Libiamo ne’lieti calici ma… quante buffonerie!

Libiamo ne’lieti calici ma… quante buffonerie!

Il mondo del vino sta affrontando un’infinità di problemi, alcuni forse non hanno neppure finito di gettare le proprie ombre sul futuro del settore. Altri comparti soffrono maggiormente, ma le incognite meteorologiche sul vino sono ancora tali che nessuno si sente davvero fiducioso di salpare verso il futuro, cioè oltre questa maledetta crisi.
Per una volta, però, noi della stampa specializzata, che quantomeno abbiamo il merito di impregnarci quotidianamente di mosto e vino, e di osservare i fatti dal “di dentro”, riteniamo opportuno rimandare a settembre i problemi con la P maiuscola e, in questo editoriale che profuma di vacanze, affrontare il meno profondo, ma altrettanto pulsante ostacolo della comunicazione del vino.
Lasciamo da parte i grattacapi dell’export che forse ci salverà e dei consumi interni inesorabilmente in calo (all’argomento specifico è dedicato il servizio di apertura del nostro giornale). Per una volta ci soffermiamo sul “circo mediatico”, che rischia di dare un pessimo contributo all’aggravamento di un già precario stato di salute.
Quando siamo malati, il medico ha il dovere di informarci, con tatto e con ottimismo, e non può raccontarci che una polmonite è solo un brutto raffreddore. Ora ci domandiamo: perché il “quarto potere”, nel suo imbarazzante disinteresse per l’economia del vino, per il suo substrato imprenditoriale e sociale, si limita alla diffusione di notizie futili, quando non false o almeno fuorvianti? Stampa, radio e tv, con qualche lodevole eccezione, assumono ora i toni del trionfo o della tragedia, a seconda della convenienza. Annata bruttina? La peggiore del secolo. Un rosso italiano vince uno dei tanti concorsi enologici? È il migliore del mondo. Alcune forzature sono peccati veniali, per catturare l’attenzione di un pubblico distratto.
L’impressione però è che in un Paese coperto dalla pianta della vite, in cui l’agricoltura e la viticoltura hanno un enorme valore in termini fondiari e produttivi, i media trattino il vino – e la cucina – alla stregua del gossip e certamente meno seriamente del calcio e della moda, ai quali sono riservate approfondite analisi. Il lettore italiano, si potrebbe pensare, è davvero così poco interessato all’argomento? Purtroppo è un circolo vizioso. Sappiamo che i media, non potendo realmente costruire una realtà parallela riescono troppo spesso a determinare almeno valori e priorità. Si tratta della cosiddetta “agenda-setting”, la facoltà di determinare ciò di cui si parlerà.
Ma il vino non è degno di discorsi così seri. Se ne chiacchiera con leggerezza. Caliamo un velo pietoso sugli annunci di qualche tempo fa che ci volevano far credere che lo Spumante italiano oggi fosse divenuto più importante dello Champagne. C’è un altro esempio, meno falso, ma più recente. Tutti hanno ripreso con enfasi la notizia che “l’Italia è il primo produttore di vino al mondo”. Di per sé è vero: i servizi citavano i dati della Commissione europea sulla vendemmia 2010, cifre elaborate e trionfalmente commentate dalla potente Confagricoltura in un comunicato stampa. Di fatto però… non è una notizia, perché da anni l’Italia si contende il primato con la Francia, e per di più questa non-notizia svela i nostri punti di debolezza, più che di forza, ad esempio che continuiamo a vendere a basso prezzo, ben lungi dal conquistare un primato nel valore. Eppure, serie analisi di questo dato, che di per sé poteva solleticare la curiosità dei cronisti, non se ne sono viste. Gli articoli erano ripresi dal comunicato e corredati da un paio di interviste ad autorità settoriali il cui ruolo, ovviamente, è valorizzare e non criticare, oppure a esperti il cui compito è talvolta quello di pavoneggiarsi.
Si tratta dei medesimi esperti che compilano le rubriche enogastronomiche in settimanali o mensili rivolti al “grande pubblico”. E grazie al cielo… tali spazi sopravvivono come riserve indiane. Infatti, spesso gli allarmismi sull’abuso dell’alcol e sulle contromisure poliziesche terrorizzano i direttori. In altri casi l’argomento vino cede il passo a qualche tema più cool. Le rubriche superstiti sono invece farcite di comunicati aziendali o di consigli per gli acquisti. Difficile, infatti, che siano redatte da critici enogastronomici che, in quella sede, si sentono autorizzati a svolgere il proprio mestiere. La professione del critico, infatti, in Italia è del tutto banalizzata o abbandonata dagli aventi diritto per questioni di sopravvivenza e infatti si dovrebbe aprire un altro capitolo su questa figura. Per libare ne’lieti calici e festeggiare un nuovo approccio mediatico al vino, oggi basterebbe leggere una bella inchiesta su qualche zona viticola o guardare in tv un approfondimento sull’economia del vino. In tempi seri, come quelli che ci ha imposto la crisi, diventa sempre più fastidioso accettare tutte queste buffonerie riguardo ai vini del secolo, le vendemmie dell’anno e i primati mondiali.


© Riproduzione riservata - 21/07/2011

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