann) e Stevie Kim di Vinitaly

27 ottobre – Philadelphia

Non trattiene l’entusiasmo il club più esclusivo di Phila

Prosegue il tour nella Capitale originaria degli Usa – Doveva essere una tappa “b-to-b” ma la voce della prima volta di Vinitaly nella prestigiosa sede della Union League ha richiamato una folla

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L’inaugurazione del Vinitaly a Philadelphia. Da sinistra, Vincenzo Cenofanti del Consiglio italiani all’estero, Amato Berardi, deputato eletto dagli italiani all’estero, Joseph Del Raso, presidente del Niaf, l’associazione degli italo-americani, Stevie Kim, il console Luigi Scotto, Mario Mele dell’Associazione Caterina de’ Medici e Chuck Silio della Southern, principale broker di vino della Pennsylvania

Per la prima volta il Vinitaly è approdato nella città “dell’amore fraterno”, Philadelphia, prima capitale degli Usa e culla dell’aristocrazia americana. Il richiamo è stato tale che una tappa che doveva essere “b-to-b”, di stampo prettamente commerciale, si è trasformata in un’occasione di incontro per la comunità di ristoratori e professionisti, soprattutto italo-americani.

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Il seminario “tecnico”. Da destra, Chuck Silio della Southern (broker), Mat Schwenk, Deindre Costello e Joe Via, membri del Pennsylvania Liquor Central Board (monopolio), l’importatore Carmine Verrecchia e Mario Mele, presidente dell’Associazione Caterina de’ Medici

Non è bastato un doppio giro di bicchieri, dopo poche ore sono state serrate le porte. Il bagno di folla è arrivato dopo due esperienze utili per le aziende: la visita al negozio più centrale del Pennsylvania Liquor Central Board (PLCB), il monopolio statale, e un incontro con alcuni membri dello stesso Board, con importatori ed esperti del mercato.

Lo Stato di Pennsylvania infatti è particolare: tutto il vino passa dal monopolio, di fatto uno dei più grandi importatori del mondo, che distribuisce e vende anche direttamente in 650 negozi. Il 50% del vino di fascia alta in questo Paese è italiano, il 25% del totale. La metà del business gira tra Philadelphia e Pittsburgh. Il PLCB fattura 1,8 miliardi di dollari l’anno, di cui 1,2 restano allo Stato e il resto viene devoluto a enti che prevengono le conseguenze dell’abuso di alcol.

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Silvia Birzi dell’azienda sarda Tema (Oristano)

Secondo Chuck Silio, titolare dell’importante società di brokeraggio Southern Wine & Spirits of Pennsylvania (con in portafoglio 25 aziende italiane, ad esempio Antinori, Santa Margherita, Melini e Folonari), è un momento d’oro per il nostro vino in Pennsylvania, quinto mercato degli Stati Uniti.

Ad oggi sono state rilasciate 15 mila licenze per la vendita di alcolici, ma 3 mila fanno l’80% del business. Secondo Silio, pure qui, è necessario conoscere le proprie aspettative di vendita e si possono esportare anche poche casse per i ristoranti gourmand.

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Caroline Brownstein della marchigiana Domodimonti

Continua il successo di Pinot grigio e Brunello, con buoni margini di valore, ma se gli domandi di indovinare i prossimi trend cita i vini da uve Moscato e rossi dolci.

Joseph Del Raso, presidente della National Italian American Foundation, membro della Union League, uno dei cinque più esclusivi club privati d’America, teatro del wine tasting di Vinitaly, è convinto che l’alta qualità e i prezzi accettabili dei vini italiani siano la chiave del loro successo.

Inoltre i circa 25 milioni di italo-americani, giunti anche alla quarta generazione, preferiscono bere italiano, anche come segno di appartenenza.

Tutti sono d’accordo sull’importanza di organizzare eventi d’immagine per il vino made in Italy e ospitare Vinitaly è stato un motivo di orgoglio.

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Davvero intensa l’attività dei produttori che hanno partecipato alla tappa di Philadelphia. Sopra, i pugliesi delle Cantine della Bardulia (Barletta) e i siciliani delle Cantine Nicosia.

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Giulio Terzi di Sant’Agata, ambasciatore d’Italia a Washington, ringrazia le sei “Cantine che hanno fatto l’Italia” coinvolte in questa tappa istituzionale di Vinitaly in the World. Alla sua destra, il presidente di Veronafiere Ettore Riello, che ha presentato il progetto “La Bottiglia dell’Unità d’Italia”

28 ottobre – Washington

Nella Capitale degli Usa un altro applauso ai “big”

Si è chiuso il capitolo americano di Vinitaly con una degustazione e un pranzo all’Ambasciata d’Italia – Presentato ufficialmente il progetto della “Bottiglia per i 150 anni dell’Unità d’Italia”

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La tovaglietta-sottobicchieri utilizzata per la degustazione “celebrativa” di Washington D.C.

L’Ambasciata d’Italia, edificio contemporaneo progettato dall’architetto Piero Sartogo, ha ospitato l’ultima tappa, quella istituzionale, del Vinitaly US Tour.

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L’ambasciatore Giulio Terzi ha ricordato le ottime performance dell’export di vino italiano negli Usa

Niente workshop, solo due momenti “emblematici”: la presentazione del progetto della bottiglia celebrativa dei 150 anni dell’Unità d’Italia e l’evento che ha visto protagonisti i sei “pionieri dell’export” vinicolo italiano, già applauditi a New York, ovvero le “Wineries that changed history”: Antinori, Banfi, Masi, Pio Cesare, Santa Margherita e Zonin.

L’ambasciatore Giulio Terzi di Sant’Agata, nell’introdurre la mattinata, parlando in italiano perché «una delle priorità per i 150 anni dell’Italia è quella di diffondere la conoscenza della nostra lingua», ha sottolineato che l’Italia è il primo esportatore negli Usa, con una crescita del +11,3% nei primi 7 mesi del 2010. Ha ricordato il fenomeno Prosecco e che un quarto del Brunello di Montalcino è esportato negli Stati Uniti.

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Il presidente di Veronafiere Ettore Riello ha presentato il progetto della bottiglia per i 150 anni dell’Unità d’Italia

Dopo l’ambasciatore, il presidente di Veronafiere Ettore Riello ha voluto presentare ufficialmente il progetto della bottiglia per le celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia, facendo proiettare un filmato suggestivo. A seguire, il wine tasting guidato da sei prestigiosi imprenditori “che hanno fatto l’Italia del vino”.

Hanno partecipato all’invito giornalisti e autorità, come Jerold R. Mande, sottosegretario americano alla Sicurezza alimentare, William Forster, del TTB, ente americano che si è occupato tra le altre cose del “caso Brunello” alcuni anni fa, e William Earle, presidente dell’associazione americana degli importatori di bevande. Secondo Earle, la forza del nostro vino sta in una proposta di alta qualità e differenziata.

Quello italiano è il primo vino importato, il più popolare.  «Senza togliere nulla ai classici», sostiene Earle, «ci sono grandi possibilità per produttori emergenti che possono proporre una storia nuova».

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Da sinistra, l’ambasciatore di Malta Mark Miceli, Gianni Zonin, il sottosegretario alla Sicurezza alimentare Jerold R. Mande, il direttore esecutivo dell’Italia del Fondo monetario internazionale Arrigo Sadun, l’ambasciatore Giulio Terzi, William Forster del TTB e Cristina Mariani-May, proprietaria di Castello Banfi

In questo momento sta soffrendo un poco il mercato dei top sopra i 40 dollari, ma i prodotti sotto i 20 vanno bene. «Gli americani non hanno smesso di bere», chiude Earle, «ma hanno cambiato abitudini». E desiderano conoscere piccole realtà e vitigni diversi. Il marketing dell’Italia, comunque, si muove in un quadro generale che comprende la moda, ad esempio.

Tra gli interventi dei sei imprenditori che hanno “costruito” l’immagine del made in Italy nel mondo ricordiamo le parole di Gianni Zonin, orgoglioso per la recente partecipazione della sua tenuta di Barboursville, unica della West Coast, all’incontro tra i 200 migliori produttori del Nuovo Mondo organizzato dalla rivista Wine Spectator. «Riconosciamo il merito a Veronafiere», ha detto Zonin, «di organizzare questo tour, perché il vino italiano per crescere deve necessariamente esportare».

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Bill Earle, presidente del Nabi (National Association of Beverage Importers) e Michael O’Brian, general counsel della Palm Bay. Nella foto a sinistra, il direttore generale di Veronafiere Giovanni Mantovani intervistato a Washington da Sebastiano Barisoni di Radio24

4/6 novembre – Hong Kong

Si è schiusa la porta sul sogno della Cina

Alla terza edizione la Fiera del vino di Hong Kong è diventata già grande, con circa 700 espositori da 30 Paesi – Il prossimo anno sarà all’insegna dell’Italia con un ruolo speciale per Veronafiere

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La cerimonia di apertura. Da sinistra, in prima fila, Yvonne Choi, permanent secretary del Commercio e dello sviluppo economico di Hong Kong, Les Luck, console generale d’Australia a HK & Macau, l’on. Henry Tang, chief secretary dell’Amministrazione di HK, Fred Lam, direttore generale della Fiera di HK, e l’on. Michael O’Brien, ministro dell’Agricoltura della South Australia

A vederla così, racchiusa nel suo pur ampio padiglione, non si direbbe che tra pochi anni questa fiera sarà uno degli snodi commerciali più importanti del mondo. Eppure la Hong Kong International Wine & Spirits Fair in soli tre anni è cresciuta molto: con serietà, senza eccessi, sono stati accolti quest’anno 700 espositori da 30 Paesi.

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Stevie Kim, senior advisor del DG di Veronafiere Giovanni Mantovani, con il DG della Fiera di Hong Kong Fred Lam

Tutti con il medesimo scopo, o forse sogno: una fettina di quell’immensa torta che potrebbe essere il mercato cinese. Le proiezioni prevedono una crescita delle importazioni di vino in Cina per un valore di 870 milioni di dollari Usa e per l’intera area asiatica (Giappone escluso) per 1,5 miliardi di dollari Usa entro il 2017, secondo quanto riportato dall’Istituto per il commercio estero.

Numeri che fanno tremare i polsi, ma forse, secondo i pionieri di questo mercato, piuttosto è fondamentale rassegnarsi a qualche giramento di testa. Infatti l’approccio con i commercianti cinesi non è dei più facili: è un mondo lontano, con un consumatore di vino ancora immaturo e molti businessmen improvvisati. Certo cresce il consumo di vini cari, da esibizione, qualcuno ci dice che il compratore cinese chiede il prezzo, guarda il disegno dell’etichetta e poi decide. Senza assaggiare. Il vino è quanto di più lontano si possa pensare da un “alimento”, compagno del pasto.

Però, nel Dopoguerra, gli Stati Uniti d’America non erano molto diversi, e allora è obbligatorio scommetterci.

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Il cav. lav. Ezio Rivella, presidente del Consorzio del Brunello di Montalcino, con il direttore Stefano Campatelli. A destra, l’inossidabile squadra del’Enoteca Regionale Emilia Romagna

«Da anni si parla di Cina quale mercato emergente per il vino italiano, ma il suo approdo ancora non c’è e oggi rischia di essere respinto da competitor molto più agguerriti di noi, pronti a spartirsi un mercato da 1 miliardo di litri l’anno», ha dichiarato in una recente nota Piero Antinori, produttore italiano leader anche sui mercati esteri, un po’ disilluso. «Oggi ogni 100 bottiglie di vino provenienti dall’estero solo cinque portano l’etichetta italiana: troppo poco per un protagonista assoluto come il nostro Paese. Per questo serve maggior presenza del nostro made in Italy in Cina e a Hong Kong, non ultimo nella cultura gastronomica cinese, che si adatta perfettamente alla grande varietà del vino italiano».

Per quanto riguarda Hong Kong, ormai polo per la distribuzione in Asia, la quota di mercato detenuta dall’Italia si abbassa ulteriormente. Nel 2009, infatti, l’ufficio statistiche di Hong Kong collocava il vino italiano in settima posizione, con una quota di penetrazione del 2,3 per cento, ben lontana dal 33 per cento della Gran Bretagna (che distribuisce perlopiù vino francese) o dal 31 per cento della Francia e da altri Paesi del cosiddetto Nuovo mondo quali Australia, Usa, Cile e Svizzera.

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Da sinistra: Rico Grootveldt della Chiarli, Federico Rainero di San Patrignano, Monica Medici (Ca’ de’ Medici), Luciano Zeoli (Monticino Rosso), Guido Fini Zarri (Villa Zarri), Francesco Paganelli (Cevico) e Xiao Xuejun, Cina area manager della Chiarli. Accasciato, il coordinatore del gruppo Ambrogio Manzi, direttore di Enoteca Servizi

A maggior ragione, in questo quadro, l’azione unita e forte dell’Italia è doverosa e per l’anno venturo si presenta un’occasione importante: l’Italia sarà partner ufficiale della Fiera di Hong Kong (come lo è stata quest’anno l’Australia) e il coordinamento della partecipazione italiana, anche in base al MOU (Memorandum of understandings) firmato a Verona lo scorso aprile, sarà affidato a Vinitaly, quindi a una sola regia, mentre quest’anno attorno all’area Vinitaly c’era la solita pletora di Italie: quella dell’Ice, del Consorzio del Brunello, del Chianti, la Regione Friuli Venezia Giulia e l’Emilia Romagna… Insomma, quella del 2011 è un’occasione da non perdere.

Perché è vero che i dati dell’export italiano in quest’area non sono brillanti, ma l’abolizione da parte della Regione amministrativa di Hong Kong dei dazi doganali nel febbraio 2008, cui è seguita una riduzione da parte della Cina dopo l’ingresso nella WTO, rendono comunque più appetibile la competizione.

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Nadia Zenato, sempre in prima linea, con i suoi importatori della società Valdivia: Claudia Capelvenere e suo padre Dino

E infatti, oltre alle aziende leader che ci provano da anni, si stanno affacciando su questo mercato anche piccoli o medi produttori e c’è anche chi è al secondo o terzo tentativo di trovare gli importatori giusti, ma non molla.

Giovanni Foffani, titolare dell’omonima azienda friulana, è uno di questi e in fiera, nell’ambito del suo stand regionale, presenta anche in anteprima mondiale il suo Merlot vinificato in bianco. «Sono venuto già l’anno scorso, ho preso molti contatti, ma ancora non ho concretizzato niente», ci confida, e conclude: «comunque la sensazione è quella di essere in un Paese che cresce e in cui si respirano nuove opportunità. Sono stato tra i sostenitori di un ritorno con la rappresentativa regionale».

Già inserita, con un ottimo importatore, è Nadia Zenato, giramondo irrefrenabile per promuovere Amarone e Lugana. La incontriamo allo stand di Valdivia con i titolari della società, Dino e sua figlia Claudia Capelvenere. «Credo che la Cina sia il futuro per i vini italiani», commenta Nadia Zenato, «ma per adesso siamo ancora al primo approccio, come in tanti altri Paesi asiatici. Bisogna fare molta promozione o meglio istruzione. Noi continuiamo tenacemente e da 12 anni collaboriamo con Valdivia».

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Il cav. lav. Gaetano Bertani e suo figlio Giovanni hanno presentato la loro Tenuta Santa Maria alla Pieve, nuovo capitolo di una storica famiglia di produttori

«Infatti noi dedichiamo molto tempo all’educazione dei venditori, ad esempio», commenta Claudia Capelvenere. «Partendo dalle basi: prendiamo una mappa dell’Italia e parliamo delle diverse regioni. Hong Kong è un bel mercato, internazionale. Qui arrivano food & beverage manager che hanno lavorato ovunque. C’è un gran movimento e quindi, per un’azienda, può rappresentare un investimento internazionale, una finestra sul mondo».

Come alla Prowein di Düsseldorf, qui espongono molti importatori, che tendono a richiamare al proprio interno i fornitori. Anche la Marchesi Antinori espone con Summergate e molto vivace è lo stand della ASC, che ha in portafoglio Masi e Banfi.

Tornando agli espositori “diretti”, sono soddisfatti anche i produttori dell’Emilia Romagna. «Stranamente il lavoro è stato molto concentrato in due o tre ore pomeridiane», ha commentato Ambrogio Manzi, direttore di Enoteca Servizi e regista del gruppo. «Tanti hanno chiuso buoni contratti, quindi mi pare proprio che sia andata bene».

Carico d’entusiasmo è anche Riccardo Monfardino, patron di Casa Zuliani, nuovo tra gli imprenditori vinicoli con trascorsi nel mondo dell’orologeria. «Per me è la prima volta a Hong Kong», ci dice, «e trovo che questa fiera sia molto costruttiva e ben organizzata, la rifarei volentieri, sembra anche “produttiva”, ma questo lo vedremo nelle prossime settimane. Mi è capitato di approfondire contatti presi a Vinitaly, con due o tre buone possibilità. Credo che il successo dei vini friulani in questo continente possa essere legato alla cucina, molto speziata, quindi Friulano e Malvasia sono molto apprezzati. Certamente qui prediligono i rossi».

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Antonella Imborgia di Settesoli con i membri di The Wine Society of India, David Banford e Kris Engle

Concludiamo il nostro giro di interviste con due veterani del mondo del vino e cogliamo in entrambi i casi una curiosa analogia con l’America degli anni Cinquanta.

Ci dice Gaetano Bertani, a Hong Kong con la moglie e i figli Giovanni e Guglielmo per presentare la sua Tenuta  Santa Maria alla Pieve: «È fondamentale l’azione diretta. Stando qui cambia tutto e così faremo, grazie al fatto che Guglielmo abita a Hong Kong e si occuperà lui del follow-up dei nostri contatti. L’impressione è quella degli Usa di 50-60 anni fa. Sono molto forti i francesi, e i Paesi del Nuovo mondo nella fascia bassa. L’Italia è poco presente e abbiamo quindi tante opportunità».

Last but not least, come lo vede questo mercato complicato il cavaliere del lavoro Ezio Rivella, richiamato alle armi dopo un’onorata carriera, dal Consorzio del Brunello di Montalcino?

Giovanni Foffani ha mostrato in anteprima mondiale la sua versione di Merlot in bianco. A sinistra, Riccardo Monfardino, proprietario della friulana Casa Zuliani, vocata ai bianchi, sta pensando a un nuovo rosso, anche per venire incontro ai gusti cinesi

«Hong Kong è molto importante ed è effettivamente la porta per la Cina, un mercato per noi enigmatico ma non per chi opera da questa città internazionale. Avere una base qui è fondamentale, più per una questione logistica che per la riduzione dei dazi, che per quanto se ne dica continuano a essere onerosi anche da Hong Kong alla Cina». E la Cina è come l’America di 50 anni fa? «Ci sono delle similitudini. Ad esempio, il 20 per cento degli americani conosceva il vino, per lo più quello francese. A tavola bevevano latte oppure Coca Cola. Poi Mariani capì che avrebbero bevuto volentieri fuori dai pasti e pensò a un vino bevanda che fece produrre dalle Cantine Riunite. Dopo arrivò il successo delle etichette care e raffinate.». E il Brunello quante chances ha da queste parti? «Comincia ad andare, perché è un vino costoso e da invecchiamento, categoria che piace. Anche se i cinesi non vogliono sentire né tannini né asprezze».

Insomma, più speranze che timori, un futuro poco intellegibile, più o meno lontano, ma tutto sommato è obbligatorio esserci, perché non sempre sono beati gli ultimi.

Con Vinitaly “partner” l’Italia sarà protagonista

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Il seminario con gli importatori cinesi. Il cuore dell’area italiana era “griffato” Vinitaly, con due aree degustazione, una cucina per lezioni aperte al pubblico e gli stand di alcuni produttori, compresa la collettiva dell’Unione Italiana Vini.

Nella zona italiana del padiglione fieristico spiccava una sottozona (nel senso vinicolo, quindi come dire una superzona, una specie di Docg), quella del Vinitaly: stand curati, luminosi, aperti.
Era un’area volutamente “open”, per attirare il pubblico e farlo girare, tanto che per suscitare maggiore interesse è stata persino allestita una cucina, dove gli chef del Gruppo virtuale cuochi italiani – itChefs proponevano lezioni di cucina ed esibizioni di pizzaioli acrobati. Bizzarro? Non molto, se partiamo dall’evidenza, da tanti sottovalutata, che qui il vino italiano è sconosciuto.

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L’inaugurazione, il saluto della master of wine Debra Meiburg e del nostro console a HK Alessandra Schiavo

Quindi durante la tappa di Hong Kong di Vinitaly in the World l’obiettivo sembrava opposto a quello degli Usa: non tanto valorizzare le raffinate differenze, quanto catturare l’interesse dei cinesi sull’Italia in generale. E questa era anche la missione di Stevie Kim, senior advisor del direttore generale di Veronafiere, che ha favorito la ratifica di un protocollo d’intesa che consentirà a Vinitaly di coordinare la partecipazione italiana alla prossima edizione, con spirito compatto. E, ciliegina sulla torta: al termine della manifestazione il direttore generale Fred Lam ha ufficializzato la scelta dell’Italia quale nazione partner della Fiera nel 2011.

Dunque è necessario educare e spiegare le basi, per valorizzare in seguito le peculiarità organizzando quindi seminari, incontri, compreso l’atteso meeting coi buyer, ormai una formula consolidata da Stevie Kim.

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Il seminario dell’Unaprol, la più rappresentativa associazione nazionale di produttori di olio d’oliva. Al microfono Michele Bungaro, responsabile ufficio stampa, al suo fianco Fulvio Genovese, direttore

Anche questa volta i produttori hanno partecipato con interesse e molti sono stati gli spunti. Per Summergate, ad esempio, il vino italiano è in effetti poco noto, i brand hanno scarso valore, perché in questi anni è stato importato tanto prodotto di fascia bassa. Ora la sfida è conquistare la fiducia dei clienti di alto livello.

Secondo altri, la logistica è l’anello debole della catena commerciale. Servono magazzini organizzati attorno alle città principali.
Per costruire un rapporto di fiducia con gli importatori cinesi è bene che i patti siano chiari e che il produttore segua scrupolosamente le direttive nel compilare i documenti di esportazione. Inoltre, banalmente, è bene ricordare le differenze di fuso orario… Possono verificarsi intoppi che poi costringono il vino in dogana a 37 gradi di temperatura.

E come l’imprenditore italiano teme i “cowboys” che acquistano pallets di bottiglie e poi spariscono, gli importatori/distributori cinesi pretendono che dopo aver investito nella promozione di un’azienda italiana poi questa non ceda il vino ad altri distributori, pena la chiusura del rapporto. Inoltre, è molto caldeggiata la partecipazione agli eventi dell’importatore. La Somso, per esempio, ha ricordato che all’ultima manifestazione dedicata ai vini di Bordeaux hanno presenziato circa 300 produttori.

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Francesco De Alessi, Asia Pacific export manager del Gruppo Santa Margherita e

Se i seminari “tecnici” hanno avuto successo con gli addetti ai lavori, un pubblico eterogeneo di operatori e appassionati ha assistito alle lezioni di cucina del Gruppo di cuochi italiani coordinati da Paolo Monti, executive chef del Gaia di Hong Kong.

Durante il secondo giorno di Fiera, venerdì 5 novembre, con la nostra collaborazione, nell’area tasting di Vinitaly sono stati organizzati due seminari per presentare le “Cantine che hanno fatto l’Italia”, un concetto molto importante qui, dove certi brand non hanno ancora la fama e la forza che hanno in altri Paesi.

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Jacopo Pandolfini, Asia Pacific export manager della Marchesi Antinori

Così Marchesi Antinori, Marchesi de’ Frescobaldi, Masi e Santa Margherita hanno potuto presentare il loro classico (la mattina) e una “sfida” (nel pomeriggio). Antinori ha portato Tignanello e Bruciato; Frescobaldi Mormoreto e Tenuta di Castiglioni; Masi Costasera e Costasera Riserva; Santa Margherita Pinot grigio e Cuvée Prestige Ca’ del Bosco.

Oltre al vino, sempre nell’area Vini taly, è stato promosso anche l’olio con una lezione tenuta da Michele Bungaro e Fulvio Genovese di Unaprol, la più rappresentativa associazione di produttori d’olio italiano.
Per la prossima edizione l’Italia è pronta a presentarsi con il suo apprezzato “stile di vita”, con grandi vini senza troppi distinguo e soprattutto unita. Nell’anno delle celebrazioni per i 150 anni dell’unificazione sarebbe una bella sorpresa.

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Martin Li, wine educator della ASC, importatore di Masi, e, più a sinistra, Stefano Bassanese, per la Marchesi de’ Frescobaldi. Sotto, il pubblico attento e partecipe al seminario sulle nuove proposte delle aziende storiche

La compagnia in tour

Usa

Agricole Alberto Longo, Puglia – Angelo D’Uva, Molise- Arnaldo Caprai, Umbria – ATI Wine Franciacorta e Lugana, Lombardia – Le Marchesine, Lombardia – Mazziotti, Lazio – San Cristoforo, Lombardia – Le Chiuse, Toscana – Tandoi Filippo e Adalberto, Puglia – Vezzoli, Lombardia – Bergaglio, Piemonte – Marramiero, Abruzzo – Bastianich – C.S. Viticultori Associati, Sicilia  – Caldora Vini, Abruzzo – Cantina della Bardulia, Puglia – Cantina di Sorbara, Emilia Romagna – Cantina Produttori Cormòns, Friuli Venezia Giulia – Cantine Produttori del Veneto Orientale, Veneto – Castello Banfi, Toscana –  Chiusa Grande, Abruzzo – Comelli Paolino, Friuli Venezia Giulia – Consorzio Vignecantine, Puglia – Coop. Vinicola Olearia Ortofrutticola “Coltivatori Diretti”, Puglia – Distilleria Bepi Tosolini, Friuli Venezia Giulia – Domodimont Società Agricola, Marche – Donnadicoppe, Sicilia – Farnese Vini, Abruzzo – Fazio Wines, Sicilia  – Fongaro Società Agricola, Veneto – Fontanafredda, Piemonte – Giordano Vini, Piemonte – Istituto regionale della Vite e del Vino, Sicilia –  Le Cantorie, Lombardia – Livio Bruni & Co, Trentino-Alto Adige – Masi Agricola, Veneto  – Mionetto, Veneto – Mionetto USA, Stati Uniti – Montecariano di Gini Galtarossa, Veneto – Nicosia, Sicilia – Novelli, Umbria – Perla del Garda, Lombardia – Pernod Ricard, Lombardia – Pertinace, Piemonte – Podere Castorani, Abruzzo – Progettidivini, VenetoOSansovino, Veneto –  Sant’Evasio, Piemonte – Santi Dimitri, Puglia – Sartori, Veneto – Società Agricola Donnachiara, Campania – Società Agricola Olivini, Lombardia – Società Agricola Terre de la Custodia, Umbria – Southern Wine & Spirits of Pennsylvania, Florida, Stati Uniti – Tema LDT, Sardegna – Tenute Girolamo, Puglia – Terra dei Re, Basilicata – Tormaresca, Puglia – Unaprol Consorzio Olivicolo Italiano, Lazio – Veronesi Vini, Veneto – Vignuolo, Puglia

Hong Kong

Antica Vineria, Piemonte – Banfi Distribuzione, Toscana – Borgo Molino, Veneto – Boroli, Piemonte – Brezza e Figli, Piemonte – Cantina Caorsa, Verona – Cantina dei Colli Ripani, Marche  – Cantina Todini, Umbria – Cantina Valpolicella, Veneto – Casa Zuliani, Friuli Venezia Giulia – Casanova di Neri, Toscana – Castello di Buttrio, Friuli Venezia Giulia – Circuito Verde – Export Association of Selected Italian Wine Producers, Umbria – Ciù Ciù, Marche – Consorzio Tutela Vini Piceni, Marche – De Angelis, Marche – Dezzani, Piemonte – Distilleria G. Bertagnolli, Trentino-Alto Adige – Drei Donà, Emilia Romagna – Edoardo Miroglio Winery, Bulgaria – Ferrari F.lli Lunelli, Trentino-Alto Adige – Franco M. Martinetti, Piemonte – GBWine, Lombardia – Giordano Vini, Piemonte – Gruppo Italiano Vini, Veneto – Lanciola, Toscana – Le Caniette, Marche – Manfredi A & C, Piemonte – Medici Ermete & Figli, Emilia Romagna – Nicolello, Piemonte – Poderi Capecci, Marche – Provenza, Lombardia – Provinco Italia, Trentino-Alto Adige – Angelo Rocca & Figli, Lombardia – Santa Margherita, Veneto – Sartori, Veneto – Tenimenti Sani, Veneto – Tenuta Carretta, Piemonte – Tenuta Sant’Antonio, Veneto – Tenuta Santa Maria alla Pieve, Veneto – Terredora, Campania – Trentino Sprint, Trentino-Alto Adige – UNAPROL, Lazio – Unione Italiana Vini, Lombardia – Velenosi, Marche – Vetrere, Puglia – Villa Almè, Veneto – Zonin, Veneto

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© Riproduzione riservata - 27/12/2010

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