Deve crescere il valore del vino italiano. È il messaggio di Federvini

Deve crescere il valore del vino italiano. È il messaggio di Federvini

Il valore è una strada obbligata e non si vive di sole bollicine: questi i due pilastri del discorso di Sandro Boscaini, presidente di Federvini, all’apertura dell’assemblea annuale. E di fatto la raffica di numeri offerta da Nomisma (Denis Pantini) e Mediobanca (Gabriele Barbaresco) ci ha inchiodati tutti a questi due concetti chiave. «È fondamentale modellare una filiera equilibrata», ha sostenuto Boscaini.«Il fenomeno globale che riguarda il Prosecco è incredibile, e ne siamo orgogliosi, ma tutto il comparto dovrebbe beneficiare di singoli successi». In effetti, ieri (e in parte oggi) il Pinot grigio, il Lambrusco, oggi le bollicine “metodo Charmat” che hanno conquistato il mondo. C’è sempre un traino, che però deve trainare qualcosa.

 

Sandro Boscaini, presidente di Federvini

 

Bene, ma non benissimo

Un anno fa, in questa stessa sede romana, Federvini forniva le elaborazioni del Censis, che poneva l’accento sul valore economico e sociale del settore e dei suoi protagonisti, un comparto che è campione nazionale anche nelle esportazioni e che è stato realmente in grado di dare un contributo alla rigenerazione dei alcuni territori. Denis Pantini, il detentore del sapere enoico in seno a Nomisma, riguardo al valore economico del vino, quest’anno è cauto: va tutto bene, siamo bravi, ma ad esempio «i tassi di crescita dell’export sono più bassi rispetto a 10 anni fa. I vini fermi, che rappresentano il 70% delle vendite, hanno rallentato. Invece gli spumanti hanno triplicato le esportazioni».

I dazi ci ostacolano in Sudamerica, Cina e Australia

I Paesi in cui la domanda cresce sono quelli una volta definiti emergenti, ora economie sviluppate. Ma nel mondo il commercio presenta molti ostacoli. Basti pensare al Sudamerica, dove Argentina e Cile – come produttori – godono di vantaggi fiscali in Brasile. Mentre su di noi pesano dazi nell’ordine del 25%. In Asia, specialmente in Cina, cresciamo ma siamo marginali rispetto a Francia. Nel Paese della grande muraglia pesano anche accordi di libero scambio con la Nuova Zelanda, l’Australia e il Cile che vendono a dazio zero. L’Australia è il regno dei neozelandesi, per lo stesso motivo.

Dobbiamo puntare all’export di qualità

L’Italia resta fortissima nell’emisfero Nord e cresce l’interesse per l’Est Europa: Polonia e Romania ad esempio. A proposito di valore, Pantini ricorda come mediamente abbiamo un posizionamento di prezzo più basso non solo della Francia, ma anche della Nuova Zelanda (che detiene il record mondiale a valore, ma su quantità decisamente modeste). «Attenzione alla Spagna», avverte Pantini, «che cresce velocemente anche in termini di prezzi». Gabriele Barbaresco, responsabile del Centro Studi Mediobanca, offre alla platea un altro punto di vista e si chiede sostanzialmente che cosa generi valore nell’industria italiana del vini. La sua analisi parte dall’export: le imprese grandi esportano più del 50%. Ma è un’esportazione di qualità?

Il paradosso: valiamo meno dove contiamo di più

Barbaresco (nomen omen) evidenzia come l’Italia concentri in tre Paesi il 54% dell’export. I concorrenti presentano una minore concentrazione di mercati, e «diversificare è fonte di riduzione del rischio», ricorda l’economista. «Tanto più che il mondo non è solo rischioso, ma oggi è soprattutto incerto». Una peculiarità del sistema Italia è che ci facciamo pagare di meno dove contiamo di più. Guardando sempre i competitors: nei nostri primi tre mercati, il prezzo medio del nostro vino è inferiore ai 3 dollari al litro, per gli altri Paesi è di 3,8.

Volano le bollicine (non solo italiane)

Chi beve cosa? Parlando di dinamiche di consumo, Denis Pantini osserva la ripresa delle bollicine in Cina e in Russia, anche se sempre di Prosecco si parla. Il quale (dato molto interessante) vola per il 70% nei primi tre mercati di riferimento per l’Italia. Inoltre, il Cava spagnolo (dopo un periodo di letargo, nda) si sta risvegliando in Germania. Lo Champagne domina negli Usa e non solo. Sempre negli Stati uniti, prosegue l’exploit del rosé di Provenza, che ruba qualche posizione non tanto ai nostri rosati, poco significativi all’estero, ma soprattutto ai bianchi.

 

A destra, Andrea Olivero (viceministro alle Politiche Agricole) tra il pubblico dell’Assemblea Federvini 2018

 

Nuovi trend del consumo nazionale

Sul mercato nazionale, dopo un calo costante, ora si registra un assestamento dei consumi negli ultimi 3 anni. Il mutamento delle abitudini è cosa certa, accelerato dal cambio generazionale. I millennials, che pesano per il 12% sugli acquisti di vino, hanno un approccio assai differente rispetto ai genitori: bevono fuori casa, saltuariamente e miscelano il vino con disinvoltura. Da un’indagine sulle tendenze emergono alcune costanti: l’amore per gli autoctoni, per i vini biologici, per quelli semplici e leggeri. E la sostenibilità è sempre una tematica importante.

La redditività è maggiore…

Tornando sul lato dell’offerta, Gabriele Barbaresco riporta le osservazioni scaturite dalla lettura di 5.400 bilanci aziendali, dal 2011 al 2016. La prima è una nota positiva: la redditività nel comparto è superiore a tutti gli altri settori (automotive, abbigliamento, arredamento). A Mediobanca si sono domandati quale sia la relazione tra valore e dimensione, pur constatando che l’aggettivo “grande” sarebbe fantasioso: in Italia i due player maggiori rappresentano solo il 6% del mercato interno, mentre – all’estremo opposto – in Australia i primi due produttori fanno il 94,2% delle vendite.

…ma anche l’impegno di capitale

Barbaresco fa notare che il vino ha una filiera integrata verticalmente ad alto impegno di capitale. Questa è una caratteristica “pesante” del comparto, nel senso che talvolta lo appesantisce. Si investono tanti denari immobilizzati per lungo tempo e con rendimenti non sempre convenienti rispetto ad investimenti alternativi.

Le difficoltà delle piccole imprese

Piccolo è bello? Cioè, economicamente parlando, rende? Barbaresco dimostra che il Roi, il rendimento sul capitale investito, nelle grandi imprese è più alto che nelle piccole (14,4 contro 7,1). L’Eva (economic value added) ci dice invece che le grandi aziende remunerano adeguatamente sia l’imprenditore sia le banche (alle quali ci si rivolge per finanziare l’impresa). Invece, nelle piccole, l’Eva è negativo e ciò significa distruzione del valore. Cioè uno dei due non è remunerato in maniera adeguata, e costui è ovviamente l’imprenditore, non certo le banche.

Come alleggerire il modello produttivo

Un tema importante per rendere maggiormente redditizio il settore sarebbe capire, secondo Barbaresco, se si possa sciogliere il nodo del peso del capitale (cioè le vigne e il magazzino), ossia se si possa immaginare una struttura più leggera (e in che misura). Vi sono spazi per alleggerire il modello produttivo, ad esempio anticipando un po’ di finanze nel magazzino (come accade a Bordeaux con le vendite en primeur ad esempio, nda)? All’estero le cifre ci parlano di un minore immobilizzo di capitale rispetto all’Italia.

Il valore del vino italiano è a monte e a valle

Gli studi di Mediobanca cercano anche di comprendere dove sia la fonte maggiore di valore: a monte (progetto, idea, design), al centro (produzione) o a valle (marketing, post vendita…). La verità è che oggi la trasformazione del vino ha sempre meno peso e l’energia di questo settore è polarizzata a monte e a valle (cioè contano maggiormente l’ideazione e la vendita).

Il vino è un settore naturalmente anomalo

Coinvolto dalla moderatrice dell’incontro, Fernanda Roggero de Il Sole 24 Ore, il presidente del Gruppo Vino di Federvini, Piero Mastroberardino, ricorda come alcune delle anomalie descritte rappresentino in realtà dei caratteri connaturati al settore, dove le famiglie sono anche brand, ma un brand familiare segue dinamiche e richiama sensibilità diverse. Sandro Boscaini, in chiusura, ha ricordato come, per crescere, si possano tentare strade alternative, come la quotazione in borsa della sua azienda, caso di successo «purtroppo non ancora seguito da altre aziende vitivinicole».

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