Più che vini naturali, trasparenti

Più che vini naturali, trasparenti

Appena pronunci l’aggettivo “naturale” si scatena un vespaio. Forse perché in effetti, di fondo, è illogico e fuorviante definire tale solo un tipo di vino, posto che ci aspetteremmo che fosse una bevanda piuttosto naturale in generale. D’altra parte, anche chi dedica la vita a eliminare i pesticidi in vigna e gli interventi in cantina ha le sue ragioni. Anche per i vini naturali suggeriamo la banale, pur sempre valida, idea che la verità sta nel mezzo.

Le ragioni dall’una e dall’altra parte

Come dice qualcuno: se lasciamo fare solo alla natura, il risultato si chiama aceto. Per altri questo è solo un alibi per “truccare” il vino allontanandolo dallo spirito del luogo e dall’espressione autentica del vitigno. Il discorso è complicato: vi sono spunti di ragionevolezza da entrambe le parti. Ecco dunque che trascorrere un’oretta in automobile tra Capodichino e l’Irpinia con un collega estero, sempre vigile sui movimenti dell’enologia, specialmente italiana, risveglia alcune riflessioni di fondo, che vanno appunto oltre la ricerca del vino “giusto”.

Sostenibile sì, ma che sia anche buono

Alla fine del ragionamento, siamo tornati su una delle nostre idee portanti, intimamente legate alle scelte editoriali di Civiltà del bere: meno proclami di naturalità, più trasparenza. Ben venga la corsa alla sostenibilità (economica, ambientale, territoriale) e alla riduzione degli interventi in cantina volti a omologare il vino. D’altra parte anche le ossidazioni, le macerazioni spinte, i difetti organolettici (che per qualcuno non sono nemmeno tali) rischiano di omologare e nascondere caratteri delle uve e del terreno. Alla fine, vorremmo anche non dimenticare la piacevolezza, il lato edonistico, il quale è anche legato alla cultura e allo spirito del tempo. È plausibile che tra vent’anni, i nostri figli saranno così abituati al nuovo gusto “naturale” che non avranno nessun piacere ad assaggiare i vini che amiamo oggi noi padri.

I vini naturali sono di moda. Forse troppo

Più pericolosa di tutto, però, è la moda, come ravvisava anche il Leopardi (Dialogo della moda e della morte). Quella del vino naturale sta già generando effetti collaterali particolarmente tristi, di grandi Cantine che cercano la patente del biologico per mere esigenze commerciali. O anche di piccole aziende che si convertono al naturalismo estremo per conquistare questa preziosa nicchia. Troppo spesso i produttori raccontano storie di confusione sessuale, lieviti indigeni, anfore e uova di cemento solo perché vendono. È lo storytelling, bellezza.

Il ruolo del giornalista

Ecco dunque dove il buon giornalismo può entrare in scena, per segnare la differenza con gli hobbisti e i promoter travestiti da influencer. Si tratta semplicemente di tornare a praticare il vecchio mestiere, con l’occhio vigile dei guardiani. Se qualcosa puzza di falso, bisogna dare un’occhiata, se qualcuno si nasconde dietro i luoghi comuni, incalzarlo per capire se è sincero. Certo, è necessario conoscere bene la materia, per potersi confrontare lucidamente con un enologo o un imprenditore, e questo potrebbe portare a un innalzamento della cultura media in materia. E la cultura enologica va oltre la capacità di degustare.

Raccontare e verificare

Dunque, con cognizione di causa, occhi aperti, spirito critico (ma, come ci piace ripetere agli studenti, senza acrimonia) il giornalista del vino ha la preziosa possibilità di porsi come guardiano (non a caso, termine adottato da una testata storica del giornalismo anglosassone). Meglio esserlo con il sorriso e con passione, ma se rinunciamo a questo ruolo, cari lettori, se non andiamo a fondo nelle cose, tanto vale che leggiate le brochure del supermercato.

L’enologo protagonista

Nota positiva finale. Notiamo un cambiamento nell’atteggiamento degli enologi: se prima si sentivano depositari dei misteri della bottaia, gelosi dei propri segreti di fronte al rompiscatole di turno, oggi incontriamo per lo più professionisti appassionati che non vedono l’ora di raccontare quello che fanno passo dopo passo (e sta a noi renderlo digeribile ai lettori, ovviamente). Perché non essere totalmente trasparenti sui processi produttivi di un vino di pregio? Rispetto ai prodotti industriali, non è “la ricetta” che fa la differenza. Un winemaker è interprete, o anche regista. Ma il risultato finale è legato alle complesse e irripetibili condizioni della triade suolo, clima, uomo. Chi ci crede veramente si mette serenamente a nudo, chi pensa al vino come a una commodity si mostra geloso della sua ricetta.

 

L’editoriale di Alessandro Torcoli è tratto da Civiltà del bere 3/2017. Per leggere la rivista acquistala sul nostro store (anche in formato digitale) o scrivi a store@civiltadelbere.com

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© Riproduzione riservata - 16/06/2017

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