Nuove cure per l’eventopatia

Nuove cure per l’eventopatia

Forse dovremmo archiviare il sostantivo “evento”, retorico e abusato. È pur vero che la definizione sul Dizionario Sabatini Coletti dice “ciò che accade o può accadere o è accaduto”, ma in realtà nelle nostre intenzioni l’avvenimento è sempre anche speciale. Jancis Robinson ha recentemente twittato “Please, please, please… importatori di vini di Borgogna non fissate più degustazioni a Londra il 9 gennaio: 9 sono più che sufficienti”.

Una valanga di appuntamenti

Fortunati loro, Londra è davvero prodiga di eventi vinicoli. Milano meno, ma non certo avara: ci è capitato di pranzare in due ristoranti diversi lo stesso giorno. La realtà è che gli appuntamenti vinicoli si stanno moltiplicando senza controllo. Se li mettessimo in fila, nelle grandi città gli appassionati potrebbero serenamente bere alla grande tutti i giorni, a prezzi contenuti. Gratis i professionisti (compresi i sedicenti tali). Normalmente si tratta di wine tasting dove si esibiscono dalle 20 alle 120 aziende (oltre si può parlare di fiera a tutti gli effetti), con centinaia di etichette a disposizione degli assetati. A ben guardare non è altrettanto semplice assaggiare altre specialità gastronomiche (formaggi, salumi…). Ed è quasi impossibile godere di altri prodotti a prezzi ridicoli, nemmeno delle bibite gassate o delle acque minerali. Il vino invece scorre a fiumi.

Ci sono pro e contro

L’eventopatia si ripercuote positivamente sul consumatore, che nell’anno può assaggiare molti vini (e comprarne meno). Resta però un dubbio: qual è il ritorno d’immagine o di vendite per le Case vinicole? Per alcuni piccoli produttori la partecipazione alle mostre dove si può vendere direttamente rappresenta un canale di sbocco interessante. Un esempio di successo è il Mercato della Fivi (Federazione italiana dei vignaioli indipendenti) che si è svolto il 25 e il 26 novembre a Piacenza. Le aziende più strutturate, invece, sono divise in due partiti.

Chi è di “sinistra” e chi di “destra”?

Da una parte “la sinistra”, gli entusiasti del bagno di folla, i produttori che cercano il contatto con il consumatore finale, per farsi apprezzare. Dall’altra “la destra”, i sostenitori dell’appuntamento elitario, rivolto agli addetti ai lavori (sommelier, buyer…). Queste ritengono che gli affari si facciano convincendo gli intermediari, i quali saranno poi investiti del compito di vendere al consumatore. Per questo partito i frequentatori dei banchi d’assaggio non memorizzano nulla dell’esperienza vissuta, quando non finiscono direttamente sotto il banco. Difficile dire chi abbia ragione, poiché ricerche serie in tal senso nessuno ne ha mai commissionate.

Importatori e influencers dettano legge

Pare piuttosto che le aziende vinicole, sommerse da inviti a grandi eventi in tutto il mondo, perché l’eventopatia è un virus globale, selezionino la propria partecipazione in base ad altre priorità. Gli scopi aziendali sarebbero: 1. compiacere gli importatori 2. compiacere gli influencers che potrebbero rammaricarsi di non essere appoggiati dalle aziende che loro stessi promuovono in un giro di compiacenze che, per qualche produttore che si è defilato dal sistema, sfiorano il confine sottile del ricatto.

L’importanza dei contenuti

Intendiamoci, chi scrive non è esente dal virus: organizziamo almeno due eventi l’anno. Eppure ogni tanto bisogna riflettere sulle cose, anche se l’esito della riflessione rischia di autolesionarci. In realtà, noi crediamo nel buon senso. Immaginiamo una cura all’eventopatia, rispettosa degli imprenditori vinicoli (piccoli o grandi) e degli appassionati che ci seguono sempre più numerosi: al punto primo citiamo l’antidoto della qualità dei contenuti, andando oltre al concetto di vino buono o ottimo, creando temi e percorsi di lettura. Segue un decorso rispettoso delle etichette proposte (con cura dell’immagine dell’evento e servizio impeccabile).

Pubblico selezionato

Servirebbe forse anche la dose giusta di pubblico: meglio per tutti (anche per il pubblico stesso) 300 persone davvero interessate a degustare e conoscere i vini proposti, piuttosto che 3.000 curiosi che sgomitano per un bicchiere. In ogni caso, l’eventopatia è pur sempre il risultato del successo del vino, quindi è anche un bene, purché il virus non esploda in un’epidemia imbarazzante, una pandemia di calici e tracolline.

L’articolo è tratto da Civiltà del bere 6/2017. Per continuare a leggere, acquista la rivista sul nostro store (anche in digitale) o scrivi a store@civiltadelbere.com

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