Speciale wine trends: Cerasuolo d’Abruzzo

Speciale wine trends: Cerasuolo d’Abruzzo

Il Cerasuolo d’Abruzzo accompagna piacevolmente semplici pietanze della cucina italiana e, tra queste, la pizza – Da bere giovane o nella versione Superiore dopo qualche anno di invecchiamento – I prezzi abbordabili e la sua gradevole freschezza lo rendono molto trendy, soprattutto nella stagione estiva

L’ultimo, in ordine di tempo, al Mondial du Rosé 2011 con l’unica medaglia d’oro assegnata all’Italia. Ma anche qualche mese fa al Concorso enologico internazionale del Vinitaly dove, come accaduto quasi ogni anno negli ultimi dieci, ha conquistato tutte e quattro le medaglie a disposizione nella sua categoria. Allo stesso modo di come è avvenuto, nel recente passato, in molte altre competizioni.
Il protagonista di questa storia vincente e avvincente è il Cerasuolo d’Abruzzo, una vicenda che somiglia a quella di molti rosati italiani più di ogni altro legato alla sua origine, destinato originariamente al consumo della famiglia contadina più che alla vendita, ma che per l’Abruzzo sembra la favola del brutto anatroccolo: nato da un genitore importante (il vitigno Montepulciano) e con un fratello più forte e più ingombrante (il vino rosso Montepulciano d’Abruzzo), è diventato sorprendentemente cigno, tanto sicuro di sé da avere il coraggio e la forza di vivere di luce propria. Dalla vendemmia 2010, infatti, il Cerasuolo d’Abruzzo è diventata l’unica Doc italiana esclusivamente “in rosa”. Previsto fin dall’inizio, il 1968, come tipologia all’interno del disciplinare del Montepulciano d’Abruzzo Doc (in etichetta compariva Montepulciano d’Abruzzo Cerasuolo), oggi ha finalmente un suo autonomo riconoscimento con una scelta, per quanto a lungo ragionata, che è stata condivisa dal mondo della produzione.
Ma c’è di più: nel nuovo regolamento è stata contemplata anche la versione Superiore, che prevede una minore resa per ettaro, parametri analitici più elevati e, rimediando a un errore nella prima stesura, lo slittamento a marzo del periodo di commercializzazione, in linea con la scelta ormai consolidata di molte Cantine di produrre spesso due o più etichette con diverso posizionamento, ma soprattutto capaci di sfidarsi anche su complessità e longevità maggiori rispetto alla considerazione di un vino da bere entro un anno dalla vendemmia.

Nella battaglia dei grandi numeri si sfidano le due principali "corazzate" abruzzesi: Cantina Tollo di Tollo (Chieti) e Citra Vini di Ortona (Chieti)

L’indipendenza: complessa e inevitabile
«È stato un percorso piuttosto complesso», spiega Giuseppe Cavaliere, funzionario dell’Agenzia regionale per i servizi di sviluppo agricolo, ma soprattutto mente e anima del Consorzio di tutela Vini d’Abruzzo, «inserito all’interno di un disegno più ampio che ha completamente cambiato il volto della vitivinicoltura abruzzese con nuove Doc e nuove sottozone e con l’aggiornamento e l’adeguamento di tutti i disciplinari. Tra questi, appunto, quello del Cerasuolo che ha visto riflettere in maniera approfondita i produttori non tanto sulla scelta creare un disciplinare indipendente, quanto sull’opportunità di separarlo a 42 anni dal collegamento diretto con il Montepulciano d’Abruzzo, che pur rappresenta, per notorietà e qualità riconosciuta, il vero e proprio traino della produzione regionale».
Ma agli abruzzesi non è mai mancato né coraggio né lungimiranza: per quanto lenti, i processi decisionali per lo sviluppo della vitivinicoltura regionale hanno finora generato soluzioni indovinate. È stato così all’inizio degli anni Novanta quando l’Abruzzo, attraverso l’Arssa, scelse di investire sulla valorizzazione dei vitigni principali Montepulciano e Trebbiano e sul recupero dei vitigni autoctoni (Pecorino, Passerina, Cococciola, Montonico) andando in direzione opposta alla tendenziale apertura di molte regioni italiane ai vitigni internazionali, e quando scelse di non ampliare in maniera eccessiva il numero di denominazioni ma, al contrario, di gettare quei prodromi per una prima zonazione del territorio che esaltasse le differenze di espressione dei suoi vitigni, che oggi sono alla base della sua nuova geografia vitienologica. «I timori per una perdita di riconoscibilità da parte del consumatore rispetto al Montepulciano d’Abruzzo e anche rispetto alla potenziale confusione con il Cerasuolo di Vittoria, che invece è un vino rosso siciliano», aggiunge l’assessore regionale alle Politiche agricole Mauro Febbo, «sono stati fugati dal felice percorso fatto dal Cerasuolo nell’ultimo decennio, sia per i tanti riconoscimenti della critica, sia per i risultati commerciali che hanno dato a tutti ulteriore consapevolezza del grande valore del nostro vino all’interno di una tipologia, quella dei vini rosati, come è noto al centro di un rinnovato interesse, in Italia e all’estero». Tanto da stimolare, per la prima volta, l’esigenza di avere i numeri del fenomeno, anche se non costantemente aggiornati.

Il peso dei rosati: leggeri ma amati
Secondo le recenti stime Federdoc, infatti, i rosati rappresentano l’8% della produzione mondiale di vino e il 9% del consumo mondiale. Se in assoluto il consumo dei vini rosati è di molto inferiore rispetto a quello dei vini rossi e a quello dei vini bianchi, tuttavia i dati dell’indagine Vinexpo-Iwsr nel 2009 dicono che dal 2003 al 2007 il segmento dei vini rosati è stato quello che ha registrato il maggior incremento sia a livello mondiale sia a livello italiano.
Il consumo mondiale dei rosati nel periodo preso in considerazione è infatti salito del +12,96%, mentre quello dei bianchi dell’+1,49% e quello dei rossi del +7,42%. Un trend di crescita che si è mantenuto costante anche negli anni successivi alla rilevazione, aiutato da una distribuzione che è uscita dai rispettivi confini regionali (dove ancora oggi viene registrata la maggior quantità) per arrivare con buone quantità all’estero. Lo dicono i numeri espressi dalle aree geografiche storicamente più importanti per i vini rosati come la Puglia (la cui produzione si divide tra numerose Igt e Doc), come la zona del Garda con gli 11 milioni di bottiglie della corazzata Bardolino Chiaretto sulla sponda veronese e con le 800 mila del Garda Chiaretto tra le colline bresciane (alle quali si possono aggiungere le interessanti produzioni in rosa di Franciacorta e Oltrepò Pavese) e, ovviamente, come l’Abruzzo dove nella vendemmia 2010, prima annata certificata ufficialmente con la nuova Doc, il Cerasuolo d’Abruzzo conta 453 ettari iscritti, per poco oltre 60 mila ettolitri e un potenziale di circa 8 milioni di bottiglie, in linea con la positiva tendenza che dura ormai da almeno un decennio.

Negli anni Duemila il mercato si è allargato ai Paesi di lingua francofona come Francia, Belgio e Lussemburgo e più di recente anche Canada e Giappone hanno mostrato molto interesse per il Cerasuolo

Tendenze e news da chi lo produce
«Se negli anni Novanta», spiegano i fratelli Carlo e Adriano Spinelli, che con il Terra d’Aligi sono saliti quest’anno sul podio più alto del Mondial du Rosé, «gli acquisti di Cerasuolo, per quanto importanti, erano limitati al mercato locale, negli anni Duemila sono cresciuti i Paesi europei influenzati dalla lingua francofona come Francia, Belgio, Lussemburgo e Olanda, mentre più di recente hanno mostrato grande interesse il Canada e soprattutto il Giappone, dove piace più leggero anche nel colore». Il rosato abruzzese si rivela dunque una chiave per aprire nuove frontiere e avvicinare nuovi consumatori.
«Stiamo cavalcando un’onda positiva che tuttavia presto dovrà assestarsi, come è normale in questi casi», rileva Marina Cvetic, titolare dell’azienda Masciarelli, «ma non si tratta solo di una moda bensì di un allargamento d’orizzonte che affianca ai vini impegnativi quelli più immediati e di facile approccio e conquista nuove fasce di giovani e donne, peraltro a prezzi davvero favorevoli che di questi tempi non è poca cosa. Oltre all’Italia, Norvegia, Benelux e soprattutto Russia hanno incrementato di recente gli ordinativi, mentre rallentano la Gran Bretagna, che per un periodo ha viaggiato quasi a doppia cifra».
Impressioni confermate dai fratelli Di Properzio de La Valentina: «Il Cerasuolo mantiene la sua vivacità all’estero», puntualizza Sabatino Di Properzio, «e sorprende come cresca in Paesi come gli Stati Uniti dove a fronte di circa 50 casse di qualche anno fa oggi la richiesta è sull’ordine di 300-400 casse». Nella battaglia dei grandi numeri si sfidano le due principali corazzate abruzzesi, con Cantina Tollo, vincitrice nel 2007 a Bordeaux del premio speciale Club della stampa con il suo Hedos, che raccoglie le maggiori soddisfazioni in Francia e in Italia, nella Gdo come nell’Horeca con differenti etichette di Cerasuolo, e con Citra Vini, pronta a rilanciare e a presentarsi anche con uno spumante rosé e con Omen, un nuovo Cerasuolo più importante elaborato in legno, affrontando le richieste provenienti da Canada, Germania e soprattutto in Asia tra Giappone, Singapore, Cina e Hong Kong, dove sempre più operatori hanno scoperto come il rosato abruzzese si sposi perfettamente con le diverse declinazioni della cucina asiatica.
C’è poi chi è arrivato anche in Australia, seppur con una minima quantità, insieme ai rossi come Illuminati e chi all’estero proprio non ci va, almeno con una distribuzione diretta. «Abbiamo scelto molti anni fa con mio padre Edoardo di non uscire più dai confini nazionali», spiega Francesco Paolo Valentini, il cui Cerasuolo è considerato da sempre tra i migliori rosati italiani, in virtù di uno stile inimitabile con maturazione in grandi botti di rovere e commercializzazione a partire dall’anno successivo alla vendemmia, «considerato che la nostra produzione ha dimensioni artigianali e che non riuscivamo a soddisfare i nostri vecchi clienti. Pur raddoppiando negli anni, per la fortuna di crescenti richieste, non supera le 20 mila bottiglie. Non mi sorprende la grande considerazione nei confronti del Cerasuolo, perché ha l’eleganza di un vino bianco e la struttura di un rosso, caratteristiche che solo la nostra terra d’Abruzzo e un vitigno straordinario come il Montepulciano possono regalare se coltivato e vinificato con attenzione».

In Abruzzo si producono circa 200-220 etichette tra Cerasuolo d'Abruzzo e Cerasuolo d'Abruzzo Superiore

Il successo: mix di elementi
Il segreto del successo pare stia proprio in questo felice mix di tre fattori: le condizioni pedoclimatiche del territorio, chiuso nella breve distanza tra il mare Adriatico e le alte montagne del Gran Sasso e della Maiella che garantiscono una notevole escursione termica tra giorno e notte, elemento essenziale per consentire alla vite di respirare e alle uve di sintetizzare al meglio gran parte dei suoi elementi.
La duttilità del vitigno Montepulciano, coltivato su oltre metà del vigneto abruzzese, capace di regalare rossi giovani e fruttati, grandi rossi da invecchiamento ma anche di esprimersi con le sue più piacevoli espressioni fruttate nel Cerasuolo, il vino dal colore ciliegia (localmente “cerasa”) nelle diverse tonalità che variano dal corallo al rubino chiaro.
Infine, le tecniche di produzione che, a seconda della filosofia del produttore, dipendono sia dalla scelta generalmente diversamente anticipata della raccolta (tra la metà e la fine di settembre) rispetto a quella prevista per i vini rossi, sia l’utilizzo di una delle due principali tipologie di vinificazione, in bianco o con breve sosta sulle bucce delle uve, al fine di ottenere le desiderate caratteristiche in termini di intensità di colore, di profumi e di struttura.
Lo sa bene Riccardo Brighigna, che ha il merito di essere l’enologo abruzzese che a 45 anni, 25 dei quali in attività, è il professionista più premiato nei concorsi nazionali e internazionali, capace di conquistare una quantità impressionante di premi con le circa dieci aziende presso le quali è consulente, la stragrande maggioranza dei quali con il rosato abruzzese. «I risultati ottenuti con il Cerasuolo regalano una soddisfazione particolare», spiega Brighigna, «non solo perché appartiene a una tipologia fino a pochi anni fa poco considerata, ma perché è il vino più difficile da realizzare, che necessita di molte attenzioni in ogni fase, in vigneto come in cantina, e che si può esprimere dopo poche settimane in tutta la sua freschezza ma può anche evolvere sorprendentemente a distanza di molti mesi. Se poi si ha la fortuna di lavorare con un bel gruppo di aziende che sono ubicate nelle varie zone dell’Abruzzo, allora la vera sfida ogni anno è di interpretare diversamente il territorio e l’annata insieme a ognuno dei produttori».

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© Riproduzione riservata - 29/08/2011

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