L’export non ci salverà

L’export non ci salverà

Sì, ha ragione Aldo Cazzullo. Sul Corriere della Sera ha concluso il 2018 con un lungo articolo sullo stato dell’Italia. E su quello che ci aspetta in quest’anno ormai avviato. L’Italia deve ripartire, e non saranno la politica e le istituzioni a salvarci, tocca a noi: questa è la tesi. Vale anche per il mondo del vino.

“Non vanno ricostruite soltanto le strade e le periferie”, scrive Cazzullo. “È più importante ancora ricostruire la fiducia in noi stessi, nel Paese, nell’avvenire”. Quello che sta accadendo è che la splendida crescita dell’export dell’ultimo decennio ha perso forza. Lo dicono i dati. Ci sono stati fattori di successo che neppure il più ottimista dei produttori può sperare si ripetano.

Non possiamo puntare solo sull’export

Il 600% in più di Prosecco venduto nell’ultimo decennio, e il +418% negli Stati Uniti sono stati una condizione eccezionale. L’aumento di valore dell’export vinicolo negli ultimi dieci anni è stato imponente: +69%. Davvero qualcuno pensa che i 5,9 miliardi incassati vendendo vino fuori dai confini nazionali nel 2018 possano diventare 12 nel 2028?

Le vendite tirano il freno a mano

Secondo le stime di Nomisma Wine Monitor, l’export italiano dei vini fermi nel 2018 dovrebbe calare del -3,8%. Il segno meno sta accanto all’export per volume in tutti i Paesi più importanti: Uk, Germania, Cina, Canada, Giappone, Svizzera, Russia, Svezia e Brasile. Segno più solo negli Stati Uniti, dove però la crescita potrebbe essere inferiore all’1%. Va meglio quanto a valore, ma non ovunque: rallentano Germania, Giappone e Svizzera, ad esempio. Lo scenario sembra chiaro: proprio mentre il vino italiano ha conquistato ovunque riconoscimenti per la qualità, l’effetto di grandi cambiamenti mondiali rischia di frenare le vendite.

Serve il coraggio di pensare in grande

Se questo è lo scenario, non basterà affidarsi alla speranza che le istituzioni immettano energie e soldi. Allora, come afferma Cazzullo, non si può far altro che investire, rischiare. Investire sulle potenzialità del nostro Paese e dei nostri prodotti, combattendo chi lo fa al posto nostro, spacciando per italiani cibi e vini che italiani non sono. Forse è arrivato il momento di pensare in grande. Non è facile, perché è un mondo composto soprattutto da artigiani, da famiglie che hanno il vino nel loro Dna, nella loro storia di generazioni. Ma non si potranno affrontare i mercati mondiali senza tener conto della concorrenza agguerrita non solo della Francia ma anche dei nuovi produttori, ad esempio dei neozelandesi che nel 2018 hanno registrato risultati consistenti.

Uscire dal guscio per affrontare nuove sfide

È un pianeta piccolo, quello del vino. Solo 19 aziende italiane fatturano più di 100 milioni di euro l’anno, mentre 18 si attestano nella fascia tra i 50 e i 100 milioni e 21 tra i 50 e i 30. Che significa, allora, avere fiducia in se stessi? Può voler dire rinunciare alla proprietà totale delle quote, in cambio di fondi per finanziare investimenti ed espansione. Nell’anno scorso è accaduto due volte.

La famiglia Botter

Due esempi dal Veneto: Botter…

La prima nella Casa vinicola Botter di Fossalta di Piave (Venezia), 180 milioni di euro di ricavi nel 2017: la Dea Capital, società del gruppo De Agostini (un marchio storico dell’editoria, attiva dal 1901, ora in 30 Paesi), ha acquistato il 22,5% della Cantina, “per accelerare la crescita soprattutto negli Stati Uniti e in Cina e quotarsi in Borsa”.

I fratelli Zonin

….e Zonin

La seconda operazione è stata decisa, sempre in Veneto, dai fratelli Zonin e dalla 21 Invest di Alessandro Benetton che impegna 65 milioni di euro in un aumento di capitale riservato, “per supportare il progetto industriale di crescita”. In questo modo la famiglia di Gambellara si priverà del 36% delle azioni, come ha rivelato Il Sole 24 Ore. Anche in questo caso il piano prevede la crescita sui mercati esteri e lo sbarco in Borsa: l’obiettivo è portare in cinque anni il fatturato da 200 a 300 milioni di euro.

Tante strade da percorrere con fiducia

Operazioni come queste hanno un senso soprattutto per aziende di dimensioni importanti. Le strade per crescere sono molte e ogni vignaiolo saprà scoprire la propria. L’importante è che si ritrovi la fiducia nel nostro Paese e in noi stessi.

Questo articolo è tratto da Civiltà del bere 1/2019. Se sei un abbonato digitale, puoi leggere e scaricare la rivista effettuando il login. Altrimenti puoi abbonarti o acquistare la rivista su store.civiltadelbere.com (l’ultimo numero è anche in edicola). Per info: store@civiltadelbere.com

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© Riproduzione riservata - 22/03/2019

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